Daigaku Imo, patate dolci

a cura di: Daniele Bevivino

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Daigaku in giapponese significa Università e Imo significa patata. Che c’entrano le patate dolci giapponesi con il mondo universitario? Andiamo per gradi, cercando di schivare abilmente i facili giochi di parole che, questa volta nella nostra lingua, (vedi il precedente articolo) potrebbero portare a qualche goliardico fraintendimento (già il titolo è stato più che selezionato tra i vari “patate universitarie” “la patata all’università” e via dicendo!).
Anticamente, nel Giappone feudale e in particolare durante l’era dell’unificazione del Paese ad opera della dinastia dei Tokugawa (dal XVII secolo fino agli ultimi scorci del XIX, prima della cosiddetta Era Meiji, l’era moderna e di apertura all’Occidente), venivano denominati Ronin i Samurai rimasti senza un padrone, un capo o un feudo da servire a causa dei rinnovamenti sociali, della caduta o trasformazione di dinastie guerriere o eserciti o “semplicemente” perché per scelta decidevano di abbandonare tutto intraprendendo un Musha Shugyo (viaggio di studio del guerriero) per poi dimostrare la sua abilità e venire assoldato al servizio di qualche potente signore o famiglia

La parola Ronin indicava perciò il Samurai vagabondo o che per sopravvivere poteva essere assoldato sulla base di un compenso economico o, più tristemente a volte, per il semplice vitto e alloggio e il ritorno al proprio rango. In realtà, in quei quasi quattro secoli di storia del Giappone, l’utilità del Samurai come guerriero andava via via scemando…non era raro infatti che a parte lavori da guardia del corpo o istituzionali, i Samurai fossero anche meno motivati e allenati dei loro predecessori.
In questo periodo un Samurai poteva benissimo essere anche un addetto alla contabilità o un funzionario imbranato nelle arti marziali. In questa era di poche certezze per questa classe sociale ormai allo sbando, il termine Ronin, che significa letteralmente “uomo-onda”, qualcuno che vaga cercando di raggiungere disperatamente un’affermazione sociale, era certamente adatto.
Una situazione così radicata nell’immaginario collettivo nipponico, da sempre molto attento alle classi sociali e al posto e al ruolo di ogni individuo nella società stessa, che anche nell’epoca moderna il termine Ronin ha trovato inesorabilmente una categoria sociale che ben ne rispecchia le caratteristiche: quella degli universitari o meglio degli aspiranti tali!
Già perché in Giappone, dove fin dall’accesso alle scuole materne e per tutta la carriera scolastica è necessario sostenere dei test, dei veri e propri esami per valutare l’attitudine dello studente e il suo livello in funzione degli standard della scuola prescelta, accedere all’Università sembra essere una delle imprese più difficili!
Chiaramente se la difficoltà d’accesso ad una scuola è direttamente proporzionale al suo livello e alla sua reputazione, ne consegue che esistano scuole di altissimo livello ma anche di livello…”normale” dove è più facile entrare. Ancor più ovviamente, la scuola di provenienza influirà moltissimo sul passaggio successivo. E’ difficile quindi non pensare al sistema scolastico giapponese come ad un sistema dove fin da piccoli si segna in qualche modo il proprio futuro.
L’accesso all’Università dei sogni o molto spesso a quella più alla propria portata, è costellato di una serie di tentativi, di esami, di rinunce e periodi di lavori part-time nei quali conciliare il lavoro con lo studio sembra quasi impossibile. Senza la possibilità di tornare indietro, senza la possibilità di trovare un lavoro appagante full-time e con uno scopo da realizzare, gli aspiranti universitari sono davvero dei Ronin a tutti gli effetti! La figura dello studente è infatti così stigmatizzata da aver ispirato tutta una serie di luoghi comuni e storie ed è alla base di moltissimi racconti, telefilm, cartoni animati eccetera!
Paradossalmente poi, si dice che una volta entrati all’Università le cose non siano poi così difficili e che tutto scorra più o meno liscio fino ai primi colloqui con le aziende che già nell’ultimo anno iniziano a cercare e a valutare le nuove leve.
Ma le patate che c’entrano, direte a questo punto, tra Samurai, esami e studenti?
Ecco, sembra che a Tokyo, soprattutto in passato, uno dei cibi più alla portata degli studenti squattrinati fossero proprio le Daigaku Imo, le patate dolci cucinate nel modo che vi illustreremo, e che forse la ricetta sia nata proprio ad opera degli studenti stessi…
Chissà, forse qualche studente arrivato da fuori Tokyo, dalla campagna…o forse qualche venditore di questi dolci di patate che si trovava nei pressi di qualche prestigiosa Università come la Tokyo Daigaku, detta “familiarmente” Todai, o di quella di Waseda…difficile saperlo…rimane il fatto però che questo semplice e delizioso modo di cucinare le patate dolci, del tipo Satsuma Imo, è oggi conosciuto da tutti come Daigaku Imo, le patate dell’Università!
E quindi ecco la ricetta di questo dolce, specificando (per l’angolo degli ingredienti!) che il tipo di patata utilizzata, appunto la dolce Satsuma Imo che vedrete nelle foto, rossa e leggermente “a punta” verso le estremità, è reperibile anche qui in Italia, magari non dal fruttivendolo sotto casa, forse cercando un po’ oltre che nei soliti market orientali anche nei grandi mercati. Queste che abbiamo trovato sono leggermente diverse da quelle che si trovano in Giappone…un po’ più sull’arancione all’interno che bianco-gialle…ma vanno benissimo comunque!
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Daigaku Imo
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Ingredienti:

