India, paese da un trilione di dollari

India, paese da un trilione di dollari
9 Maggio 2007
NEW DELHI: L'India entra a far parte di un altro club esclusivo: è infatti la dodicesima nazione del globo a vantare un'economia che "vale" oltre un trilione di dollari. A dirlo è un recentissimo report di Credit Suisse, che sottolinea come in realtà vi sia anche un'altra India che vale un ulteriore trilione di dollari: è l'India dei cosiddetti NRI, gli indiani non residenti, un gruppo di 20 milioni di persone sparse in tutto il mondo che, grazie ad alcuni personaggi di spicco nel mondo industriale e commerciale, possono vantare una ricchezza complessiva pari al Prodotto Interno Lordo della stessa India.

Ma, nemmeno a dirlo, c'è chi osserva questi dati con velato pessimismo, ricordando in che modo si è giunti a tale valore così rapidamente, e sottolineando le difficoltà del mantenimento della "incredibile" crescita indiana. Senza avere la pretesa di esporre con ordine le numerose preoccupazioni che riguardano il subcontinente, si può senza alcun dubbio ricordare come particolarmente contrastanti siano le attente considerazioni riguardanti l'economia e la finanza indiana.

L'economia da un trilione di dollari, infatti, deve gran parte del raggiungimento di questo obiettivo al fortissimo apprezzamento della rupia nei confronti del dollaro, evento, questo, che ha fatto discutere di sé soprattutto nel mese di aprile, ed evento che gli analisti non hanno esitato a definire come "anomalo" e "sorprendente", visto che per l'intero scorso anno finanziario (che in India dura dal 1° aprile al 31 marzo) la rupia aveva guadagnato circa il 2,3% nei confronti della moneta americana.

La "anomalia" dichiarata dagli analisti è che, se si valutano esclusivamente i mesi di marzo e di aprile del 2007, l'apprezzamento della rupia nei confronti del dollaro è stato dell'8,5%: si può affermare in altre parole che in circa 40 giornate lavorative la rupia ha guadagnato oltre tre volte e mezzo in più di quanto aveva fatto in tutto l'anno finanziario conclusosi da qualche settimana.

Rupia eccessivamente forte o dollaro eccessivamente debole? Gli analisti sembrano propendere per una media tra le due considerazioni, anche se è oramai chiaro che la valuta americana continua a perdere terreno anche nei confronti di euro, sterlina e yen. Trova così più facile spiegazione l'interpretazione delle variazioni del cambio della rupia con le altre valute di importanza internazionale: da una parte la rupia ha guadagnato, nello scorso anno finanziario, il 2,7% nei confronti dello yen; dall'altra parte ha perso quasi il 7% nei confronti dell'euro, e quasi il 9% rispetto alla sterlina inglese.

Questo dato porta a ulteriori conclusioni riguardo ai futuri pericoli cui potrebbe incorrere l'economia del Paese asiatico. Le esportazioni dei prodotti del subcontinente nei Paesi in cui le transazioni avvengono in dollari hanno infatti subito un improvviso inasprimento dei prezzi. L'India, continuano ad osservare gli analisti, ha in questo caso agito con cautela e maturità finanziaria, anche per mano della Reserve Bank of India che -- come abbiamo più volte ricordato in precedenti articoli sul Corriere Asia -- sta facendo di tutto per evitare che l'apprezzamento della rupia e le conseguenze di ciò possano provocare un ulteriore aumento dell'inflazione. Non si può non accennare che l'obiettivo del Paese è quello di ridurre piuttosto drasticamente l'incremento dei prezzi: l'inflazione indiana si è invece avvicinata pericolosamente al 7%, una percentuale che le istituzioni finanziarie mondiali non considerano preoccupante (valutando, soprattutto, che l'economia indiana è una delle economie a maggior crescita del mondo in quanto a rapidità); così non la pensano evidentemente i governanti del subcontinente, che hanno l'obiettivo (sogno, per alcuni), di avvicinarsi alla soglia del 4% nel brevissimo tempo.

Le preoccupazioni degli analisti riguardano soprattutto tre settori, che potrebbero essere ulteriormente penalizzati dal forte apprezzamento della moneta nazionale: il settore dei servizi, quello dell'information technology e l'industria del tessile. C'è, insomma, il rischio che la bilancia commerciale subisca delle ripercussioni negative, dopo che negli ultimi dodici mesi si è assistito a un incremento delle esportazioni e delle importazioni di quasi il 25%.


Roberto Rais
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