NEW DELHI: Nel Paese che delle contraddizioni è sovrano può anche succedere che oltre la metà della popolazione rurale viva senza accesso diretto all'energia elettrica, e ciò nonostante la capacità produttiva energetica globale della nazione stia conoscendo un vertiginoso aumento. Si potrà facilmente osservare che i due dati sono strettamente collegati, considerando che la crescente domanda energetica si nutre del vistoso gap ereditato dai decenni precedenti.
In questo contesto il governo indiano si sta muovendo su molteplici fronti: da una parte cerca alleanze oltre confine con partner più o meno inaspettati (l'India, come la Cina, è in corsa per garantirsi l'appoggio del Tajikistan per la fornitura di gas), dall'altra si impiegano ingenti risorse per sviluppare fonti alternative, mentre da un terzo lato ancora si spinge affinché vengano maggiormente adoperate le tradizionali fonti energetiche (in prima linea vi è il carbone) in modo da poter far fronte al fabbisogno interno nel brevissimo termine.
Tutto questo avviene mentre il governo annuncia che, con molta probabilità, entro il 2015 l'energia per i propri cittadini diverrà sensibilmente più economica, e che tutti gli indiani potranno accedere alla preziosa risorsa con costi contenuti.
Opinione diffusa ritiene che questa dichiarazione (per la verità, l'ultima di una lunga serie) non sia semplice e pura propaganda: l'India pare avere realmente a cuore la questione energetica, tanto da esser stata l'unica nazione del Pianeta a dedicare alle risorse alternative un ministero (il Ministero delle fonti energetiche non convenzionali, o MNES, Ministry of Non Conventional Energy Sources) e incaricare un ente, il CPRI (Central Power Research Institute), di trovare le fonti energetiche più convenienti per fornire, in tempi rapidi, l'accesso a una migliore erogazione energetica al numero più elevato possibile di persone.
Se sull'importanza attribuita al tema dal governo indiano non si discute, si deve invece esaminare "come" l'obiettivo dell'economicità energetica verrà raggiunto nei prossimi otto -- dieci anni. Perché se è vero che la situazione attuale indiana non è tra le più sfavorevoli del continente, è altrettanto vero che non la si può nemmeno annoverare tra le più rosee.
La fonte principale energetica è ancora il carbone, risorsa talmente presente e apprezzabile che neanche gli scienziati più anticonformisti osano scalzarla dal primo gradino del podio per i prossimi anni. L'energia indiana si basa sul carbone, e così sarà anche nel prossimo futuro. Occorre, ovviamente, sostituire in progressione tale appiglio energetico, che sebbene presente in grandissime quantità, sarà probabilmente oggetto di un uso sfrenato (secondo alcuni analisti nei prossimi cinque anni il suo utilizzo potrebbe addirittura raddoppiare), che porterà lo stesso ad un rapido esaurimento graduale.
Partendo da questo punto fermo, occorre analizzare in che modo il governo riuscirà a soddisfare i propri piani di crescita energetica: la "potenza produttrice" del subcontinente è attualmente superiore a 130.000 MW, un numero che le previsioni per i prossimi dieci anni danno come più che duplicato. Come, dunque, raggiungere la capacità energetica di 300.000 MW conciliando lo sviluppo delle risorse alternative?
In luogo di una risposta vi è una sorta di "roadmap" che l'India sta sviluppando grazie al già citato CPRI, centro di ricerca autonomo nato nel 1960 e artefice di oltre 300 progetti e di 25 tecnologie in uso. Il CPRI sta approfondendo un piano di sviluppo delle fonti energetiche alternative per sostenere un settore -- quello energetico -- che necessita al più presto di un miglioramento sensibile sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo, e che possa garantirgli la produzione e l'utilizzo di tecnologie energetiche pulite nei prossimi anni del ventunesimo secolo.
Considerando la rapida crescita della nazione, e l'altrettanto rapido deperimento di alcune fonti energetiche non rinnovabili (o parzialmente rinnovabili), gli scienziati del CPRI hanno indicato una scala di crescita dell'energia rinnovabile, una specie di diktat che costringerebbe il governo a incrementare l'utilizzo dell'energia solare di circa il 25% annuo, e dell'energia eolica di circa il 30%. Tali numeri paiono in parziale controtendenza: mentre l'India è tra le prime cinque nazioni del mondo nell'utilizzo dell'energia eolica, è invece indietro per quanto riguarda l'energia solare, sebbene i rilevanti investimenti degli ultimi anni gli stiano facendo scalare numerosi posti nella classifica.
Sforzi simili sono stati compiuti nell'installazione dei pannelli fotovoltaici, ora diffusi anche in numerosi villaggi oltre che in alcuni insediamenti urbani, spesso laddove la rete energetica tradizionale ha scarsa potenza o eroga con bassa qualità. È ancora da segnalare un altro interessante progetto, sempre ad opera del CPRI, che ha messo a punto il primo centro asiatico di ricerca e sviluppo sulle vibrazioni da terremoto (EEVCR -- Earthquake engineering and vibration research center), unico centro di questo tipo equipaggiato per fare ricerche, test e servizi di consulenza nelle aree tipicamente a rischio sismico.
Ma vi è un'altra annosa questione, ancora una volta legata alle caratteristiche dell'economia indiana. Il 20% del totale della produzione energetica (oggi circa 30.000 MW degli attuali 130.000 MW) sono monopolizzati dai consumi del settore agricolo indiano. Una percentuale importante, che non sorprende se collegata all'esistenza di oltre quattro milioni di punti irriganti connessi alla rete energetica nazionale. Agli attuali quattro milioni, altri 600.000 punti dovrebbero essere aggiunti alla rete nei prossimi anni, generando ulteriori consumi energetici.
Nonostante tutto, il governo si dice ottimista sul raggiungimento dell'obiettivo datato 2015: energia meno cara per tutti gli indiani. Ma, ci si chiede, basteranno gli impegni appena ricordati?





