NEW DELHI: Che la crescita economica indiana sia una delle più rapide del mondo, lo si è detto e ripetuto fino alla nausea. Forse però non ci si è soffermati abbastanza su alcune particolari conseguenze di tale boom economico, passate in secondo piano per disattenzione o, molto più spesso, perché non considerate determinanti.
Una di queste conseguenze è il nuovo esodo che vede per protagonisti i lavoratori indiani: seppure il flusso in uscita dal Paese asiatico sia ancora decisamente più ampio rispetto ai "ritorni" nella madre patria, diverse correnti in entrata stanno acquisendo le conformazioni di un rimpatrio tutt'altro che sgradito.
Spinta da alcuni settori fondamentali, infatti, la struttura dell'economia indiana sta aprendo nuovi spazi tecnologici per i lavoratori professionisti, e per quella forza economica nazionale che anni prima aveva varcato i confini in cerca di straniera soddisfazione professionale.
Diverse categorie di indiani migranti stanno insomma comprendendo di avere l'America in casa propria: un report di recente pubblicazione stima che sono circa 60.000 le persone originarie dell'India che hanno fatto ritorno nella terra d'origine negli ultimi anni, gran parte dei quali provenienti proprio dall'area che ha fatto dell'information technology la propria bandiera, la Silicon Valley.
A dirla tutta, il flusso migratorio parallelo che dagli Stati Uniti porta in India è caratterizzato da un trend piuttosto eterogeneo, e la Silicon Valley non è certo l'unica regione americana origine di tale migrazione. La differenza è che proprio nella Silicon Valley il fenomeno è più evidente, complice l'elevata specializzazione che contraddistinte i nuovi migranti.
Le stime per il futuro paiono confermare tale trend: entro il 2010 dovrebbero far ritorno a casa circa 40.000 altri lavoratori. Ci saranno ripercussioni per l'economia della Silicon Valley, che già di per sé deve fronteggiare altri problemi rilevanti? Alcuni potrebbero presto comparire -- dicono gli studi -- perché la forza lavoro della "valle" è composta per il 53% da stranieri, e un quarto degli immigrati che si sono stabiliti nella zona per svolgere lavori in compagnie scientifiche, tecnologiche e di ingegneria, sono di nazionalità indiana.
Nonostante ciò la Silicon Valley dovrebbe avere le spalle abbastanza grosse per godere di una sorta di turn-over "geografico", che gli consentirebbe di superare abbastanza brillantemente l'eventuale perdita di specificità tecnica. Per di più è stato rilevato che la stragrande maggioranza delle principali compagnie dell'IT hanno almeno un'operazione commerciale in corso, proprio nel subcontinente, creando quindi un'ulteriore collegamento tra le due nazioni.
Secondo gli analisti però il rischio estremo potrebbe essere un altro: paradossalmente, quelle stesse compagnie che hanno dato da lavorare agli indiani nella Silicon Valley potrebbero dar loro lavoro nella terra di origine. Sempre più spesso, infatti, le compagnie informatiche sono attratte dai bassi costi e dall'alta efficienza offerta dall'outsourcing indiano, elemento che potrebbe tradursi nel trasferimento di alcuni business aziendali in terra asiatica.
In questo, l'India sembra essere in testa alla lista delle mete preferite per l'outsourcing con il doppio vantaggio di poter sfruttare le risorse produttive ad elevato potenziale, ed entrare a far parte di un mercato mai così appetibile per la tecnologia: un miliardo e duecentomila persone, di cui quasi la metà è sotto i 25 anni.





