Sarnath, la culla del Buddhismo

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A circa 15 chilometri da Varanasi (o Benares, nell’India del nord), Sarnath ha avuto un ruolo di tutto rispetto nella storia della conoscenza, avendo dato impulso a una delle più antiche e importanti religioni del mondo.

«Assaji praticava la via della meditazione nel Parco dei Cervi. Un giorno, terminata la meditazione seduta, notò un monaco che di lontano veniva verso di lui. Quando fu più vicino, si avvide che non si trattava di altri che di Siddhartha e avvertì in fretta gli amici.
Bhaddiya disse: “Siddhartha ha abbandonato la via. Si è nutrito di riso e di latte e si è messo a chiacchierare con i bambini. Che delusione per noi! Ritengo che non dobbiamo neppure salutarlo”.
I cinque amici decisero di non recarsi al portale del parco per accoglierlo e di non alzarsi in segno di saluto se fosse entrato. Ma le cose andarono diversamente.
Quando difatti Siddhartha varcò il portale i cinque asceti furono così colpiti dal suo portamento raggiante che si ritrovarono in piedi senza accorgersene. Siddhartha sembrava circondato da un’aura di luce. Ogni suo passo rivelava una straordinaria forza spirituale. Lo sguardo penetrante fece svanire la decisione di ignorarlo. Kondanna gli corse incontro e gli prese la ciotola. Mahanama portò acqua perché si lavasse mani e piedi. Bhaddiya gli presentò un sedile. Vappa lo rinfrescava con un ventaglio di foglie di palma. Assaji stava in disparte, senza sapere cosa fare.
Dopo che Siddhartha si fu lavato mani e piedi, Assaji capì che poteva offrirgli una ciotola di acqua fresca. Poi i cinque amici sedettero in cerchio attorno a Siddhartha che li guardò con tenerezza e disse: “Fratelli, ho trovato la Via e voglio mostrarvela!”» (Thich Nhat Hanh, Vita di Siddhartha il Buddha, Ubaldini, Roma, 1992, p. 102).

Gautama Siddhartha era dunque “fresco di illuminazione”, avvenuta sotto un abero della famiglia dei ficus religiosa, non molto distante dall’attuale città di Gaya, nello stato indiano del Bihar (conosciuto allora come Regno del Magadha).
Precedentemente, nella foresta di Uruvela ― stando a quanto scrive Thich Nhat Hanh che ha magistralmente divulgato quanto si trova nei testi canonici pali e cinesi, in particolare i Nikaya, o “collezioni” di discorsi, e gli Agama del Tripitaka Taisho ― riceveva regolari visite da suoi amici bambini; primi fra tutti Sujata e Svasti.
Sujata proveniva dalla famiglia più ricca del vicino villaggio e trovando, un giorno, il corpo di Siddhartha tramortito dalle durezze dell’ascesi, lo ristora dandogli del latte.
In un secondo momento gli offre un dolce di riso e latte che lui, colpevolmente (a parere dei 5 discepoli che erano con lui: Assaji, Bhaddiya, Kondanna, Mahanama e Vappa), accetta.
Loro, dunque, lo abbandonano, raggiungendo il Parco dei Cervi: Isipatana Mighadaya, poco distante da Benares, nella località conosciuta oggi come Sarnath.
Siddhartha non si perde d’animo, siede in meditazione sotto un ficus religiosa per alcune settimane (probabilmente quarantanove giorni) e ha la grande esperienza del risveglio dopo la quale i suoi amici bambini decidono di chiamarlo il Buddha: colui che ha compreso, il risvegliato. Sarà poi, come abbiamo letto, con “portamento raggiante” che varcherà il portale del parco, convertendo immediatamente gli stessi cinque discepoli che a Uruvela lo avevano sdegnato.
La conversione avviene dopo aver udito il celebre discorso di Benares che, in realtà, ha avuto luogo nel vicino Parco dei Cervi di Sarnath.
Thich Nhat Hanh lo ripropone, nel suo testo, in maniera semplificata e scorrevole:

