Protesta a Tokyo: sfilata contro Abe

Protesta a Tokyo: sfilata contro Abe
3 Maggio 2007
La prima settimana di maggio è conosciuta in Giappone come Golden Week. Un settimana preziosissima difatti, dato che, nell'arco di sette giorni si concentrano ben quattro feste nazionali, permettendo agli instancabili lavoratori giapponesi di godersi qualche giorno di yasumi (riposo). Sono gli studenti, in particolar modo, a vivere con più piacevolezza la settimana, godendo del ponte che prolunga il riposo fra i giorni di festa.
Ma questo primo maggio, Tokyo l'ha vissuto all'insegna della protesta popolare contro il governo, a seguito della visita ufficiale del primo Ministro Shinzo Abe a Washington, la scorsa settimana.

Oltre 3 km di corteo è quello che ha affollato una delle vie principali del centro di Kichijoji, popolarissimo quartiere nella città di Musashi qui nelle immediate vicinanze della capitale giapponese. La manifestazione ha avuto inizio in metà mattinata, quando migliaia di persone si sono radunate nelle vicinanze del grande parco pubblico di Inokashira, nella città di Mitaka. Dal palco personalità politiche locali, rappresentanti d' associazioni di categoria, insegnanti e coordinatori d'associazioni scolastiche, presidenti di clubs sportivi e associazioni culturali hanno fatto sentire il loro no, lanciando al suono dei tradizionali taiko, il loro motto di disapprovazione.

Si protesta contro la revisione della Costituzione e la modifica dell'articolo nove che sancisce il ruolo assolutamente pacifico del Giappone smilitarizzato di fine Seconda Guerra Mondiale. Abe ha fatto dell'ambiziosa riforma costituzionale il suo cavallo di battaglia e ha più volte richiamato alla necessità di fornire al Paese una struttura costituzionale conforme al livello di sviluppo economico e di rilevanza internazionale rivestito dal Giappone negli ultimi cinquant'anni. A tal proposito si inserisce l'approvazione della legge sul referendum popolare per la modifica del testo costituzionale passata in Parlamento già il 13 Aprile. Abe sta adattando perciò la macchina burocratica giapponese per permettere di avviare il lento e difficile programma. Non piace a molti giapponesi l'intenzione del governo di trasformare le forze di Auto Difesa (Jieitai) in un vero e proprio esercito, previsto e tutelato da costituzione e in grado di partecipare autorevolmente alle missioni ONU e di difendere la posizione internazionale del Giappone da possibili attacchi o minacce. Se Koizumi aveva riaperto la questione inviando 600 militari in Iraq, Abe sottolinea la primaria necessità di tutela militare continuando a commentare con toni duri e di grande perplessità l'atteggiamento non collaborativo della Corea del Nord nel dialogo internazionale. Questione delicata, che è emersa al tavolo dei negoziati di Hanoi e che Abe ha prontamente fatto presente al presidente Bush durante la visita ufficiale alla Casa Bianca nei giorni scorsi. Il timore giapponese nella realizzazione dell'inferiorità militare sembra emergere ancora più nel confronto con la Cina che da diversi anni sta aumentando gli investimenti per l'esercito. Il timore comune è quello che il Giappone voglia dimostrare un'immagine più sicura e sfacciata di sé, venendo a perdere quel rispettato ruolo di neutralità militare e di pacifica difesta che storicamente l'ha accompagnato per cinquant'anni.

Alla sfilata di protesta partecipano associazioni pacifiste, soprattutto provenienti da Hiroshima e Nagasaki a ricordo del disastro della bomba "I nostri genitori sono hibakusha, sappiamo bene cosa significa la guerra. Siamo ancora in vita per dire no all'esercito, no al nucleare, il nostro è un Paese di pace" ripetono più volte i megafoni dell'associazione per il ricordo dei bombardamenti di Hiroshima, seguendo un camion su cui è montata una struttura a forma di carro armato con la bandiera del Sol Levante issata da Abe.

Ma ad aprire il corteo è un altro grande carro di carnevalesca memoria, che vede un enorme Bush alto 3 metri circa tenere sotto di sé, come marionette, l'ex premier Koizumi mentre quest'ultimo, ancor più sotto di sé, regge fra le gambe un piccolo "Abe fantoccio" attorniato dai propri ministri che giocano con missili, bombe e stracciano la costituzione. I giapponesi che assistono alla scena sorridono, e scattano foto vicino al carro incrociando le dita nel gesto di pace. Ma i toni sono tutti fuorché quelli del gioco. Sventola qualche bandiera del Partito Comunista (Kyosanto), accanto ad associazioni di categoria e ad insegnanti che protestano contro il disegno di legge annunciato dal primo ministro e avviato nella creazione di una vera e propria commissione , definita col termine di Consiglio per la ricostruzione del Giappone, guidato dal premio nobel Ryoji Notori, con lo scopo di rendere l'istituzione scolastica giapponese più competitiva, seria e soprattutto più rigorosa, come ha ricordato il premier in innumerevoli suoi interventi. "Siamo un' associazione trasversale che accomuna insegnanti, studenti e genitori delle scuole dell'obbligo del comune di Mitaka" mi racconta Yuki Ishida "i nostri figli si impegnano già moltissimo nello studio e i nostri insegnanti sono molto validi e preparati, non accettiamo cambiamenti in peggio e a discapito della serenità dei nostri ragazzi.". Il sistema educativo della scuola dell'obbligo giapponese è già famoso per ricchezza di contenuti e difficoltà, ma il premier vorrebbe un aumento di oltre il 10% delle ore di studio, un'intensificazione dei materiali e dei libri di testo, così come l'adesione ad una linea più rigida di insegnamento ed educazione.

Moltissime le donne presenti nei lunghi cortei di protesta. E' risaputo difatti come l'attuale governo stia attraversando un profondo calo di appoggi soprattutto dalla controparte femminile. Non hanno giovato le riflessioni poco gentili di alcuni personalità politiche del governo quando negli ultimi mesi hanno sminuito il ruolo professionale nonché individuale della donna giapponese. Il consolidato maschilismo dell'LPD ha conosciuto negli ultimo mesi un ulteriore rafforzamento con conseguenze che ben possiamo intuire fra le fila della protesta. "Non trascuriamo la famiglia per il lavoro" mi racconta Yumi Goto, professoressa di inglese "ma il governo non ci aiuta". Questo è il parere maggiormente diffuso fra le fila della protesta femminile: alla critica della destra al governo che accusa le donne d'interessarsi più alla carriera e ai guadagni che alla famiglia, chi protesta ricorda invece l'impossibilità di fare altrimenti in mancanza di una politica assistenziale valida e coerente. Sicuramente non ha giovato poi la gaffe diplomatica sulle "confort women" e la necessità di una pronta scusa richiamata a gran voce dal Congresso degli US in seguito al clima di accesa tensione internazionale ricreatasi con le vittime degli abusi soprattutto cinesi e coreane.

Se le ultime elezioni amministrative hanno dimostrato l'efficacia d'organizzazione di una componente politica affermata negli anni e strategicamente ben bilanciata, come lo è l'LPd, dall'altro aumentano continuamente i cori di dissenso per una politica che lascia di giorni in giorno perplessi migliaia di cittadini giapponesi.


Paolo Cacciato
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