Ricominciare da Chiang Mai; intervista a Simona Camporesi

 

Simona Camporesi, classe 1975, romagnola, è un’editor, correttrice di bozze, articolista freelance e, da oltre un anno, nomade digitale, in buona parte di stanza a Chiang Mai (Thailandia del nord).
Ha recentemente pubblicato un e-book: Mai dire Chiang Mai ed è di prossima uscita, con Viverealtrimenti, Ricomincio da Chiang Mai che riprende il titolo del suo blog in cui si offrono “storie e microstorie di una editor nomade”.
Le sue prospettive sull’Asia e sul nomadismo digitale sono “giovani” e “leggere” e meritano di essere, pur brevemente, presentate.
Buona lettura!

CA: Cara Simona, intanto ti chiederei di presentarti brevemente spendendo due parole sul tuo background formativo e sul tuo lavoro attuale.

SC: Mi sono laureata nel lontano 1999 in Filosofia e, dovendo scartare la professione di insegnante per motivi di ipersaturazione (entrambi i miei genitori lo erano) e quella di filosofa per chiare ragioni di sopravvivenza economica, mi sono dovuta arrabattare per trovare la mia strada.
Ho sempre amato i libri e non è un caso se il primo lavoro “serio” che ho trovato è stato come commessa nella più grande libreria della mia città. Lì ho cominciato quasi per scherzo a organizzare una rassegna letteraria estiva che richiamava scrittori di fama nazionale a presentare i propri libri, Autori sotto la Torre, rassegna che negli anni avrebbe avuto anche un discreto successo.
Dopo due anni ad annusare libri e a consigliarli ai clienti ho capito che mi mancava qualcosa, così mi sono licenziata per la prima volta e sono partita per un viaggio di tre mesi in Australia. Al mio ritorno mi aspettavano una casa editrice di narrativa appena nata e uno scrittore conosciuto durante le presentazioni, che mi ha insegnato i primi rudimenti di quella che sarebbe diventata la mia professione: l’editor.
Dopo due anni l’ansia da ufficio mi ha investito di nuovo. Nuovo licenziamento, nuovo viaggio in Australia. Tornata all’ovile dopo quasi un anno passato a girare quel meraviglioso continente con un furgone comprato in società con una ragazza spagnola, sapevo per certo che un lavoro regolare a orari fissi non faceva più per me, così ho cominciato lentamente a costruirmi la mia attività di editor freelance, aiutandomi per sbarcare il lunario con un impiego part-time in un negozio di fotografia. Poi è arrivata l’occasione che aspettavo: mi hanno presa per fare un tirocinio retribuito nella redazione di una piccola casa editrice della zona. La paga era minima, ma finalmente riuscivo a vivere editando libri senza dover ricorrere a lavori integrativi, esattamente l’obiettivo che mi ero posta diversi anni prima.
Sono restata sei anni, passando da tirocinante a Responsabile Editoriale, ma sempre mantenendo fede all’idea di lavorare solo part-time in modo da potere continuare la mia attività di freelance, che pian piano ha cominciato a spaziare nei settori più diversi: dai libri di sport ai testi new age e crescita personale, dai romanzi ai manuali universitari, dalla saggistica alla cucina.
Ma qualcuno è davvero incontentabile e riesce a farsi venire a noia anche un part-time. Così, poco meno di due anni fa, dopo mille dubbi e un certo tribolamento dovuto alla mia non più giovanissima età e a una situazione economica che invitata più a tenersi un lavoro sicuro che a lasciarlo andare, mi licenzio per la terza e ultima volta. Infilo il laptop nella sua valigetta e volo dall’altra parte del mondo, destinazione Thailandia.

CA: Il tuo blog e il tuo prossimo libro si intitolano Ricomincio da Chiang Mai. Ricominciare cosa? E perché proprio da Chiang Mai?

SC: Ricominciare la mia vita. Era da anni che sognavo di unire le mie due più grandi passioni: l’amore per le parole (il mio lavoro di editor, ma anche la scrittura) con quello per il viaggio e la conoscenza di culture diverse dalla mia. Ho sempre sognato di fare la nomade digitale, anche quando questa categoria professionale non aveva un nome preciso e di “pazzoidi” che mollavano tutto per lavorare con il proprio laptop in giro per il mondo ce n’erano ancora pochi, soprattutto in Italia. Mi ero già licenziata due volte da un lavoro sicuro ma volevo che la terza fosse diversa. Stavolta non partivo per fare un viaggio, ma per iniziare un nuovo stile di vita e questo richiedeva, oltre a una certa dose di incoscienza, che non mi è mai mancata, anche un pizzico di organizzazione. Anche perché non ero più una ragazzina che poteva permettersi di partire allo sbaraglio.
Durante le mie forsennate ricerche in rete su quale potesse essere un buon posto per iniziare la mia avventura da nomade digitale, continuava a spuntare un nome: Chiang Mai. Quella che i precedenti viaggi in Thailandia mi avevano fatto conoscere come una città affascinante e bellissima, diventava improvvisamente la meta più gettonata da migliaia di nomadi digitali di tutto il mondo. Chiang Mai sembrava avere tutto quello che cercavo: un’atmosfera esotica, un clima caldo, un’ottima connessione wifi e un costo della vita decisamente più economico di quello italiano.
Così ho contattato uno dei tanti nomadi digitali che ci aveva vissuto, ho raccolto un po’ di informazioni e infine ho comprato un biglietto per la Thailandia. Di sola andata.

