Un balzello al posto degli ammonimenti e il gioco è fatto.
Mercoledì 30 maggio, l'incremento dallo 0,1 allo 0,3 per cento dell'imposta sulle transazioni azionarie (stamp tax) ha determinato un piccolo sconquasso nel mercato borsistico cinese.
Lo Shanghai Composite Index e lo Shenzhen Component Index hanno archiviato le rispettive sedute con un tonfo rispettivamente del 6,5 e del 6,16 per cento.
All'origine, una decisione del governo di Pechino, che ha triplicato il "fissato bollato" per raffreddare la speculazione. Da inizio anno, Shanghai aveva infatti messo a segno una serie di sedute record per un rialzo del 62 per cento. Ogni giorno, 2-300 mila piccoli investitori sono attratti sui mercati ed è proprio questa massa di ingestibili speculatori ad avere creato il surriscaldamento che tanto preoccupa le autorità cinesi. Se infatti la bolla scoppiasse, i ceti medi urbani potrebbero togliere al potere politico il proprio consenso. D'altra parte, una crescita economica stabile è anche l'unico presupposto plausibile per un allargamento del benessere alle masse contadine che ne sono ancora escluse.
PECHINO: Finora non sono serviti gli appelli al senso di responsabilità o le campagne mediatiche quasi quotidiane come - sono esempi degli ultimi giorni - l'allarme contro le truffe finanziarie o lo studio sulla "vulnerabilità dei nuovi businessmen individuali".
Ha invece funzionato un piccolo accorgimento fiscale che interessa direttamente le tasche dei piccoli riparmiatori-investitori.
Costoro - che dall'inizio del 2007 si calcola abbiano già travasato circa 10 miliardi di dollari dai conti correnti ordinari ai conti titoli - sono spesso operatori "mordi e fuggi", come prova l'alto numero di transazioni quotidiane. Nel momento in cui si sono accorti che ogni transazione borsistica gli sarebbe costata di più hanno rallentato le compravendite. Ed ecco il repentino raffreddamento delle borse.
Ma se la politica può svolgere un'azione deterrente è anche vero che, proprio per ragioni di consenso, non può tirare troppo la corda.
Come osserva Sun Wukong, columnist economico di Asia Times, esiste una scuola di pensiero secondo cui le autorità non potranno prendere decisioni drastiche e strutturali almeno fino al 17° congresso del Partito comunista, in programma il prossimo autunno.
E se nel frattempo la bolla scoppiasse?