«“Amici miei” cominciò tranquillamente il Buddha, “sono due gli estremi che chi percorre il sentiero deve evitare. Il primo è l’immergersi nei piaceri sensoriali, il secondo è la mortificazione che nega al corpo le sue necessità. Il cammino da me scoperto è la Via di Mezzo, che evita entrambi gli estremi e conduce alla comprensione, alla liberazione, alla pace. È il Nobile Ottuplice Sentiero della retta comprensione, retto pensiero, retta parola, retta azione, retti mezzi di sussistenza, retto sforzo, retta presenza mentale e retta concentrazione. Seguendo il Nobile Ottuplice Sentiero ho raggiunto la comprensione, la liberazione e la pace.
“Fratelli, perché chiamo questo sentiero il Retto Sentiero? Lo chiamo Retto perché non nega e non evita la sofferenza, ma indica nell’esperienza diretta della sofferenza il mezzo per superarla. Il Nobile Ottuplice Sentiero è la via della consapevolezza, fondata sulla presenza mentale. Con la pratica della presenza mentale si sviluppa la concentrazione, che consente di ottenere la Comprensione. Mediante la retta concentrazione si realizzano la retta consapevolezza, i retti pensieri, la retta parola, la retta azione, i retti mezzi di sussistenza e il retto sforzo. La Comprensione che se ne sviluppa libera dai ceppi della sofferenza e dà nascita alla vera pace e vera gioia”.
“Fratelli, ci sono quattro verità: l’esistenza della sofferenza, la causa della sofferenza, la cessazione della sofferenza e il sentiero che conduce alla cessazione della sofferenza. Le chiamo le Quattro Nobili Verità. La prima è l’esistenza della sofferenza. Nascita, vecchiaia, malattia e morte sono sofferenza. Tristezza, ira, invidia, timore, ansia, paura e disperazione sono sofferenza. La separazione da ciò che si ama è sofferenza. L’unione con ciò che si odia è sofferenza. Il desiderio e l’attaccamento ai cinque aggregati sono sofferenza”.
“Fratelli, la seconda verità è la causa della sofferenza. A causa dell’ignoranza, gli uomini non vedono la realtà della vita e si lasciano imprigionare nelle fiamme del desiderio, dell’ira, dell’invidia, dell’angoscia, del timore, della paura e della disperazione”.
“Fratelli, la terza verità è la cessazione della sofferenza. La comprensione della realtà della vita porta con sé la cessazione dell’angoscia e della pena e dà nascita alla pace e alla gioia”.
“Fratelli, la quarta verità è la via che conduce alla cessazione dela sofferenza. È il Nobile Ottuplice Sentiero, che vi ho or ora spiegato. Il Nobile Ottuplice Sentiero viene nutrito vivendo in presenza mentale. La presenza mentale conduce alla concentrazione e alla comprensione che libera dal dolore e dalla pena, porta alla pace e alla gioia. Io vi guiderò lungo questo sentiero di conoscenza”» (Ivi, pp. 103-104).

