Il sistema missilistico giapponese riapre il dibattito sul riarmamento

Il sistema missilistico giapponese riapre il dibattito sul riarmamento
9 Aprile 2007
TOKYO: Il 30 marzo scorso fonti del governo giapponese hanno annunciato il completamento di un sistema antimissile che dovrebbe proteggere i punti sensibili di Tokyo in caso di un attacco nordcoreano. Il sistema di intercettatori Patriot Advanced Capability 3 (PAC3) difenderà in particolare i palazzi governativi, intercettando e distruggendo missili fino a un raggio di 20 km. L'esigenza di un sistema antimissile che protegga la capitale giapponese è diventata più urgente dopo il luglio del 2006, quando la Corea del Nord ha scosso le acque del Mar del Giappone con il lancio di sei missili balistici, destando preoccupazioni sul mantenimento della pace tra i suoi vicini asiatici.

L'implemento del sistema PAC3 è l'ultimo passo nella militarizzazione che il Giappone ha avviato con accortezza dagli anni '90 a oggi. Costretto dall'Articolo 9 della Costituzione imposta dagli Stati Uniti nell'immediato dopoguerra a "rinunciare per sempre alla guerra...ed alla minaccia o all'uso della forza, quale mezzo per risolvere le controversie internazionali", il Giappone per decenni non ha potuto mantenere forze di terra, mare o aria. La sola forza militare permessa è stata l'Esercito di Difesa Nazionale (Japan Self Defence Force), istituito per difendere il territorio nazionale da eventuali attacchi. La politica estera del paese è stata dettata dalla famosa "dottrina Yoshida", dal nome del primo ministro che la concepì. Fondandosi sul ricorso alla protezione militare degli USA, la "dottrina Yoshida" ha escluso il paese dalla partecipazione ai meccanismi delle alleanze internazionali, salvaguardandolo da scelte diplomatiche complesse. Ha inoltre rassicurato i paesi vicini contro un possibile riarmo nipponico, ottenendo così la riapertura dei loro mercati, ed è servita ad avvantaggiare l'economia nazionale, grazie all'assenza di spese militari.

Tuttavia, negli anni novanta, la situazione è cominciata ad cambiare, anche a causa delle pressioni statunitensi. L'articolo 9 è stato messo sotto accusa come strumento per proteggere la posizione del paese nell'ambito della politica internazionale: protetti dall'ombrello statunitense, i giapponesi non dovevano nè potevano sporcarsi le mani nell'intricato gioco di alleanze politiche e decisioni diplomatiche. Continue pressioni da parte dell'alleato più stretto a passare da "free rider" ad un ruolo politicamente e militarmente più attivo, hanno fatto si che i giapponesi stirassero laddove possibile le interpretazioni dell' Articolo 9. Il risultato è che oggigiorno il Giappone è il quarto paese per spese militari (dopo Stati Uniti, Cina e Russia) e le JSDF sono una delle forze militari più moderne al mondo.

Dal 1993 il Giappone è stato coinvolto in diverse operazioni militari, principalmente di mantenimento della pace. Tra queste ci sono l'invio di truppe in Cambogia, Mozambico, alle altezze di Golan, Rwanda, Zaire Bosnia, Timor Est e Honduras, e la partecipazione alle missioni sotto l'egida dell'ONU in Afganistan e, per due anni e mezzo, in Iraq dopo l'invasione statunitense. Nel gennaio 2007 una legge ha dotato ufficialmente il paese di un Ministero della Difesa, fortemente voluto dal premier Shinzo Abe, con l'obbiettivo implicito di scrollarsi di dosso l'appellativo di "gigante economico e nano politico".

Nondimeno, è presumibile che l'attuale riarmo giapponese sia strettamente connesso alla crescente minaccia costituita dalla Cina. I rapporti tra i due paesi nel dopoguerra sono stati infatti tutt'altro che rosei. Le visite annuali dell'ex primo ministro nipponico Junichiro Koizumi al santuario scintoista Yasukuni hanno considerevolmente offeso la sensibilità cinese (nel santuario sono sepolti anche criminali di guerra), così come i famigerati libri di testo nipponici, accusati di sorvolare sui misfatti compiuti in Asia dai giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale (in alcuni di questi libri, ad esempio, il "massacro di Nanchino" diventa "l'incidente di Nanchino"). Per tutta risposta, i cinesi hanno posto il veto all'ingresso del Giappone come membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, accusandolo di revisionismo storico.

Nel frattempo, il Giappone ha recentemente espresso preoccupazione per la prova missilistica effettuata l'11 gennaio scorso da cinesi nello spazio e che sembra possa dare inizio ad un "salto di qualità" delle forze armate cinesi. Come ricordato dal reporter del Jane's Defence Weekly Robert Karniol alla BBC, è ammissibile che sia più facile per Tokyo giustificare la crescente militarizzazione con la necessità di protezione dal pericolo nordcoreano, piuttosto che non creare allarmismi su una possibile minaccia cinese. Se questa supposizione pare plausibile, è anche legittimo pensare che la classe politica al potere, conservatrice e nazionalista, perfettamente rappresentata dal premier Shinzo Abe, stia tentando di bilanciare il dinamismo economico del paese con una politica internazionale di più alto profilo. È possibile che il Giappone si sia stancato del suo "nanismo" militare cronico e, di fronte alle emergenti potenze asiatiche, abbia deciso di perseguire in questo modo il posto che gli spetta tra i grandi.


Ameriga Giannone
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