Global warming: quali i rischi per la Cina?

Global warming: quali i rischi per la Cina?
11 Aprile 2007
PECHINO: Il 6 aprile è stato diffuso il "Summary for Policymakers" (file .pdf) del rapporto Onu sul cambiamento climatico. Il documento è stato approvato a Bruxelles da un conclave composto da più di cento Paesi, ma tra i più restii a dare il proprio benestare - con Usa, Russia e Arabia Saudita - c'è anche la Cina.
Si è formato così un fronte che ha cercato di ritardare e smussare le conclusioni del rapporto. Paradossalmente, si tratta di Paesi dagli interessi non omogenei: la Cina infatti è già il secondo inquinatore mondiale dopo gli Usa, ma solo in valori assoluti. Se si calcolano le emissioni pro capite, ogni americano produce 5,5 tonnellate di carbonio all'anno, ogni cinese solo 0,7. La media mondiale è di 1.07 tonnellate annue e, giusto per intenderci, ogni italiano ne produce 2,1.
Proprio questa disomogeneità è alla radice dei disaccordi in sede di approvazione. Posto che bisogna tagliare le emissioni del 60 per cento, quale criterio va usato? Se si considera l'inquinamento pro capite, gli americani dovrebbero ridurre di molto i propri consumi, mentre i cinesi potrebbero addirittura aumentarli. Viceversa, un calcolo delle emissioni di ogni singolo Paese in valori assoluti, addolcirebbe la posizione Usa e andrebbe a intaccare significativamente le speranze di allargamento dei consumi dei cinesi. Speranze sulle quali si gioca anche buona parte della sopravvivenza politica della nomenklatura di Pechino.
Al di là dell'aspetto strettamente politico, la Cina è comunque tra i Paesi che più devono temere gli effetti del global warming. Già oggi, si calcola che i danni all'ambiente incidano per il 7% sul suo Pil.
E il rapporto Onu mette nero su bianco ciò che tutti sanno.
Si fa per esempio esplicitamente riferimento ai ghiacciai himalayani che, sciogliendosi, provocheranno inondazioni e dissesto idrogeologico per i prossimi tre decenni. In seguito il problema diventerà invece proprio la riduzione dei ghiacci e la diminuizione della portata dei fiumi. Il calo dell'acqua disponibile, l'aumento della popolazione e la trasformazione delle abitudini collettive - con maggiori consumi idrici pro capite - determinerà un'emergenza acqua che, con i cinesi, colpirà circa un miliardo di persone in tutta l'Asia, entro il 2050. Ci sarà poi il problema dell'innalzamento del livello dei mari che, per quanto riguarda la Cina, interesserà soprattutto la costa orientale e quella meridionale, minacciando metropoli come Shanghai e Hong Kong. I delta dei grandi fiumi potrebbero trasformarsi in immense paludi, riducendo ulteriormente le aree abitabili e coltivabili.
Il rapporto Onu non fa accenno al problema della desertificazione avanzante. Pechino ha predisposto un piano di deviazione dello Yangtze che dovrebbe portare acqua alle zone settentrionali più aride. La Cina ha addirittura ridotto la propria produzione di legname, nel tentativo di non distruggere ulterioremente le foreste, unica barriera naturale contro tempeste di sabbia che arrivano fino al Giappone e, addirittura, alle Hawai.
Tuttavia, il documento approvato a Bruxelles è per ora una "riduzione per politici" che indica solo le tendenze più generali.
Ricorda però che la diminuizione delle risorse naturali disponibili, causata del global warming, renderà sempre più intensivo lo sfruttamento di quelle residue: sarà ancora più problematico percorrere uno sviluppo sostenibile.


Gabriele Battaglia
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