Porta aperta con cautela alle banche straniere in Cina

Porta aperta con cautela alle banche straniere in Cina
17 Novembre 2006
PECHINO: Le banche straniere continueranno ad affrontare restrizioni normative anche dopo l'entrata in vigore delle attese riforme che, in base alle promesse fatte con l'ingresso della Cina nel WTO nel 2001, consentiranno loro di operare in Renminbi anche verso i cittadini cinesi dal prossimo 11 dicembre. Dovranno infatti farsi incorporare da banche cinesi per potere prestare servizi in valuta locale, fra i quali l'emissione di carte di credito e l'accettazione dei depositi di risparmio -- di almeno un milione di yuan - per i clienti cinesi. Le banche incorporate continueranno a godere dei privilegi fiscali riservati agli investitori stranieri, che consentono loro di versare una corporate tax del 15% contro il 33% delle banche cinesi, agevolazione che resterà probabilmente invariata almeno fino al 2008, quando la Cina dovrebbe completare l'attesa riforma di unificazione del sistema di tassazione.

Per essere incorporata, una banca straniera deve possedere assets di almeno 10 miliardi di dollari, le sue operazioni in Cina devono dimostrare almeno un miliardo di yuan -- circa 127 milioni di dollari - di capitale registrato e produrre almeno 100 milioni di yuan -- circa 12 milioni di dollari - di capitale operativo per ogni filiale. Se tali requisiti non sono un ostacolo per le grandi banche, tanto che l'aumento dell'investimento diretto in Cina registrato lo scorso mese è dovuto al fatto che le banche straniere stanno trasferendo capitali per incontrare le prerogative richieste, le filiali dirette delle banche più piccole rimarranno fuori dal mercato. Il punto critico del nuovo regolamento sarà proprio la difficoltà di ottenere la licenza di "locally incorporated", per la quale saranno necessari, oltre al rispetto dei requisiti, da uno a tre mesi di tempo.

La commissione regolatrice comincerà ad accettare le "iscrizioni" dall'11 dicembre, nonostante alcuni leader del settore si siano già portati avanti, come Standard Chartered Bank, che ha reso noto di avere già fatto richiesta dell'approvazione. Ma, ostacoli o no, trascorrerà in ogni caso molto tempo prima che le banche straniere riescano ad assumere un ruolo di rilievo sottraendo una fetta di mercato ai grandi lender statali, che possiedono centinaia di migliaia di filiali distribuite in tutto il paese e cento milioni di clienti l'una.

Per questo motivo i maggiori istituiti finanziari stranieri si stanno concentrando per il momento sulle acquisizioni: negli ultimi due anni, hanno investito 18,3 miliardi di dollari per stringere alleanze strategiche con i giganti cinesi del settore. Ciononostante, il governo agirà con grande cautela nel concedere maggiore libertà di movimento nel mercato alle banche straniere: una politica dettata dalla consapevolezza che gran parte di quelle cinesi non sarebbe concorrenziale, tanto in termini di rapidità nell'eseguire determinate operazioni, quanto a livello di organigramma e di sistemi logistici a supporto delle attività tradizionali. Ma, come ha affermato il presidente della China Construction Bank, Zhang Jianguo, "i competitori stranieri ci offriranno la preziosa opportunità di migliorare". Naturalmente sempre prestando attenzione affinché rilevanti quote di mercato non siano in breve tempo aggredite dalle banche straniere.


Marzia De Giuli
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