MILANO: Penso che Milano porterà sempre un posto nel mio cuore. E' la città in cui mi sono laureato, in cui ho cominciato la mia carriera professionale ed in cui ho cominciato a mettere su famiglia.
Per me è stato quindi un duro colpo personale sapere dei disordini successi a Milano in via Paolo Sarpi, anche se non è stata una completa sorpresa. Nei miei contatti con parenti ed amici ho spesso sentito del continuo deterioramento della situazione, a causa di anni di assenza di politiche adeguate, durante i quali, per esempio, si sono rilasciate licenze commerciali nella zona per poi penalizzarle con restrizioni varie, e quindi era purtroppo prevedibile che le tensioni accumulate potessero all'improvviso esplodere anche per un episodio, una multa, in un altro contesto irrilevante.
Ma analizziamo il caso milanese, anche in relazione a quanto succede in altre parti d'Italia.
Zona franca o strumentalizzazione
Il sindaco di Milano Letizia Moratti, commentando a caldo i fatti, ha affermato che non è possibile tollerare l'esistenza di una zona franca.
Ma le attività commerciali sono costituite a fronte di regolari licenze commerciali, e quindi parlare di zona franca è improprio.
Ed i controlli in zona sono anche più frequenti che in altre zone. La percezione della comunità cinese, anzi, è che questi controlli siano selettivi, volti a colpire soprattutto i commercianti cinesi, ed i provvedimenti prospettati, come la pedonalizzazione della zona, studiati senza tenere in conto di un'intera categoria della zona.
E che forse vi sia del vero in questa percezione si può vedere anche nel video, girato da studenti della scuola di giornalismo dell'Univ. Cattolica, che mostra un atteggiamento più conciliante dei vigili verso i trasgressori italiani rispetto a quelli cinesi.
L'esempio delle comunità cinesi in altre città
In altre città italiane le situazioni createsi a seguito di alte concentrazioni di cittadini di origine cinesi hanno portato agli stessi problemi, ma i maggiori canali di dialogo aperti dalle istituzioni hano portato a risultati diversi rispetto a quelli milanesi.
L'esempio più eclatante è quello dato da una città di piccole dimensioni, Prato, con un'altissima percentuale di cittadini di origine cinese.
Se a Milano la percentuale dei cittadini milanesi di origine cinese è inferiore all'1% del totale, nel caso di Prato tale percentuale sale intorno al 5% della popolazione totale, senza contare i moltissimi comuni tra Prato e Firenze che comunque gravitano nell'area.
Ma la via del dialogo ha sicuramente contribuito a stemperare le tensioni esistenti, che viste le percentuali in gioco sarebbero potenzialmente maggiori rispetto a Milano.
E così, per esempio, il primo membro della Confindustria di origine cinese, è il proprietario di un'azienda che lavora nel tessile proprio nell'area pratese.
E nella biblioteca di Empoli, piccolo comune della provincia di Firenze, la locale biblioteca esibisce una sezione dedicata alla Cina, e persino dei titoli originali in lingua cinese.
Un altro caso emblematico è dato dall'esperimento delle elezioni per i consiglieri aggiunti a Roma.
Quest'anno il presidente della consulta comunale dei cittadini stranieri di Roma è proprio un cinese, sfatando il luogo comune che vuole la comunità cinese chiusa al resto della società civile.
E sebbene la zona dell'Esquilino a Roma abbia un'alta concentrazione di attività commerciali cinesi, nello stesso territorio sono ospitate moltissime altre comunità etniche, e gli stessi cinesi stanno comunque delocalizzando in altre aree della città alcune delle proprie attività commerciali.





