SEOUL: Una vasta risonanza ha suscitato in Corea del Sud il recente scambio di battute tra l'ambasciatore statunitense a Seoul, Alexander Vershbow, e il ministro per l'unificazione sud-coreano Lee Jae-joung in merito al rapporto tra il dialogo intercoreano e i colloqui a sei per la risoluzione della crisi nucleare nord-coreana.
L'attrito si è creato a seguito di alcune affermazioni di Vershbow sull'argomento riportate dalla stampa sud-coreana. Secondo il diplomatico americano, in considerazione della loro influenza su tutto lo scacchiere nord-pacifico, i due processi negoziali devono procedere di concerto and parallelamente nella cornice di una mediazione internazionale. Inoltre, ha aggiunto Vershbow che: "per continuare con successo il processo di denuclearizzazione della penisola e promuovere la pace sul confine è necessaria anche la mediazione internazionale, perché il programma atomico di Pyongyang mette a rischio la stabilità dell'intera regione asiatica".
La risposta coreana non si è fatta attendere e, dalle colonne del Korea Herald, Lee ha replicato che nel conflitto intercoreano gli unici due interlocutori di pace sono i governi di Seul e Pyongyang, in quanto sono loro a rappresentare i sentimenti di due popoli in guerra l'uno contro l'altro da oltre 50 anni. Con il suo intervento, oltre a rifiutare il parallelismo tra conflitto intercoreano e crisi nucleare nord-coreana, il ministro respinge anche la posizione degli ambienti conservatori nazionali, convinti che il dialogo intercoreano sia valido solo se si mantiene un passo indietro rispetto al processo di denuclearizzazione della Corea del Nord. A parere di Lee, i Colloqui a sei sul nucleare nord-coreano e il dialogo intercoreano, pur perseguendo il medesimo scopo (la nascita di una Corea unita e denuclearizzata), non possono identificarsi integralmente e coincidere, perché a una Corea del Nord senza armi nucleari potrebbe benissimo corrispondere una penisola coreana non unificata. Risolvere la questione nucleare, ha concluso il ministro, "non è tutto. Vi sono importanti questioni umanitarie, economiche e militari da prendere in considerazione, e solo noi abbiamo il diritto di farlo".
La reazione del governo di Seoul, tuttavia, non sembra aver offeso particolarmente Washington che infatti tende a minimizzare. Secondo alcuni analisti Usa, era necessario che il ministro parlasse in questo modo, dato che si stavano svolgendo in quei giorni i colloqui fra i vertici dei due Paesi per accordarsi sul passaggio della linea ferroviaria attraverso il confine. Appare difficile però ridurre questa querelle tra Seoul e Washington a motivazioni così contingenti. Secondo diversi osservatori, infatti, lo scontro tra Lee e Vershbow è da ricollegarsi all'evoluzione sia degli equilibri geopolitici in Estremo Oriente sia di quelli interni sud-coreani.
Da un lato i conservatori appartenenti per lo più alle vecchie generazioni, favorevoli al mantenimento di uno stretto legame con gli Usa in virtù della profonda diffidenza nutrita verso il regime di Kim Jong-il. Dall'altro i liberali, che rappresentano maggiormente le nuove generazioni nazionaliste, più inclini a concedere qualcosa al regime di Pyongyang pur di riabbracciare i loro fratelli del nord e costruire una Corea più forte. Sul piano internazionale, Seoul coglie l'importanza strategica del rimescolamento di carte in corso nel Pacifico del Nord, dove gli Usa, sempre più impantanati in Medio Oriente, stanno lasciando un vuoto lentamente riempito dalla Cina.





