Abe negli USA fra scuse ufficiali e sottile diplomazia

Abe negli USA fra scuse ufficiali e sottile diplomazia
30 Aprile 2007
TOKYO: E' stata la prima volta di Abe negli Stati Uniti, la visita ufficiale che ha visto il primo ministro giapponese, neoerede del governo Koizumi, protagonista delle tanto attese dichiarazioni ufficiali da Washington il 26 e il 27 aprile scorso, fra una passeggiata e l'altra con G.W Bush nei giardini di Camp David.

Un incontro atteso, quello di Abe e Bush presso la Casa Bianca, che è arrivato in terza posizione solo dopo la visita ufficiale del ministro giapponese in Cina e in Sud Corea. Un gesto che ha spiazzato l'opinione pubblica e dei media e che ha, inizialmente, posto Abe sotto la luce di riflettori diversi da quelli che hanno illuminato per oltre quattro anni la figura di Koizumi. Si è parlato di gesto rivoluzionario, in controtendenza alla linea tradizionale della destra giapponese. Si èè, difatti, vociferato più volte all'interesse del primo ministro di rivalutare la priorità delle amicizie politiche in ambito internazionale, in funzione di un progetto di rafforzamento del dialogo e delle relazioni economiche fra vicini Paesi asiatici. E così sembrava, con stupore di politologi, timore di burocrati americani, e antipatia di colleghi conservatori; ma poi ecco ritornare la rigidità di alcune affermazioni dal respiro reazionario, la linea dura nei confronti di Pyongyang, il freno al tavolo del Six Party e l'imbarazzo di alcune parole dette e non dette sulla questione delle "Confort Women".

Ecco allora la necessità di chiarire la direzione del proprio governo e di rafforzare la posizione di coerenza diplomatica nei confronti di alcuni storici alleati come il partner americano. Nelle giornate del 26 e del 27 aprile scorsi Abe ha compiuto la sua prima uscita diplomatica negli USA con la ferma intenzione di chiarire alcuni punti considerati poco chiari non solo dai media e dagli oppositori politici ma anche da quelli che da sempre si sono presentati come partners e sostenitori della politica filogiapponese, USA in primis. Ritorna innumerevoli volte, difatti, sulla stampa giapponese, il richiamo del Congresso degli Stati Uniti al governo giapponese nella necessità di fornire "scuse pubbliche" in tono chiaro e ufficiale alle vittime dei crimini d'abuso sessuale compiuto dalle truppe giapponesi durante la seconda guerra mondiale nei confronti di giovani donne principalmente coreane e cinesi. Atti che, secondo, un'affermazione di Abe, pronunziata di sfuggita e malauguratamente a marzo, non sussisterebbero e non sarebbero stati compiuti con coercizione da parte degli ufficiali. Al vespaio che ne seguì, Abe rispose con un discorso di scuse atto a chiarificare un disguido interpretativo (si veda a tal proposito l'approfondimento "Abe torna a chiedere scusa" Corriere Asia del 19 marzo 2007). Al semplice discorso apologetico di Abe trasmesso sulla tv giapponese, ha fatto perciò seguito il discorso a fianco di Bush, di fronte ai leaders del Congresso e la dichiarazione di responsabilità storica del proprio paese per i crimini commessi. "Come individuo e come primo ministro voglio esprimere solidarietà dal profondo del mio cuore" ha affermato Abe giovedì scorso.