Con questo discorso ― Dhammacakkappavattana Sutta (Il discorso di avvio della ruota del dharma) ― e la successiva coversione di Assaji, Bhaddiya, Kondanna, Mahanama e Vappa, vengono poste le fondamenta del sangha: la comunità dei discepoli del Buddha. Il termine oggi sta, fondamentalmente, per “comunità monastica”.
Da allora la “Via del Risveglio”, il buddhismo, si sarebbe esteso a raggiera in Asia. In particolare con l’imperatore Aśoka (304–232 A.C.) della dinastia Maurya ― che, convertitosi, spedì missionari in buona parte dei paesi confinanti con il suo immenso impero, soprattutto in quelli di cultura ellenistica ― i “semi del risveglio” avrebbero avuto modo di germogliare su diversi terreni.
Oggi i buddhisti sono circa 500 milioni nel mondo e Sarnath è diventato, comprensibilmente, un luogo di pellegrinaggio, assieme a Lumbini, Bodhgaya e Kushinagar, rispettivamente i luoghi di nascita, illuminazione e trapasso del Buddha.
È molto probabile che l’imperatore Aśoka avesse un ruolo di grande rilievo nel sangha del suo periodo storico e, in virtù di questo, fece erigere, nel 242 A.C. a Sarnath, una delle sue celebri colonne su cui era stato inciso uno dei suoi editti (in alfabeto Brahmi, predecessore del Devanagari: la scrittura degli dèi, utilizzata per il sanscrito e, successivamente, per lingue come l’hindi e il nepali) che scoraggiava le istanze divisive nella comunità monastica, divulgando alcuni precisi provvedimenti per impedirle.
Sulla cima della colonna fece porre un capitello con quattro leoni rivolti nelle quattro direzioni. Questi poggiano su un piedistallo circolare in cui sono rappresentati, in bassorilievo, un elefante, un cavallo al galoppo, un leone e un toro, separati da quattro ruote del dharma. Il capitello, conservato nel museo di Sarnath, è stato adottato come emblema dell’India nel 1950.
Dal celebre editto di Aśoka ― che commmissionò anche la costruzione di un tumulo funerario a Sarnath (stupa), per custodire alcune reliquie del Buddha e dei suoi primi discepoli ― “molta acqua è passata sotto i ponti”.
Lo stupa è stato successivamente sostituito, nel 500 d.C., con un omologo più monumentale: il Dhameka Stupa.
Un visitatore cinese del settimo secolo, Xuanzang, trovò, a Sarnath, 30 monasteri che ospitavano circa 3000 monaci.
Nei secoli successivi, il declino del buddhismo in India non portò molta fortuna a Sarnath che venne saccheggiata nel dodicesimo secolo da invasori musulmani di origine turca. Per circa sette secoli dei luoghi della culla del buddhismo rimase visibile solo il Dhameka Stupa, senza che si sapesse quali preziose reliquie contenesse.
Bisognerà aspettare il diciannovesimo secolo affinché le vestigia degli antichi insediamenti monastici ed i tesori culturali di Sarnath emergano dagli scavi, molto per merito dell’ingegnere e archeologo inglese Alexander Cunningham, fondatore ― nel 1861 ― dell’Archaeological Survey of India.
Oggi Sarnath è oggetto di particolare attenzione da parte del Governo Indiano, nell’ambito di una generale valorizzazione del turismo buddhista nel paese.
La prestigiosa località, tuttavia, potrebbe essere, a parere di chi scrivere, organizzata meglio. È carente di buone strutture recettive, di buoni ristoranti, è collegata a Varanasi con strade poco adeguate e poveramente manutenute. Come luogo di pellegrinaggio buddhista trovo sia meglio organizzata Bodhgaya, forse anche per ragioni contingenti (beneficiando di una posizione geografica probabilmente più felice e di maggiore spazio, mentre Sarnath è penalizzata da un’urbanizzazione selvaggia che la connette alla vicina Varanasi). Tuttavia, una visita a Sarnath è ineludibile per chiunque visiti Varanasi. Il posto ospita monasteri delle più importanti scuole buddhiste ― di matrice theravada, mahayana e vajrayana ― dove è possibile, in alcuni casi, pernottare assistendo anche alle suggestive celebrazioni.

Manuel Olivares

Informazioni su Manuel Olivares

Manuel Olivares, sociologo di formazione, vive e lavora tra Londra e l’Asia. Esordisce nel mondo editoriale, nel 2002, con il saggio Vegetariani come, dove, perchè (Malatempora Ed). Negli anni successivi, ancora con Malatempora, pubblicherà: Comuni, comunità ed ecovillaggi in Italia (2003) e Comuni, comunità, ecovillaggi in Italia, in Europa, nel mondo (2007). Nel 2009 fonda l’editrice Viverealtrimenti, per esordire con Un giardino dell’Eden, il suo primo testo di fiction e Comuni, comunità, ecovillaggi, il suo terzo su un antico e moderno movimento di comunità sperimentali ed ecosostenibili. Nel 2011 pubblica Yoga based on authentic Indian traditions, il suo primo libro in inglese e Barboni sì ma in casa propria, una raccolta di racconti e poesie. Nel 2012 pubblica Con Jasmuheen al Kumbha Mela, dipanando un interessante accostamento tra New Age e tradizione.

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