Introspezione e sentimento nel cinema coreano: il genio di Kim ki-Duk

Introspezione e sentimento nel cinema coreano: il genio di Kim ki-Duk
23 Marzo 2007
SEOUL: Nonostante Kim Ki-duk sia notoriamente un regista molto rapido nella realizazione dei suoi lavori, il suo tredicesimo ed ultimo film, Time, è uscito a ben un anno di distanza dal precedente L'Arco.
Ancora una volta, il regista affronta temi tra i più complessi e drammatici della nostra società attuale, come lo scorrere del tempo, l'amore, la ricerca della propria identità perduta, il prevalere dell'esteriorità sull'interiorità e la continua ricerca di bellezza e di cambiamento, intrecciandoli fra loro in maniera molto efficace fino a formare un filo conduttore chiarissimo che sta alla base di tutto il film: il tempo scorre inesorabile, al di fuori del nostro controllo e niente può durare in eterno. Per tentare di impedirlo, molti di noi cercano invano una soluzione nella chirurgia plastica, non essendo in grado di riconoscere una vera dignità e un vero valore nella loro persona.


Seh-hee e Ji-woo sono amanti e sono molto legati fra loro. Ma See-hee è terrorizzata al pensiero che Ji-woo, dopo ormai due anni e mezzo, possa essersi stancato di lei, trovandola meno attraente di un tempo. Così diventa sempre più gelosa e comincia a reagire sempre più istericamente ogni volta che lui anche solo osserva o parla con un'altra donna. Ji-woo, pur amandola, non riesce ormai più ad avere un rapporto sincero con lei. Non potendo più sopportare questa situazione, lei si rivolge ad una clinica di chirurgia estetica per cambiare totalmente aspetto, sperando così di essere in grado di dare a Ji-woo un'impressione nuova quando si incontreranno. Dopodiché sparisce all'improvviso e Ji-woo, che non l'aveva più incontrata prima dell'operazione, pur soffrendo molto, si convince che lei l'abbia lasciato senza una parola.
Dopo sei mesi egli conosce una ragazza che fa la cameriera nel bar in cui lui e Seh-hee avevano l'abitudine di incontrarsi e nel giro di poco tempo se ne innamora. Rimane poi molto colpito quando scopre che il suo nome, See-hee, è molto simile a Seh-hee. Quando, una sera, la chiama per sbaglio Seh-hee, lei comincia a sospettare che lui non abbia ancora dimenticato la ragazza del passato e quando lui le rivela di aver ricevuto un biglietto di Seh-hee in cui gli dava appuntamento al solito bar, reagisce con violenza e lo maledice, costringendolo a lasciarla bruscamente.
All'appuntamento si presenta una donna col viso nascosto da una maschera, che è una fotografia del volto originario di Seh-hee. Sotto di essa, Ji-woo può intravedere quello vero di See-hee, che gli rivela dell'operazione e di come avesse a torto sperato di riconquistarlo cambiando il suo aspetto. Disperato e confuso, si allontana per recarsi dallo stesso chirurgo plastico che aveva operato Seh-hee e decide di rivivere la propria trasformazione al pari del suo amore. Seh-hee inizia la ricerca del suo innamorato nella miriade di volti che la circondano e, dopo una serie di delusioni, si trova ad inseguire un uomo che corre per strada, convinta che sia lui. Ma la fine è tragica: l'uomo viene investito da un'auto e muore. Paralizzata di fronte alla scena ed in preda alla follia, si rivolge nuovamente alla clinica, chiedendo, questa volta, di essere resa irriconoscibile.

La regia, come sempre molto raffinata, si differenzia da quelle dei film precedenti per alcuni aspetti: la massiccia presenza di dialoghi, in contrasto con quella di altre pellicole come Bad Guy, Primavera, estate, autunno, inverno...e ancora primavera e Ferro-3, dove l'elemento dell'incomunicabilità, e quindi del silenzio, era preponderante. In secondo luogo, la presenza di espliciti rischiami ad alcuni lavori di Kim Ki-duk: Ji-woo è più volte mostrato mentre sta montando al computer delle scene di Ferro-3 e sul muro appare il manifesto di uno dei primi film, Wild Animals, come ad indicare una certa continuità nella produzione del regista. Inoltre, qui il tema dell'amore è trattato con più evidenza e meno mistero: i due protagonisti pronunciano più volte frasi come "mi ami?", "non ho fatto altro che amarti", "ti ama molto", espressioni che non avremmo mai trovate in Primavera, estate, autunno, inverno...e ancora primavera, La Samaritana o Ferro-3, dove l'amore fra i protagonisti sembra quasi celato, non è mai espresso esplicitamente, come fosse qualcosa di proibito, da nascondere. Questo fa di Time sicuramente un film dai connotati più "urbani", come se fosse maggiormente inserito nella dimensione della quotidianità, della moltitudine di persone. Esemplificative di questo sono certamente le scene finali, quando viene inquadrata una grande folla di gente, dai volti anonimi, che cammina. Ecco il tema dell'identità, del sapersi riconoscere in mezzo ad una fiumana di persone che sembrano tutte uguali, del saper comprendere il valore dell'individuo, di ciascuno di noi. È come se questa volta Kim Ki-duk volesse dirci ancora più chiaramente che la vicenda narrata riguarda ognuno di noi, e non soltanto i protagonisti che vivono isolati su du un minuscolo tempietto galleggiante, distaccati dal resto dell'umanità, o su di una barchetta sul mare, come nel penultimo film, L'Arco. E forse nessun altro tema potrebbe essere più indicato, in questi termini, di quello della chirurgia estetica, che ci consente di cambiarci fuori ma non dentro, di renderci tutti uguali e privarci di ogni preziosa imperfezione esternamente, ma non internamente.

