Uno yoga “molto indiano” a Benares ed in Europa

yoga varanasi

Ricordo il mio primo viaggio a Benares (o Varanasi), sul calare del 2005, alloggiato nello storico quartiere bengalese della città (Bengali Tola).
Il desiderio di imparare a sentire più profondamente il mio corpo, di praticare seriamente, per un periodo, lo yoga.
Un cartello colorato, quasi genuinamente psichedelico, in uno dei vicoli angusti e puzzolenti, pieni di colore e di odori di cibi malsani da sgabuzzini-dabha (dabha sta per “osterie”, “bettole”).
Di saltuarie fragranze di incensi e di musiche avvolgenti e suggestive da sgabuzzini-shops e da sgangheratissime scuole di corsi di tabla, bansuri e sitar.
Una scritta rossa: yoga classes e scale scomode-vertiginose fino a una prima corte di mura rammollite dall’umidità ed altre scale, fiancheggiate da mura laide, per raggiungere il secondo piano dell’edificio ordinariamente diruto, con una seconda corte ugualmente fradicia e poi…una voce dolce, melodiosa fuoriuscire da una stanza, oltre una porta solcata di crepe.
E ancora: Smriti, ovvero: la yogini Smriti Singh — una volta, a sedici anni, Miss Kashi (nome antico di Benares) — con alcuni bastoncini di incenso in mano, i capelli neri coperti da uno scialle dello stesso colore, in quella che in uno dei miei libri avrei definito una stanza-tugurio.
La sensazione della sinfonia tutta indiana che si dipana incessantemente tra precarietà assoluta ed ineguagliabile bellezza.
Due allieve spagnole seguivano il canto dei suoi mantra, praticando una sequenza di āsana conosciuta come Saluto al sole (Surya Namaskar).
La nostra storia ha inizio qui!

 

La scoperta dello yoga come stile di vita

Ho presto iniziato a praticare lo yoga, con Smriti, in lezioni che non avevano, praticamente, limiti di orario, portate avanti dalla passione più che da ogni calcolo economico. A sentire più profondamente il mio corpo, a liberare i miei bronchi, attraverso la pratica di alcuni esercizi respiratori (prānāyāma), da muchi antichi e, pur parzialmente, la mia mente — attraverso la meditazione — da pensieri opprimenti.
Soprattutto, praticando tutti i giorni con Smriti, ho iniziato ad avere una percezione di giorno in giorno meno turistica del posto in cui mi trovavo.
Il rapporto allievo-insegnante finiva per trasmutare in uno amicale, con frequentazioni anche al di fuori (vivaddio…) della stanza-tugurio e momenti in cui Smriti condivideva parte della sua famigliarità — alimentata quotidianamente con rituali semplici e complessi in alcuni templi hindu della città — con diverse espressioni del divino.
Ho iniziato dunque a comprendere cosa potesse significare essere un’insegnante di yoga in India: uno stile di vita più che un mestiere (laddove in Occidente, oramai, abbondano drammaticamente pseudo-yogi-mestieranti spesso improvvisati che dalla terra di origine della pratica mantengono solo l’improbabile ed anacronistica albagia dei guru).
Smriti, per come ho avuto modo di conoscerla nel tempo, vive lo yoga 24 ore su 24. A partire dal risveglio mattiniero (intorno alle 5.00-6.00), quando siede sul letto per iniziare la giornata con una breve o lunga seduta di meditazione. Nello stesso modo, del resto ― e con buona naturalezza ― usa terminare le sue giornate.

 