Al centro delle conversazioni dei due capi di Stato ha rivestito un ruolo centrale la condivisione di posizioni in merito alla questione nord coreana. Le parole di Bush hanno fatto eco alla rigidità della linea assunta da mesi dal governo Abe. "Gli aderenti al tavolo del six-party dimostrano coerenza e pazienza" afferma Bush "ma questa ha un limite", conclude riferendosi all'accanimento nord coreano nel ritardare il programma di disarmo nucleare di Yongbyon, considerato necessario per lo sblocco di fondi nord coreani congelati in alcuni istituti di credito.
La linea delle argomentazioni supportate da Abe all'attenzione americana, però, continua a focalizzarsi sulla questione dei civili giapponesi rapiti dai servizi segreti coreani e deportati in Nord Corea. La risposta americana è prevedibilmente conciliante: gli USA accettano di farsi carico della "crociata" giapponese, così come l'hanno definita alcuni editoriali della stampa americana, solo nel momento in cui il Giappone coglierà la portata del compromesso ed eliminerà Pyongyang dalla lista nera dei governi terroristi. Tessera del puzzle che pare realmente mancare al quadro delle trattative di Hanoi, per cui, ricordiamo, grandi energie e slanci politici si sono spesi dalla parte americana. E' sottile ma chiara la condizione di fondo: per evitare il fallimento totale delle trattative e il fiasco americano bisogna sacrificare un po' di orgoglio politico e scendere al compromesso. Ed è proprio nel clima del compromesso politico che poi la controparte americana alleggerisce il peso della richiesta attraverso il diretto coinvolgimento emotivo alla questione coreano --giapponese "Nessuna considerazione sulle vie che saranno da prendersi può nascondere i miei più sinceri sentimenti di compartecipazione per la questione degli ostaggi giapponesi" spiega Bush facendo riferimento al suo incontro con Sakie Yokota, madre di Megumi Yokota, ostaggio giapponese in Nord Corea.
Sono questi i casi in cui la politica si mescola al sentimentalismo e spesso impedisce di scindere la linea del pragmatismo e della coerenza d'intervento dalla demagogia e dalla parodia diplomatica.

Alla dichiarazione americana di sostegno nella disputa Tokyo -- Pyongyang , Abe risponde con il via libera al contributo del proprio governo e delle forze militari della Self Defence Force (Jieitai) per le missioni in Iraq. Nel fare ciò, il ministro giapponese sottolinea l'intenzione del proprio esecutivo a formulare una definizione chiara di "forza militare", tale da rendere il Giappone un Paese in tutto e per tutto sicuro e autorevole anche sotto il profilo del diritto militare alla difesa dei propri confini. Riflessione che richiama alla necessità della modifica costituzionale imposta dagli Usa alla nazione giapponese, reduce della sconfitta al termine della seconda guerra mondiale. Riforma costituzionale che è augurata e appoggiata dalle file di conservatori, nazionalisti e dalla Nippon Kaigi (associazione para politica dall'anima reazionaria e nazionalista a cui appartiene oltre il 60% dei parlamentari del Partito Liberal Democratico giapponese, fra cui lo stesso Shinzo Abe, membro dichiarato fino alla sua nomina a primo ministro), ma che è guardata con apprensione dai moderati e soprattutto da gran parte dell'opinione pubblica giapponese.

Altra discussione affrontata dai due leader ha visto porsi l'accento sulla questione ambientale. Consapevole dal fatto che gli Usa hanno rinunciato a ratificare il protocollo di Kyoto per quanto concerne le disposizioni inerenti all'emissione di gas nocivi, la presenza giapponese ha sottoposto all'attenzione americana un documento programmatico che invita gli USA ad aderire a un progetto di rispetto ambientale da attuarsi con la fine del protocollo di Kyoto nel 2012, dal titolo ""energy security, clean development and measures to fight climate change,". Lo scopo è quello di partire con un programma di cooperazione tecnica per arrivare a un vero e proprio traguardo di sicurezza ambientale con l'appoggio della potenza americana. Bush, sempre nella logica della legge diplomatica del "do ut des" fa eco al documento sull'ambiente sottoposto da Abe con la richiesta d'incoraggiamento del mercato giapponese alle importazioni delle carni americane. A partire dal 2003 difatti, il Giappone ha rialzato il numero dei controlli sulle carni americane partendo direttamente dai macelli in America. Il tutto è avvenuto in seguito alla scoperta di capi di bestiame colpiti dal morbo della mucca pazza in America. Il fatto venne seguito con apprensione dall'opinione pubblica e fu accompagnato dall'esigenza giapponese di rialzare i controlli e i limiti sulle importazioni, con una perdita per il mercato americano di oltre il 50% delle esportazioni in Giappone. L'incitamento a rassicurare i consumatori giapponesi parte da tavola, nel pranzo ufficiale alla Casa Bianca, in occasione del quale Bush ha offerto ad Abe un mega hamburger d'origine bovina targata USA.


Paolo Cacciato
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