Comunità Ahmadiyya: un volto non violento dell’Islam

a cura di: Manuel Olivares

Archiviato in: in
Muslims+Gather+Condemn+Extremism+UK+Baitul+ejEmqKBLJvzl

Ancora poco radicata in Italia, la Comunità Islamica Ahmadiyya ha centoventicinque anni di vita. Sta conoscendo una crescita vertiginosa e, dalla nativa India, è oggi attiva in circa 200 paesi nel mondo. Conta approssimativamente 10 milioni di membri (stando alle fonti esterne, loro sostengono di essere molti di più: diverse decine di milioni)  e gode di una buona reputazione in Europa, al punto da aver trasferito il suo quartier generale a Londra. Alla base di tutto questo sta probabilmente il suo spirito tollerante e non violento che si esplicita nello slogan Love for all, hatred for none (amore per tutti, odio per nessuno).

Qadian è una cittadina del Punjab di circa 40000 abitanti, in maggioranza musulmani. Viene fondata nel 1530 da Mirza Hadi Baig, nobile di origine persiana. Il termine Mirza (replica esatta di quello, di origine sanscrita, Rajput) deriva dal persiano ‘Amirzade: figlio di colui che comanda. Il titolo è un omologo dell’inglese Prince of blood e del francese Prince du sang e qualifica una diretta discendenza da famiglie imperiali (nel caso in questione di stirpe Moghul).
Discendente di Mirza Hadi Baig è Mirza Ghulam Ahmad (1835-1908) che porta presto la città fuori dal sostanziale anonimato in cui versa.

 

Cenni biografici di un “nuovo Messia”