Il centro di Assi Ghat

Giunge il momento, nel marzo 2007 che, assieme ad una sua allieva di antica data, Noemi Franco Beldades  ― oggi insegnante di yoga a Londra ― iniziamo a cercare un luogo alternativo alla stanza-tugurio, per ricavarci un centro di yoga più consono ad un’insegnante come Smriti.
Lo troviamo in una zona più ariosa della città, dove soggiornava Tiziano Terzani nel corso dei suoi giorni benaresi, ad Assi Ghat.
Il centro di Assi Ghat diventa presto un buon riferimento per parte della comunità internazionale di Benares.
Dopo essere stato sottratto di prepotenza a Smriti, nel 2012, è diventato uno dei ristoranti scadenti del quartiere.
Lo avevamo organizzato su due piani, con uno spazio-cucina, uno studio ed una camera da letto per studenti che vi volessero soggiornare per un periodo oltre, naturalmente, alla sala per le lezioni.
Io vi rimasi circa 5 mesi, nel corso dei quali continuai ad assimilare cosa potesse essere la dimensione dello yoga come stile di vita.
Smriti arrivava tutte le mattine e, immancabilmente, officiava la puja (celebrazione di offerta alle divinità delle cui murti — rappresentazioni — il centro abbondava). Anche all’inizio delle lezioni non trascurava l’aspetto bhakti, devozionale, (in genere quasi del tutto ignorato in Occidente) della disciplina.
Dopo aver cantato mantra rivolti a Shiva, Ganesha o altre divinità del pantheon Hindu (in genere il Maha-Mritiunjay Mantra, in onore di Shiva, principale divinità di Varanasi), Smriti iniziava a guidare alcuni esercizi di riscaldamento e, poi, a farci praticare alcune āsana.
Successivamente dedicava del tempo alla pratica del prānāyāma (una serie di tecniche che utilizzano il respiro per influenzare il flusso di energia vitale — prana — nei canali energetici — nadi — del corpo bioplasmico — pranamaya kosha —), spesso ingiustamente ignorata; il respiro è il nostro più importante processo vitale, influenza le attività di ciascuna cellula, oltre ad essere direttamente legato alle attività del cuore e del cervello.
La lezione terminava con brevi esperienze meditative e semplici āsana di rilassamento.

 

Una via di crescita integrale

Praticando lo yoga con Smriti ho avuto modo di comprendere cosa sia una “via di crescita integrale”, in grado di “coltivare” e migliorare i diversi aspetti della persona, sino alla sua realizzazione ultima, al completamento del suo percorso evolutivo.
A questo punto credo sia doveroso entrare nello specifico etimologico del termine yoga, derivato dal sanscrito yuj — «legare insieme, giogo, che richiama il latino jungere, jugum, il francese jou, eccetera» — il cui significato può essere reso con i termini unire, aggiogare o, più semplicemente, con lo stesso termine unione che rimanderebbe all’incontro definitivo della coscienza individuale con quella transpersonale.
L’atto di aggiogare può essere assimilabile al «risolvere le turbolenze mentali [non a caso l’incipit del primo capitolo dello Yoga Sutra di Patanjali è Yoga citta vritti niroda: lo yoga è la sospensione delle fluttuazioni, mentali e fisiche, in modo da ottenere una perfetta unità coscienziale la quale va oltre i limiti del pensiero]».
Qui ci troviamo in un immaginario peculiarmente indiano, in particolare nella sua espressione monista upanishadica che rappresenta un cruciale background per le successive scuole filosofiche. Alla base del “pensiero upanishadico”, dietro ogni manifestazione dell’essere è presente un fondamento che lo storico delle religioni italiano Gianluca Magi definisce “auto-esistente ed incondizionato”, chiamato Brahman o Ātman (di cruciale importanza, in questo caso, la lettera maiuscola), con il quale, nella Chāndogya Upanisad, viene identificato ogni principio individuale: l’ātman.
Merita, a questo punto, citare un brano cardine, in forma di dialogo, del testo menzionato:

«E, dove risiederà la radice del corpo se non nell’acqua? Analogamente se riteniamo il germoglio l’acqua, figlio mio, il calore (tejas) sarà la sua radice. Se consideriamo il calore un germoglio l’essere (sat) sarà la radice. Tutti i viventi hanno le proprie radici nell’essere (sat), si basano sull’essere, si sostengono sull’essere. Ora mio caro ti è stato detto come queste tre divinità pervenute nell’uomo siano divenute triplici. Quando un uomo muore, mio caro, la parola rientra nella mente, la sua mente rientra nel soffio vitale, il soffio vitale rientra nel calore e questi rientra nella suprema divinità. Qualunque sia questa essenza sottile, tutto l’universo è costituito di essa, essa è la realtà di tutto, essa è l’ Ātman. Quello sei tu (Tat tvam Asi) o Śvetaketu!».

