L'ANALISI: Fino a pochi giorni fa i risparmiatori di mezzo mondo non avevano la minima idea di cosa fossero i mutui subprime. Da qualche settimana, tuttavia, hanno compreso a loro spese che i subprime sono finanziamenti di qualità secondaria, perché non garantiti ed erogati a clientela a più elevato rischio di insolvenza rispetto alla clientela standard. Ragion per cui questi finanziamenti sono contraddistinti da un tasso di interesse più alto rispetto alla media. Il problema è che gran parte di questi finanziamenti, che negli Stati Uniti rappresentano circa il 20% del totale delle erogazioni, sono stati cartolarizzati, ovvero trasformati in titoli di debito da cedere a ulteriori acquirenti. E siccome le famiglie degli States si stanno dimostrando più insolventi del previsto, coloro i quali hanno acquisito sul mercato i titoli provenienti dalle operazioni di cartolarizzazione dei subprime sono stati condotti ad altrettante immediate difficoltà.
Il timore che la crisi possa ora coinvolgere l'intero settore dei finanziamenti, non solo statunitensi, sta trascinando al ribasso le Borse di tutto il mondo, con particolari negative ripercussioni nei mercati asiatici.
Di fatti ieri si è conclusa l'ennesima giornata da paura per i mercati azionari di tutto il Pianeta: Wall Street ha aperto in negativo, e si è ben guardata dal chiudere con un segno in controtendenza. Il Dow Jones e il Nasdaq hanno perso oltre il 2%. Il tutto mentre la Federal Reserve continua a immettere nuova ingente liquidità sui mercati. Lo ha fatto giovedì scorso (24 miliardi di dollari), venerdì (38 miliardi), lunedì (2 miliardi) e anche il giorno del 15, con altri 7 miliardi di dollari. Nuova liquidità che è stata immessa anche in Europa, con la Bce che ha cercato di rassicurare i mercati con le immissioni di 94 miliardi di euro di giovedì, 61,05 miliardi di euro del venerdì, 47,66 miliardi di inizio settimana, cui sono seguiti altri 7,7 miliardi martedì.
Ma la calma mostrata dalle autorità monetarie non è servita a granché, visto che la spinta al ribasso che coinvolge tutti i mercati del mondo non ha accennato alcun freno. Ciò non vuol dire che gli interventi sopra citati non siano serviti: in Giappone, ad esempio, il 16 Tokyo ha perso il 2%, un calo che avrebbe potuto essere di proporzioni più che doppie se la Banca del Giappone non si fosse data da fare immettendo altra liquidità per 400 miliardi di yen (2,5 miliardi di euro), replicando quanto fatto lunedì (600 miliardi di yen) e venerdì scorso (1.000 miliardi di yen). Nell'ultima seduta invece Tokyo ha perso oltre il 5%, trascinando al ribasso le altre piazze asiatiche.
Male infatti Seul, che perde il 3% dopo esser scesa del 7% nella sessione precedente, Jakarta il 5,9%, Singapore il 3,7%, Kuala Lumpur il 3,5%, Hong Kong il 3%, Shanghai oltre il 2%. Piuttosto pesante è anche la crisi della Borsa di Bombay, che è caratterizzata da una serie di sedute negative da record che si susseguono con triste periodicità dal 27 luglio scorso e che hanno provocato il crollo sotto la soglia "psicologica" dei 14.000 punti del Sensex.
E in Europa? Diversi elementi incutono timore, come d'altronde nel resto del mondo: non ultima la dichiarazione di Moody's, che prevede il crac di un importante hedge. A Piazza Affari la giornata di ieri si è chiusa con una perdita del 3,45% del Mibtel, con un'evidenza negativa sulle materie prime. Male anche le banche e le auto. Magra consolazione, peggio di Milano fanno Londra e altre piazze europee.
Ma ciò che contraddistingue questa crisi pare essere la lunga serie di reazioni scatenatesi in breve tempo, anche questa simbolo, probabilmente, di una globalizzazione dei mercati finanziari mai come ora attiva. La Commissione dell'Unione Europea, intanto, ha aperto un'indagine sulle agenzie di rating, colpevoli di non aver avvertito in tempo gli investitori dei titoli di debito garantiti dai subprime.
Molti, quindi, i punti interrogativi sulla prossima settimana: di mezzo, per fortuna, c'è un weekend per riflettere.