Negli anni dell’infanzia di Mirza Ghulam Ahmad, Qadian viene considerata un remoto villaggio ma suo padre ― Mirza Ghulam Murtaza ― ne è il principale proprietario terriero e ha rapporti privilegiati con le élites politiche ed economiche locali e non solo.
Il figlio ha dunque diversi tutori privati e può presto beneficiare della ricca biblioteca domestica per la sua formazione.
Crescendo, non dedicherà molte energie alla vita professionale e nemmeno alla cura degli affari di famiglia, guadagnandosi piuttosto la fama di una persona che vive in clausura, approfondendo lo studio di testi religiosi e pregando in moschea.
Diventa anche progressivamente più attivo nella difesa dell’Islam con esponenti di altre religioni, soprattutto con membri del movimento di riforma hindu Arya Samaj e con missionari cristiani.
Nel 1889 sostiene di avere una rivelazione divina che lo legittimerebbe ad ottenere un giuramento di fedeltà dai musulmani che gli sono più prossimi.
In questo modo inizia a prendere corpo la Comunità Islamica Ahmadiyya, il cui fondatore sostiene di essere un Mahdi (un salvatore promesso). Di più: sostiene di essere il Messia, atteso in diverse tradizioni religiose, inclusa, naturalmente, quella musulmana. Merita segnalare, pur di passata, che nell’escatologia islamica maggioritaria si prevede un’apparizione del Mahdi alla fine dei tempi per neutralizzare il Dajjal: un equivalente dell’Anticristo. Dopo il Mahdi o, nella tradizione sciita, in contemporanea, giungerà Gesù (in arabo Isa, il cui ruolo nell’Islam è infinitamente più importante di quanto il cristiano medio possa pensare) che, radunando le forze del bene, ucciderà il Dajjal divenendo re della terra per un quarantennio di perfetta vita islamica. Gesù-Isa, il Messia, giungerà calandosi dal minareto bianco della Moschea degli Omayyadi di Damasco (che non a caso prende il nome di Minareto di Isa).
In generale, il Corano presenta Gesù come un grande profeta di Dio (rasul Allah) di natura umana, non divina ma nato dopo concepimento virginale e protagonista di diversi miracoli «col permesso di Allah». Di cruciale importanza il fatto che Gesù, nell’ambito della tradizione islamica, non morì in croce («qualcuno fu reso ai loro occhi simile a Lui», sta scritto sul Corano -IV,157-; in questo modo si lascia intendere che un altro venne crocifisso al suo posto) ma ascese al cielo («Iddio lo innalzò a Sé»; Il Corano IV,158), senza morire e risorgere, candidandosi in questo modo a ritornare prima del giorno del giudizio.
Gesù morirà, infine, di morte naturale (nessun uomo, nell’Islam, è immortale, Maometto stesso morì nel 632), sarà sepolto a Medina per poi risorgere nell’apocalittico Yawm al-din per il definitivo giudizio divino in cui Allah dannerà o salverà i defunti resuscitati di tutte le generazioni umane.
I meritevoli godranno dei piaceri della Janna (paradiso) mentre i dannati soffriranno nella Jahannam (l’inferno islamico).
Mirza Ghulam Ahmad si è fatto, tuttavia, promotore di una visione eterodossa in virtù della quale Gesù, pur patendo il supplizio della crocifissione, non sarebbe morto in quella circostanza. Deposto dalla croce in morte apparente o in coma, sarebbe stato portato nel sepolcro da Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea. Curato con un unguento dai poteri portentosi (tra i cui ingredienti figuravano mirra ed aloe) ― successivamente menzionato nel Canone di Avicenna e in molti altri testi medici islamici come marhan-i-Isa (Unguento di Gesù) ― avrebbe avuto modo di recuperare le forze in tempi rapidi. Si sarebbe successivamente presentato ai suoi discepoli per poi lasciare la Palestina alla volta dell’India, avendo tra i suoi intenti quello di parlare alle disperse tribù di Israele (che si sarebbero in buona misura stanziate tra l’Afghanistan e il Kashmir).
Mirza Ghulam Ahmad ha dedicato a tali peregrinazioni un libro (degli oltre 90 che ha scritto) il cui titolo non potrebbe essere più esplicito: Gesù in India. Vi da conto del suo itinerario dalla Palestina fino al Kashmir, passando per territori dell’attuale Siria, Persia, Afghanistan e Pakistan. Indica chiaramente il posto in cui Gesù, in tarda età (a circa 120 anni), sarebbe stato sepolto dopo essere morto di morte naturale: Rozabal, nella città vecchia di Srinagar.
Il filone di ricerca degli anni indiani di Gesù ― cui Mirza Ghulam Ahmad ha dato un buon contributo ― è molto appassionante e meriterà senz’altro di essere approfondito in un altro articolo. I più curiosi possono iniziare a leggere un mio brano di qualche anno fa: Srinagar in quel che resta della “terra dai fiumi di latte e miele” e visitare la pagina facebook Jesus in India?
La morte naturale di Gesù non può non rappresentare un evento di cruciale importanza nella predicazione di Mirza Ghulam Ahmad. Tornando a considerare l’escatologia islamica maggioritaria, infatti, Gesù ritornerà come Messia, alla fine dei tempi, proprio perché non sarebbe mai morto ma asceso al cielo.
Alcuni concetti, tuttavia, sosteneva Mirza Ghulam Ahmad, non vanno presi alla lettera ma considerati alla stregua di metafore. Il nuovo Messia, nella sua visione, non sarebbe qualcuno che è già venuto, ma qualcun altro della sua stessa natura, giunto per affermare gli stessi principi.
Mirza Ghulam Ahmad, come anticipato, sosteneva di aver ricevuto la rivelazione di essere lui il prescelto per questo compito, anche in ottemperanza ad antiche profezie, inaugurando un’era messianica in cui le ragioni dell’Islam possano affermarsi attraverso la conoscenza, la persuasione, l’amore per il proprio prossimo (qualunque sia il suo credo) nel rifuto inoppugnabile di ogni forma di violenza.

 