CA: Rispetto alle aspettative che ti eri fatta, qual è stato, poi, l’incontro con il paese (la Thailandia) e la città (Chiang Mai) reali?

SC: Conoscevo già la Thailandia grazie ad alcuni viaggi fatti negli anni precedenti. Ci ero andata per studiare massaggio, girarmela un po’ e visitare mio fratello, che vive là da sei anni.
Naturalmente “viverci” è un’altra faccenda, la Thailandia che ho imparato a conoscere non è esattamente il Paese del Sorriso che ti descrivono nelle guide e che vedi con gli occhi del turista. Si tratta di una nazione complessa e contraddittoria, con una marcata spiritualità ma anche tanti diritti fondamentali violati, con una grande instabilità politica e diversi aspetti non facili da digerire per chi proviene da un Paese dove vige la democrazia, sebbene in una versione tutta particolare e nient’affatto perfetta, come tutti sappiamo bene.
Eppure la Thailandia resta per me un Paese molto affascinante, di grande interesse antropologico, punteggiato di paesaggi incredibili e diversi scorci ancora lontani dal turismo di massa, un Paese che consente di riappropriarsi di quella vita rallentata che a mio parere tutti gli esseri umani dovrebbero concedersi almeno una volta ogni tanto.
E poi Chiang Mai è bellissima.

CA: Pensi che la tua esperienza in Thailandia sia stata transitoria oppure credi che sarà un paese in cui spenderai ancora del tempo in maniera semistanziale?

SC: Onestamente non so quale sarà la prossima tappa del mio viaggio itinerante. Vorrei vedere altro adesso: l’India soprattutto, l’Africa, Il Sud America… la mia Italia. A fine aprile sono andata in Sicilia per un mese e mezzo e mi sono resa conto che il nostro paese è una chicca rara e che accade troppo spesso che si voli dall’altra parte del mondo per poi snobbare i tesori che si hanno sotto il naso.
Ma per quanto le novità mi attirino come calamite, c’è qualcosa nella Thailandia che ogni volta mi richiama a sé. Come un giorno ho scritto da qualche parte, ogni volta che dico “Ora, però, basta Thailandia” poi ci torno, e ogni volta che poi ci torno e dico “Sì, ma comunque mi fermo poco” finisco per restarci mesi. Un motivo ci sarà!

CA: Vuoi parlarci di altre tue esperienze in Asia, a partire dalle altre località thailandesi in cui hai vissuto per un periodo ragionevole?

SC: Io adoro Chiang Mai, ma dopo un po’ la città comincia ad andarmi stretta e per sfuggire a traffico e inquinamento (e agli incendi, dovuti alla pratica del taglia e brucia delle minoranze etniche montane, che rendono l’aria irrespirabile durante i mesi di febbraio e marzo) vado alla ricerca di spot più tranquilli. In Thailandia mi sono fermata per tempi più o meno lunghi a Phuket, Koh Phangan e Koh Jum, un’isoletta mezzo sconosciuta nel mare delle Andamane. E poi Pai, un piccolo paese nel nord della Thailandia, la cui lentezza e il paesaggio rigoglioso mi rimettono al mondo.
Lo scorso novembre ho deciso di spostare l’avventura in Vietnam, con una piccola incursione in Cambogia, ma visto che in quel momento avevo poco lavoro è stato più un viaggio vecchio stile che un’esperienza da nomade digitale vera e propria.

CA: Quanto, a tuo modo di vedere, un’esperienza di nomadismo digitale in Asia possa essere realmente fattibile, per una persona media, a fronte dei vantaggi e dei disagi che presenta?