(VI, X, 3)

Il celebre yogi BKS Iyengar esprime gli stessi concetti ― con particolare riferimento alla pratica dello yoga ― utilizzando altre parole:

«Nel pensiero indiano tutto quanto è permeato dal supremo spirito universale (Paramātmā o Dio), di cui fa parte lo stesso spirito individuale (Jīvātmā). Il sistema yogico prende questo nome perché insegna in diversi modi come il Jīvātmā possa reintegrarsi con il Paramātmā, di modo da assicurare il conseguimento della liberazione (Moksha)».

 

Smriti in Europa

Credo i brevi cenni del paragrafo precedente siano sufficienti a comprendere quanto lo yoga dall’autentica tradizione indiana sia ben altra cosa rispetto alla sua versione atletica, non di rado narcisistica, che sta imperversando in Occidente. A partire dal 2009 ci siamo dunque adoperati per portare Smriti in Europa, contribuendo a facilitare la diffusione di uno yoga “meno banale”.
L’operazione, possiamo dire, è stata coronata da un buon successo. Al primo tour del 2009 sono seguiti regolarmente altri, fino al 2012. Smriti ha insegnato in Belgio, in Olanda ed in Italia.
“Sono stata accolta in un modo veramente straordinario”, mi diceva nel corso di un’intervista per il testo che avrei successivamente scritto in italiano ed in inglese (il titolo italiano è Yoga dall’autentica tradizione indiana), “Amo l’ordine e la pulizia dell’Europa, come del resto la gentilezza ed il garbo delle persone ma, allo stesso tempo, in Occidente sento la mancanza del potere spirituale dell’India che penso abbia molto da offrire al mondo occidentale, avendo almeno altrettanto da imparare”.
Sono naturalmente in programma nuovi tours della yogini di Benares, sperando in questo modo di contribuire a superare il modo riduttivo di vivere la disciplina yogica che ha ispirato le seguenti parole di Elémire Zolla:

«Ci si può immergere nello yoga, che quasi tutti credono di conoscere e forse anche di aver praticato, ma che in Europa è pressoché ignoto nonostante l’impeccabile esposizione che Eliade ne fece. Noi si deforma in ginnastica l’arte indiana per eccellenza, sconosciuta altrove. Essa fa accedere al cuore di ogni scuola filosofica non mercé parole, ma attraverso un adattamento sia corporeo che spirituale, integro. Invece che sull’ascolto di frasi gioca su sforzi muscolari, respirazioni, torsioni del corpo, educando inflessibilmente nervi, tendini, carni, fino a regolare in armonia ormoni, sentimenti, meditazioni: fino a liberare, a far raggiungere uno stato in cui ci si distingue dal corpo e dai pensieri, diventando divini (adhyātmayoga), con divina serenità (ātmaprasāda)».

Manuel Olivares (www.viverealtrimenti.com)

 

Om International Yoga Health Society

Dumaraho Bag Colony
Between Open Hand and Cozy Corner,
Assi, Varanasi 221005 (U.P.), India.
Tel:1 +919336916081
Tel2: +919794113505
E mail: omyogasmriti@yahoo.co.in

Web-site: www.omyogainternational.com

 

Clicca qui per la sinossi del testo, di Manuel Olivares, Yoga dall’autentica tradizione indiana

 

Manuel Olivares

Informazioni su Manuel Olivares

Manuel Olivares, sociologo di formazione, vive e lavora tra Londra e l’Asia. Esordisce nel mondo editoriale, nel 2002, con il saggio Vegetariani come, dove, perchè (Malatempora Ed). Negli anni successivi, ancora con Malatempora, pubblicherà: Comuni, comunità ed ecovillaggi in Italia (2003) e Comuni, comunità, ecovillaggi in Italia, in Europa, nel mondo (2007). Nel 2009 fonda l’editrice Viverealtrimenti, per esordire con Un giardino dell’Eden, il suo primo testo di fiction e Comuni, comunità, ecovillaggi, il suo terzo su un antico e moderno movimento di comunità sperimentali ed ecosostenibili. Nel 2011 pubblica Yoga based on authentic Indian traditions, il suo primo libro in inglese e Barboni sì ma in casa propria, una raccolta di racconti e poesie. Nel 2012 pubblica Con Jasmuheen al Kumbha Mela, dipanando un interessante accostamento tra New Age e tradizione.

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