La rapida crescita della Comunità Ahmadiyya

Mirza Ghulam Ahmad annunciò di essere il Messia promesso ed il Mahdi nel 1891. Alla fine dello stesso anno, il 27, 28 e 29 Dicembre, a Qadian ci fu il primo Jalsa Salana: l’incontro annuale della Comunità Ahmadiyya. Ospitò appena 75 persone. Il numero dei convenuti, tuttavia, crebbe fino a 2000 nel Jalsa Salana del 1907.
L’anno successivo, alla morte del fondatore, la comunità elesse Hakeem Noor-ud-Din come khalifah (“successore”). Nel 1914, alla morte del primo khalifah, venne eletto Mirza Basheer-ud-Din Mahmood Ahmad. La successione non trovò d’accordo tutti, provocando una scissione e la creazione della minoritaria Società Ahmadiyya per la diffusione dell’Islam di Lahore che il sociologo delle religioni Massimo Introvigne definisce «più vicina all’Islam tradizionale, che si sforza di diffondere in Occidente con un minimo di adattamento e con minore enfasi sulla natura messianica del fondatore (che pure rimane venerato)».
Nel 1946, un anno prima dell’indipendenza dell’India e della conseguente divisione con il Pakistan occidentale e orientale, i convenuti al Jalsa Salana della Comunità Ahmadiyya sono stati circa 40000.
Nel 1948 la comunità trasferisce il suo quartier generale a Rabwa, in Pakistan e, da quel momento, gli stessi incontri annuali vengono tenuti in loco, registrando un numero crescente di partecipanti.
La vita della Comunità Ahmadiyya inizia, tuttavia, a complicarsi a partire dal 1974 quando, in Pakistan, 72 sette di matrice islamica dichiarano all’unanimità che i suoi membri non possono essere considerati musulmani.
Un decennio più tardi, cruciali cambiamenti nel codice penale pakistano (in merito, ad esempio, al reato di blasfemia) proibiscono agli ahmadiyya (o ahmadi) di diffondere la loro visione eterodossa.
La sezione 298-C dell’Ordinanza del 1984, ad esempio, punisce con un massimo di tre anni di carcere «un ahmadi che definisce la sua fede come Islam, o prega o propaga la sua fede o invita altri a condividere la sua fede con la parola, scritta o orale o con rappresentazioni visibili o in qualsiasi altro modo che oltraggi il sentimento religioso dei musulmani». Per maggiori informazioni vi invito a leggere il seguente articolo.
Le molte persecuzioni ed arresti che seguono, inducono i membri della comunità a spostare il loro quartier generale a Londra e a chiedere, in molti casi, asilo politico in paesi occidentali (in particolare in Germania, dove gli ahmadiyya godono di particolari vantaggi, come espresso chiaramente in questo articolo).
Il loro essere considerati eretici, oltre a divergenze di ordine escatologico, è da ascriversi all’affermazione del loro fondatore in merito alla riapertura, con la sua figura, del ciclo profetico che invece, per l’Islam sunnita e sciita, si esaurisce con la figura di Muhammad.
I problemi per gli ahmadiyya, nei paesi islamici, non si esauriscono in Pakistan. Il governo wahabita dell’Arabia Saudita non permette loro di compiere il pellegrinaggio alla Mecca e sono vittime di persecuzioni soprattutto in Bangladesh, Indonesia e Kirghizistan.
Attualmente la comunità è guidata dal quinto khalifah, Hazrat Mirza Masrur Ahmad, eletto nel 2003 che risiede a Londra, nel borgo di Morden dove si trova anche la principale moschea ahmadiyya (Baitul Futuh Mosque) che è, al contempo, la più grande d’Europa.
La Comunità Ahmadiyya, si legge sul loro sito alislam.org, ha promosso, nel tempo, la costruzione di circa 15000 moschee, 500 scuole ed oltre 30 ospedali. Ha tradotto il Corano in oltre 70 lingue, diffonde gli insegnamenti dell’Islam e messaggi di pace e tolleranza attraverso il proprio canale televisivo MTA, il proprio sito internet ed una casa editrice (Islam International Publications). È anche attiva in ambito umanitario con l’organizzazione Humanity First.
In un Occidente a crescente presenza musulmana è probabile che il suo messaggio e le sue attività susciteranno, progressivamente, maggior interesse.

 

Manuel Olivares

Manuel Olivares

Manuel Olivares, sociologo di formazione, vive e lavora tra Londra e l’Asia. Esordisce nel mondo editoriale, nel 2002, con il saggio Vegetariani come, dove, perchè (Malatempora Ed). Negli anni successivi, ancora con Malatempora, pubblicherà: Comuni, comunità ed ecovillaggi in Italia (2003) e Comuni, comunità, ecovillaggi in Italia, in Europa, nel mondo (2007). Nel 2009 fonda l’editrice Viverealtrimenti, per esordire con Un giardino dell’Eden, il suo primo testo di fiction e Comuni, comunità, ecovillaggi, il suo terzo su un antico e moderno movimento di comunità sperimentali ed ecosostenibili. Nel 2011 pubblica Yoga based on authentic Indian traditions, il suo primo libro in inglese e Barboni sì ma in casa propria, una raccolta di racconti e poesie. Nel 2012 pubblica Con Jasmuheen al Kumbha Mela, dipanando un interessante accostamento tra New Age e tradizione.