Titolo: Monsoon Wedding -- Matrimonio indiano (Monsoon Wedding)
Regia: Mira Nair
Sceneggiatura: Sabrina Dhawan
Attori principali: Naseeruddin Shah, Lillete Dubey, Shefali Shetty, Vasundhara Das
Produzione: India/USA/It/Fr/Ger.
Durata: 114 min.
"Un ricco matrimonio è paragonabile al battesimo, per l'immediatezza con cui cancella ogni precedente macchia", scriveva Charles Fourier nella sua Teoria dei quattro movimenti, e questo aforisma potrebbe benissimo essere usato come epigrafe per Monsoon Wedding di Mira Nair, Leone d'oro a Venezia nel 2001.
Lalit Verma ha organizzato per la figlia Aditi un matrimonio, ricco e sontuoso, con Hemant, indiano emigrato negli Stati Uniti, nonostante i due giovani si conoscano a malapena. La caotica organizzazione della cerimonia fa da sfondo alle vicende umane della numerosa famiglia Verma: la madre Pimmi, che fuma di nascosto dal marito; le traversie economiche dello stesso Lalit; i litigi fra i genitori e il giovane Varun, che da grande vorrebbe fare lo chef; il dilemma della giovane Aditi, divisa fra la passione per Vikram, sua vecchia fiamma, e il giovane sposo; il disperante segreto della cugina Ria, abusata in giovane età da un amico della famiglia.
Come in un film di Altman, la diegesi di Monsoon Wedding si articola in una struttura dicotomica, fatta di continui rimandi e parallelismi: sullo sfondo -- attraverso i frequenti riferimenti ai soldi, alla televisione, alle riveste femminili e di moda -- l'antitesi fra l'America, simbolo della globalizzazione e dello svecchiamento della tradizione, e l'India più vera, quella del Punjabi che Lalit cerca così disperatamente di organizzare. Questa tematica, lungi dal divenire predominante nello sviluppo narrativo del film, si insinua invece nella storia con la sottigliezza dell'ironia: è nelle frasi trite di un talk-show televisivo; è nelle pretese sindacali di Parabatlal, l'event-planner del matrimonio (che dice, a Lalit, in una scena di grande sapore comico: "È tutto scritto nel contratto. È un vero contratto, come quelli che fanno all'estero"); è nei discorsi un po' vieti delle matriarche sul ruolo della donna nella società indiana, di contro alla pretese della giovane Ria, che sogna di diventare una scrittrice in America (riferimento autobiografico della sceneggiatrice del film, che ne ha scritto il soggetto durante uno stage alla Columbia University).
Attraverso quest'antitesti profonda si scandiscono tutte le dicotomie di cui è intessuta la trama: il divario fra ricchezza e povertà (memorabile la scena in cui la cameriera Alissa prova, per vanità, i gioielli della padrona, subito accusata di essere una ladra); fra uomini e donne (i gusti femminili del giovane Varun sono spesso stigmatizzati dal padre con il sospetto dell'omosessualità); fra padri affettuosi -- "Mi basta solo che siano felici" dice Lalit guardando Ria e Aditi mentre dormono -- e padri degeneri, che abusano del loro ruolo.
Eppure, in fine, nella gioia trascinante della danza, dei canti e delle risate, tutte queste lacerazioni si ricompongono nell'immagine -- bagnata da una pioggia quasi provvidenziale -- di una famiglia che ha saputo superare molte prove e si trova riunita, nonostante tutto. Un tema, questo, mai attuale come oggi, anche qui in Italia: quello che Mira Nair ci suggerisce è che non è importante cos'è la famiglia, ma che ci sia amore e onestà al suo interno. E lo fa con uno stile che, ultima delle antitesi che genialmente si ricompongono nel finale, sembra stare a metà fra Hollywood e Bollywood, ma che, infine, è semplicemente cinema. Grande cinema.