SC: Esistono pochi luoghi al mondo vicini alle esigenze del nomadismo digitale quanto l’Asia. Paesi come la Thailandia, l’Indonesia e il Vietnam offrono connessioni internet che vanno dal buono all’eccellente, spesso e volentieri di gran lunga migliori di quanto possiamo vantare qui in Italia, moltissimi spot con wifi gratuito e diverse esperienze di spazi coworking. Senza dimenticare un costo della vita decisamente favorevole per chi viene da Europa e Stati Uniti e una qualità di vita superiore alla media. Altri Paesi, come India, Laos e Cambogia, non offrono al momento le stesse opportunità ma l’Asia è un continente con una crescita economica vertiginosa e non dubito che nel giro di breve sarà possibile ritrovarsi tra le mete alternative del lavoratore in itinere anche un paesino sperduto nel mezzo del Laos o della Birmania.

CA: Dopo la tua esperienza di vita a Chiang Mai in che misura ti senti cambiata e cresciuta?

SC: É difficile quantificare, ma sicuramente tanto. Sono passati appena quindici mesi da quando ho iniziato la vita della nomade digitale, ma certe volte mi sembrano anni. Il fatto è che quando si viaggia la vita accelera improvvisamente, sputati fuori dalla propria zona di comfort ci si apre di più e questo convoglia nella propria vita persone, esperienze e opportunità nuove, un bombardamento di novità e occasioni di crescita, professionali e personali, che danno l’illusione di un tempo davvero molto, molto dilatato.
Viaggiare come nomade digitale è naturalmente più impegnativo che farlo da semplice turista: ho dovuto rinunciare a un po’ di quella libertà anarchica che ho sempre inseguito e sottomettermi a una primitiva forma di organizzazione, indispensabile per chi è “imprenditore di se stesso”. Ma è un compromesso che sono felice di poter fare, visto che anziché fare viaggi di un mese ora posso permettermi il lusso di un lungo viaggio che dura tutto l’anno.

CA: Consiglieresti a qualche tuo collega o a qualcuno che possa lavorare a distanza con il proprio computer di fare, almeno per un breve periodo, un’esperienza simile alla tua? In caso di risposta affermativa, che genere di avvertenze pensi possano essere utile al neo-nomade digitale?

SC: E come potrei non consigliarlo? Se una persona ama viaggiare, è curiosa del mondo e soffre di quella malattia terribile che è l’ansia da ufficio, internet regala una possibilità unica, impensabile fino a qualche tempo fa. Viviamo in un momento storico privilegiato che offre l’opportunità di buttare alle ortiche il vecchio concetto di posto fisso per accogliere quello di lavoro flessibile, svincolato da ritmi, luoghi e orari ripetitivi.
La mia profonda convinzione è che l’essere umano sia su questo Pianeta per evolvere e trovare il modo di essere felice. Per qualcuno la felicità è il posto fisso e una vita fatta di routine, e allora niente da dire. Ma a chi entro questi paletti si sente un po’ stretto l’innovazione tecnologica consente di realizzare il sogno di una vita lavorativa nomade, e allora perché non approfittarne? Naturalmente non sono tutte rose e fiori. L’aspirante nomade digitale deve mettere in preventivo tutta una serie di difficoltà, che nel mio caso sono soprattutto riconducibili all’assenza di un’entrata fissa mensile su cui poter contare e la mancanza di un “nido” tutto mio dove poter tornare di quando in quando. Ma le difficoltà che si incontrano, le incertezze, i dubbi, le cadute, quello strano e inaspettato senso di solitudine lancinante che ogni tanto può prendere alle spalle… non solo sono largamente compensati dalla libertà e dal privilegio di potersi concedere una passeggiata su una spiaggia deserta mentre gli altri si rinchiudono dietro una scrivania, ma sono tutte occasioni preziosissime per crescere ed evolvere all’interno del nostro percorso, quindi, per come la vedo io, benedizioni.

In conclusione, un bel contributo di Simona, su parte del suo viaggio in Australia, per il blog di viverealtrimenti. Da leggere tutto d’un fiato!

Manuel Olivares

Informazioni su Manuel Olivares

Manuel Olivares, sociologo di formazione, vive e lavora tra Londra e l’Asia. Esordisce nel mondo editoriale, nel 2002, con il saggio Vegetariani come, dove, perchè (Malatempora Ed). Negli anni successivi, ancora con Malatempora, pubblicherà: Comuni, comunità ed ecovillaggi in Italia (2003) e Comuni, comunità, ecovillaggi in Italia, in Europa, nel mondo (2007). Nel 2009 fonda l’editrice Viverealtrimenti, per esordire con Un giardino dell’Eden, il suo primo testo di fiction e Comuni, comunità, ecovillaggi, il suo terzo su un antico e moderno movimento di comunità sperimentali ed ecosostenibili. Nel 2011 pubblica Yoga based on authentic Indian traditions, il suo primo libro in inglese e Barboni sì ma in casa propria, una raccolta di racconti e poesie. Nel 2012 pubblica Con Jasmuheen al Kumbha Mela, dipanando un interessante accostamento tra New Age e tradizione.

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