Ma, ancora una volta, grande rilevanza viene data al tema dell'amore, dell'istinto, delle passioni umane, che, irrefrenabili come lo scorrere del tempo, ci portano inevitabilmente a commettere errori.
Di nuovo, Kim Ki-duk ci fornisce una visione chiara, anche se estremizzata, della realtà, coi suoi drammi, le sue difficoltà e le sue ingiustizie e ci mostra la sofferenza dei personaggi che tentano di trovare il modo di uscirne, seguendo un determinato percorso, per poi accorgersi di aver sbagliato e quindi tornare indietro, riprovare e sbagliare nuovamente, perché il mondo in cui viviamo non lascia scampo. Questo è sicuramente il tema fondante di tutti i suoi lavori.
Così come abbiamo il ripetersi degli stessi errori umani: sia Ji-woo che See-hee si sottopongono all'operazione, nonostante conoscano quali effetti nefasti abbia già provocato la prima, ma lo fanno nel disperato tentativo di ritornare alla situazione iniziale, di cancellare quello che è stato fatto. In modo simile, Yeo-jin, ne La Samaritana, comincia a prostituirsi dopo la morte dell'amica, nel tentativo di riacquistare la purezza persa proprio perché quest'ultima si prostituiva.

Infine, bellissime ed enigmatiche alcune scelte della regia, come le scene in cui Seh-hee calpesta una ad una le fotografie in fila sul pavimento, Le particolari inquadrature con le sculture sull'isola, le maree, la ripetizione di certe frasi e battute pronunciate all'inizio da Seh-hee, poi da See-hee ( "Imbarazzante? Ti vergogni di me?") e da Ji-woo, a sottolineare la concezione ciclica del mondo di Kim Ki-duk, basti pensare a Primavera, estate, autunno, inverno...e ancora primavera e la suddivisione de La Samaritana in 3 capitoli ( l'ultimo, "sonata" richiama la struttura ternaria di una sonata), così come la ripetizione, alla fine, della scena iniziale, in cui avevamo visto Seh-hee uscire dalla clinica dopo l'operazione e venire urtata dalla Seh-hee non ancora operata.

Dunque, ecco che Kim ki-duk ci mostra nuovamente fino a che punto le persone siano spinte a commettere delle violenze contro se stesse e gli altri, in questa frenetica società. Ma questa volta, a differenza di quanto avesse fatto in passato, egli sembra volerci comunicare un messaggio chiaro, un invito a rispettare la nostra identità e a considerare il tempo come qualcosa facente parte della nostra vita. Non è possibile andare contro di esso, non possiamo fare niente per modificare il nostro destino. Ma non sempre è qualcosa di negativo: dopotutto, l'amore di Ji-woo e di Seh-hee è eterno.

Kim Ki-duk si è ormai pienamente affermato nel panorama cinematografico internazionale.
Ha ottenuto notevoli premiazioni e riconoscimenti.
Nel 1993 vince il premio, per la migliore sceneggiatura, dell' Educational Institute of Screenwriting con il testo di A painter and a criminal condemned to death.
Nel 2000 partecipa con L'isola alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, causando scalpore per il tema affrontato ed alcune scene presentate.
Nel 2003 presenta al Festival Internazionale del Film di Locarno Primavera, estate, autunno, inverno...e ancora primavera, la sua prima pellicola uscita nelle sale italiane.
Nel 2004 partecipa al concorso del Festival di Berlino con La Samaritana, uscito tuttavia nelle sale italiane solo nel giugno 2005, ed ottiene l'Orso d'Argento per la regia.
Nel 2004 Ferro 3 -- La casa vuota vince il Leone d'Argento-Premio speciale per la regia alla 61a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.
Nel 2005 ha presentato il suo dodicesimo film, L'Arco, al Festival di Cannes.


Emanuele Breda
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