India, piccole macchine e grandi affari

India, piccole macchine e grandi affari
25 Maggio 2007
NEW DELHI: Quello tra le "small cars" e gli indiani è un amore a prima vista. Poco importa che siano delle utilitarie tradizionali o che siano in realtà degli ibridi: ciò che conta è invece che il mercato delle piccole macchine pesa per circa 3/4 dell'intero mercato automobilistico del Paese, in cui la locale Tata Motors deve spartirsi il ruolo di attore principale con altri grandi leader internazionali, come l'industria giapponese Suzuki, o la coreana Hyundai.

Ai tre giganti del mercato indiano si aggiungono tuttavia schiere di agguerriti concorrenti che di anno in anno vanno ad ingrossare le fila dei competitors. Giusto per fare qualche nome famoso, si possono ricordare gli investimenti massicci e le nuove strategie operative di attacco (annunciate e/o realizzate) di General Motors, della Honda, della Nissan, o dell'italiana Fiat.

Come se non bastasse, altri quattro leader mondiali stanno guardando con sempre maggiore attenzione ai propri passi nel subcontinente e siccome si parla di Volkswagen, Mitsubishi, Toyota e BMW (recentemente artefici di altre manovre di livello internazionale), c'è da scommettere che il mercato automobilistico nazionale subirà qualche innovazione entro breve tempo.

Infine, ma non ultima come importanza, pare imminente l'ingresso indiano di una delle principali compagnie produttrici di autoveicoli dell'intera Cina, la Chery Automobile Co.

Quel che appare certo, al di là delle singole strategie e tattiche operative delle aziende del settore, è che la tendenza oramai conclamata è quella di immettere nel mercato automobili sempre più economiche, andando incontro alle esigenze della società indiana; se è vero che all'interno della struttura socio economica del Paese si assiste alla tanto sospirata crescita della middle class, è altrettanto vero che tale crescita è tuttavia troppo eterogenea, e che la stessa va sviluppandosi secondo ritmi e gusti a volte sorprendenti, rendendo inutile la riproposizione di strategie e modelli di vendita ampiamente sperimentati in occidente.

E così Tata Motors, che per ovvie ragioni di appartenenza pare essere la società maggiormente esperta nei movimenti indiani, sta per lanciare in grande stile una small car del costo di appena 2.500 dollari, mentre Suzuki si appresta a mettersi sulla stessa scia ampliando la propria produzione annua nel Paese da 800 mila autoveicoli a un milione. Un'altra casa giapponese, Honda Motor, investirà 245 milioni di dollari in una fabbrica nel Rajasthan, che avrà una iniziale capacità produttiva di circa 60.000 auto all'anno con un approccio specialistico per le small cars. La prima piccola macchina della Honda "made in Rajasthan" dovrebbe essere pronta nel 2009 (tuttavia l'azienda si può intanto consolare con l'iper produttività dell'impianto vicino a Nuova Delhi, dove vengono prodotte la Civic, la City e la Accord).

Stessa strategia per General Motors, che eppure in India non ha una grandissima esperienza in fatto di small cars. GM dovrebbe presto vendere nel subcontinente la sua prima mini car, la Chevrolet Spark, e nel frattempo sta investendo circa 300 milioni di dollari per costruire una fabbrica nello Stato occidentale del Maharashtra. Parole simili si possono spendere anche per Nissan, che valuta il lancio di un'ennesima small car prodotta nell'impianto di Chennai, che sembra destinato alla piena operatività solo dai primi mesi del 2009. Nell'elenco, infine, non possiamo che citare anche le manovre di Toyota e soprattutto quello della cinese Chery, che lancerà la sua Chery QQ ad un prezzo inferiore ai 4.000 dollari.

Insomma, sia che le compagnia sia cinese, giapponese, indiana o americana, l'obiettivo è sempre quello: mirare al segmento dei "nuovi lavoratori indiani", giovani (in un Paese con un miliardo di abitanti in cui più o meno una persona su due ha meno di 30 anni, non dovrebbero mancare!) che si affacciano al mondo del lavoro e che hanno un reddito da spendere, possibilmente, anche nel mondo dei motori.

E l'Italia? A quanto pare la Fiat non sta con le mani in mano, e dopo i recenti accordi con Tata Motors (documentati qualche settimana fa anche qui sulle pagine di Corriere Asia), cercherà di ritagliarsi un proprio spazio con la Grande Punto, sperando di fare meglio degli altalenanti risultati di vendita dei precedenti modelli immessi.

Gli spazi da conquistare, insomma, sembrano esserci tutti: la concorrenza è veramente tanta, ma se l'India confermerà le attese (dovrebbe diventare entro il 2030 il terzo mercato automobilistico del mondo, dopo Cina e Stati Uniti), ci sarà senz'altro la possibilità, da parte delle imprese europee, di conquistare una buona fetta della grande torta a motore.


Roberto Rais
Stampa la pagina Segnala la pagina

In prima pagina