Cina, strategia di politica monetaria: come tenere lo yuan al guinzaglio

Cina, strategia di politica monetaria: come tenere lo yuan al guinzaglio Cina, strategia di politica monetaria: come tenere lo yuan al guinzaglio
25 Giugno 2007
PECHINO: Quali sono i compiti dello Stato in politica monetaria? Quali i confini delle proprie azioni? Quali le ripercussioni dentro e fuori le proprie frontiere? A chiederselo, in questi giorni, sono stati ancora una volta diversi analisti ed economisti di fama internazionale. Le domande non erano campate in aria su presupposti teorici, bensì incentrate su una fattispecie mai così vicina a Stati Uniti ed Europa, quella Cina regina dei Paesi Emergenti asiatici insieme alla compagna - concorrente indiana.

Occhi puntati soprattutto sullo yuan, la valuta cinese, nonostante tutto ancora 'stranamente' debole nel suo rapporto di cambio contro il dollaro. Eppure la domanda internazionale per la valuta cinese sarebbe di gran lunga superiore all'offerta, complice l'imponente surplus commerciale (in aumento di quasi il 75% durante l'anno scorso, quasi 180 miliardi di dollari) e gli altrettanto imponenti investimenti stranieri in ingresso nel Paese.

Che la Cina stia cercando di tenere a freno la propria crescita economica non è d'altronde un mistero. Già a inizio anno Pechino aveva annunciato un obiettivo dell'8% di crescita contro gli incrementi a doppia cifra registrati nei quattro anni precedenti. In quello stesso periodo i desideri degli Stati Uniti si fecero pressanti, facendo intendere più o meno implicitamente di auspicare una rivalutazione dello yuan. La Cina tuttavia, che come l'India vede nell'inflazione uno dei pericoli principali per la propria stabilità, non ha affrontato il problema e ha tenuto le proprie posizioni in fatto di politica monetaria.

La 'Banca del popolo di Cina' ha dunque mirato al ribasso, prevedendo una crescita economica inferiore al 10% accompagnata dall'obiettivo di contenere l'inflazione entro il 3%. Il tutto in una fase in cui lo Stato asiatico interviene nell'economia in maniera fin troppo decisa negli affari che riguardano lo yuan.

Sul perché gli Stati Uniti chiedano insistentemente la rivalutazione dello yuan vi sono invero pochi dubbi: l'ammontare del deficit commerciale dell'amministrazione di Washington nei confronti di quella di Pechino si fa sempre più pesante, e una rivalutazione dello yuan porterebbe a una diminuzione dei valori del disavanzo. Pechino invece ha agito nel senso opposto: dapprima, nel luglio 2005, ha svalutato lo yen portando il cambio yuan / dollaro sotto gli 8,30. Poi una serie di ritocchi progressivi che hanno consentito al rapporto yuan / dollaro di scendere prima sotto gli 8,00 e poi sotto il 7,70.

La critica principale che gli Stati Uniti rivolgono a questo sistema sta nella sua debolezza: secondo diversi esponenti del pensiero economico internazionale l'attuale situazione rende poco credibile i rapporti di cambio, esponendo non solo la Cina ma l'intera comunità internazionale a dei pericoli non indifferenti.

La Cina infatti, per mantenere il controllo sullo yuan, stampa la propria valuta in grandi quantità per acquistare valute forti come i dollari americani per un importo complessivo di circa 300 milioni di dollari ogni anno (pari a circa il 10% del Pil e al 25% delle proprie esportazioni). Se così non facesse -- si osserva -- il governo di Pechino vedrebbe il valore dello yuan contro la valuta statunitense aumentare di circa il 40%. Al fine di ottenere una remunerazione sul tasso di interesse corrente, a loro volta le autorità cinesi comprano titoli emessi dal Ministero del Tesoro degli Stati Uniti mentre in patria incoraggiano l'acquisto di bond in valuta nazionale.

In questo modo il risparmio interno è incentivato oltre misura, e, in maniera indiretta, con un'altra mano viene alimentata la bolla speculativa del mercato azionario cinese. Il sistema finanziario della Cina rischia così di scoprirsi meno forte del previsto e la società, investita da un eccessivo sviluppo urbano, da manchevolezze nelle zone rurali e da una delicata situazione debitoria della popolazione, prosegue la propria strada su un terreno sempre più impervio.

Al di là dei problemi interni alla Cina, gli Stati Uniti si preoccupano soprattutto di arrestare l'incremento del proprio deficit commerciale, ed evitare che l'intervento delle autorità monetarie del Paese asiatico possa provocare una ripercussione a catena anche nei partner internazionali, con particolare attenzione all'inflazione nel mercato globale del petrolio.

Arriverà dunque la tanto attesa rivalutazione dello yuan? Poca è la fiducia negli ambienti internazionali, visto che un'eventuale rivalutazione della valuta cinese renderebbe poi molto più difficile il proseguio di questa politica di rallentamento dell'apprezzamento dello yuan. Tuttavia il governo di Pechino potrebbe ben presto trovarsi dinanzi a un bivio, visto che questo meccanismo richiede la presenza di numerosi investitori domestici che acquistino i bond in yuan al fine di alimentare il risparmio interno.


Roberto Rais
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