1 patata Satsuma Imo
4 cucchiai di zucchero
1 cucchiaio di Shoyu
1 cucchiaio di Mirin
Olio di semi

Preparazione:

Togliere la pelle alla patata e tagliarla a spicchi come per preparare le classiche patate al forno, nella dimensione gradita.
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Lasciare circa 20/30 minuti gli spicchi a mollo in una bacinella d’acqua per togliere l’eventuale sapore amaro.
Preparare un vassoio o un piatto coperto con la carta cucina.
Scolare l’acqua alle patate e disporre gli spicchi sulla carta cucina per asciugare l’acqua residua.
In un pentolino mettere a scaldare dell’olio di semi. Quando sarà pronto per la frittura, porre un po’ alla volta gli spicchi di patata nell’olio.
Inizialmente gli spicchi andranno a fondo, mentre quando torneranno in superficie significherà che sono fritti.
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Su un vassoio ricoperto di carta da cucina o altra carta assorbente, man mano gli spicchi fritti ad asciugare l’olio in eccesso.
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In una pentola abbastanza grande da poter contenere poi tutti gli spicchi di patata, versare 4 cucchiai di zucchero, un cucchiaio di salsa di soia Shoyu, un cucchiaio di Mirin e uno di acqua.
A fuoco bassissimo continuare a girare e amalgamare il tutto per creare così il caramello necessario a condire le patate.
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Quando il caramello avrà preso la consistenza grossomodo del miele, versare nella pentola anche gli spicchi di patate e mischiarli con il caramello.
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La Daigaku Imo è pronta e può essere servita sia ancora tiepida che fredda!
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Alla prossima!

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Daniele Bevivino

Daniele Bevivino

Classe 1974, dopo diversi viaggi e brevi permanenze vive in Giappone dal 2008, dove ha prima gestito il negozio online Hamakura trattando articoli della tradizione giapponese e poi un negozio di antiquariato occidentale. Collabora dal 2006 con il CorriereAsia dove inizialmente ha curato insieme a sua moglie Yumie, cuoca e insegnante di cucina, numerosi articoli di cucina giapponese da realizzare facilmente con gli ingredienti a disposizione anche fuori dal Giappone. Per molti anni ha scritto sul web a proposito di arti marziali giapponesi e argomenti correlati collaborando con diversi siti specializzati.