Shinzo Abe, nuove aperture

Shinzo Abe, nuove aperture
23 Febbraio 2007
TOKYO: Abe, resosi popolare alla nazione nell'incarico di capo della segreteria di governo durante i cinque anni e quattro mesi del governo Koizumi, è stato in grado di garantirsi l'attenzione dell'elettorato e degli alleati politici all'interno dello stesso LPD e di aggiudicarsi così la guida dello storico partito di destra giapponese, sbaragliando il suo maggior rivale, il compagno di partito, Yasuo Fukuda.

Già in campagna elettorale la linea politica di rigore nei confronti di storici antagonisti politici assunta da Abe si realizzò come carta vincente per ottenere l'appoggio dell'ala più conservatrice e rassicurare diversi strati sociali. A questo proposito va ricordata, nel progetto di presa di coscienza collettiva del ruolo delle forze militari di difesa in ambito internazionale, la vicinanza del proprio governo al partner statunitense. Accompagnando però tale dichiarazione d'amicizia, con un tono di intransigenza nei confronti del dialogo con il regime di Pyongyang, verso cui il primo ministro aveva rinnegato, già in periodo di campagna elettorale, ogni possibilità diplomatica in attesa della risoluzione della questione sui sequestri di civili giapponesi in territorio nord coreano. Una linea dura che permise certamente il successo di Shinzo Abe nelle schiere delle simpatie più nazionaliste.

Ma quello che forse caratterizza la politica estera di Abe rispetto a quella del suo predecessore è l'atteggiamento di apertura nei confronti di altri partner asiatici. Difatti, uno slancio diplomatico di grande stile, forse meno seguito da certe linee del conservatorismo liberale, è quello palesemente dimostrato nei confronti di Cina e Corea del Sud. Sono diverse, infatti, le questioni di trattative con i vicini partner asiatici poste all'ordine del giorno, accanto al piano di riforme del governo Abe. Sono gli stessi quotidiani cinesi a parlare di un'atmosfera propositiva e amichevole fra i giganti dell'Asia. Il China Daily parla addirittura di "buoni motivi per sorridere", riferendosi alle espressioni disegnate nei volti del ministro e del suo vice del Ministero degli Esteri, Yachi Shotaro a capo della delegazione giapponese in visita a Beijing solo poche settimane fa. Sorrisi e ammiccamenti, risate e clima disteso che ha colpito tutti, soprattutto lo sguardo attento dei media cinesi e giapponesi.

Se da una parte, come Koizumi, il Giappone di Abe non vuole rinnegare l'amicizia politica e soprattutto economica con gli Stati Uniti, dall'altra il nuovo premier giapponese inaugura una relazione diplomatica fitta e costruttiva con la Cina, mai tentata apertamente prima d'ora. A dimostrazione di ciò, l'attesissima accoglienza a Tokyo della delegazione guidata dal primo ministro cinese Wen Jiabao in occasione del 35esimo anniversario sul riallacciamento delle relazioni diplomatiche fra Cina e Giappone. Occasione in cui Wen Jiabao ricambierà con l'invito ufficiale alla corona giapponese a seguire a Beijing i giochi olimpici nel 2008. Un appuntamento importante che sembra ricostruire un ponte fra i due paesi, la cui alleanza soprattutto economica potrebbe realmente condizionare l'andamento dei mercati e degli scambi commerciali mondiali. E' soprattutto Abe ad augurarsi che la vicinanza alla Cina non si rilevi poi semplice formalismo, ma l'inizio di vero e proprio tavolo di trattativa su cui discutere d'alleanze economico-commerciali, sostegni internazionali, ruolo dei paesi asiatici nell'ambito WTO, dialogo culturale e soprattutto obiettiva riformulazione storica d'alcuni eventi che hanno gravemente compromesso il dialogo fra i due Paesi, tema particolarmente caro alla sensibilità cinese.

E' critica aperta, difatti, anche fra le file dei più influenti politici giapponesi di storica memoria politica, quali Yasuhiro Nakasone, la mancata visita di Abe al sacrario scintoista di Yasukuni, dove sono onorati come eroi della patria, alcuni autori di stragi di guerra in territorio cinese durante il secondo conflitto mondiale. Abe avrebbe optato per visite meno ufficiali riuscendo difficilmente a reprimere il peso dell'ala più conservatrice e preferendo il tempio scintoista Meiji al tanto discusso Yasukuni, non ufficializzandone ancora alcuna visita, al contrario di quanto fece pubblicamente Koizumi.


Paolo Cacciato
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