Immigrazione: un modello europeo per il Giappone?

Immigrazione: un modello europeo per il Giappone?
24 Aprile 2007
TOKYO: La conferenza sull'immigrazione tenuta dalla Delegazione dell'Unione Europea in Giappone ad Hakone il 7 e 8 aprile scorso ha riaperto il dibattito sull'ingresso degli stranieri nel paese del Sol Levante. L'evento, aperto ad una ventina di giornalisti, è stato organizzato per creare un tavolo di discussione sulla possibilità di usare il modello europeo di integrazione anche in Giappone. Nel paese, che ha una popolazione di 128 milioni di abitanti, vivono circa 2 milioni di stranieri registrati. Questo numero è decisamente basso se si considerano gli standard degli altri paesi industrializzati: in Italia, la cui popolazione è meno della metà di quella giapponese, gli stranieri registrati sono circa 2 milioni e mezzo, con almeno un altro mezzo milione di irregolari presenti.

Secondo quanto dichiarato dai rappresentati della Delegazione presenti ad Hakone, l'invecchiamento della popolazione e il calo delle nascite daranno origine presto ad una carenza cronica di forza lavoro. Pertanto, per mantenere alto il livello di crescita economica e la qualità di vita, il Giappone necessita di almeno 3 milioni di lavoratori immigrati nei prossimi anni. Ciò nonostante, l'opinione pubblica del paese sembra essere riluttante all'ingresso di lavoratori stranieri, per motivi che vanno dalla xenofobia alla minaccia del terrorismo. Di conseguenza, anche i politici hanno finora evitato di confrontarsi con la questione, che invece si fa sempre più pressante.

In Europa, a detta dei rappresentanti della Delegazione, ci si sta avviando verso un processo di "comunitarizzazione" dell'immigrazione, attraverso la formulazione di Trattati che hanno gettato le basi per una politica comune. Tuttavia, i Trattati dell'Unione Europea si limitano a dare delle direttive generali sulla gestione del flusso degli immigrati, direttive che sono quindi lasciate all'interpretazione sostanzialmente arbitraria di ogni singola nazione (come dimostrato dalla famigerata Bossi-Fini). Per questo motivo, secondo Claude Moraes, membro del parlamento europeo, l'esempio che il Giappone dovrebbe seguire è più specificatamente quello della Svezia e della Finlandia, paesi dove si è raggiunto un livello positivo di integrazione sociale. Nondimeno, che i paesi del nord Europa possano costituire un modello valido è un'asserzione quanto mai contestabile.

A detta dell'antropologa Unni Wikan infatti, il modello svedese finisce in realtà per impedire l'inserimento degli extra-comunitari nella società. Nel famoso libro "Il tradimento generoso, le politiche della cultura nella nuova Europa", la studiosa critica il ruolo del welfare state in diversi paesi dell'Europa del nord, dove le politiche di supporto statale finiscono per sfavorire l'integrazione degli stranieri. Supportati in maniera quasi totale dall'assistenza pubblica, infatti, gli immigrati sono meno motivati a cercare un lavoro e ad imparare la lingua del posto, finendo così per auto-ghettizzarsi nei quartieri preposti ad ospitarli.

Inoltre, come sottolineato dalla direttrice dell'Istituto per le Politiche dell'Immigrazione di Washington Kathleen Newland all'autorevole settimanale The Economist, in Europa si assiste ad un trattamento degli immigrati che impedisce la loro integrazione nel mercato del lavoro. Negli Stati Uniti, gli americani sono attenti a proteggere il loro welfare state dalle richieste degli stranieri, ma lasciano aperte le porte del mercato del lavoro. Al contrario, le politiche europee proteggono il mercato del lavoro dagli extra-comunitari, ma lasciano aperte le porte dell'assistenza pubblica. La conseguenza è che mentre in Europa gli immigrati hanno diversi vantaggi assistenziali, ma faticano a trovare un impiego che non sia in nero, in America persino gli immigrati illegali trovano facilmente lavoro, ma è quasi impossibile per loro ottenere benefici assistenziali o case statali. Il risultato è che negli Stati Uniti il dibattito politico è centrato sugli immigranti illegali, mentre quelli legali non sono avvertiti come una presenza scomoda. Al contrario, in Europa si ha la sensazione che persino gli immigrati legali, che fanno lavori che gli europei non farebbero più e garantiscono una manodopera a basso costo, siano un peso per la società.

Dal canto suo, il Giappone vede ancora i lavoratori stranieri come una minaccia, e non una risorsa.
Come ricordato al Japan Times da Masanori Naito, professore all'Università Hitotsubashi: "In Giappone non esiste il concetto di 'immigrante', e quindi non ci sono 'politiche per l'immigrazione'. Al contrario, ci sono politiche che hanno a che fare con gli 'alien' non con gli immigranti". In un paese dall'alto tasso di omogeneità etnica, gli stranieri vengono accusati di contribuire all'aumento dei crimini e dell'insicurezza sociale. Vale la pena di ricordare che semplicemente l'avere origini coreane è ancora oggi in Giappone un motivo di emarginazione e discriminazione razziale.

Se, pertanto, rimangono forti dubbi che il modello Europeo proposto ad Hakone sia realmente valido e attuabile in Giappone, d'altro canto è inopinabile che l'ingresso di un maggior numero di lavoratori stranieri diventi presto la conditio sine qua non per il mantenimento dell'alta qualità di vita del paese. Oltre a ciò, le politiche governative dovrebbero spingere verso una vera integrazione sociale degli immigrati. Questo è un obbiettivo anzitutto etico per un paese che tanto ha beneficiato e beneficia dei processi di globalizzazione, di cui l'immigrazione è nient'altro che l'orma lasciata al suo passaggio.


Ameriga Giannone
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