Agedashi Dofu, il Tofu fritto!

Nel pubblicare queste ricette di cucina giapponese, ci troviamo spesso nella condizione di dover scegliere tra le ricette che vorremmo pubblicare e quelle che sono invece più alla portata di una realizzazione casalinga. Questo non avviene però a causa della complessità o meno delle varie ricette quanto invece per l’oggettiva difficoltà che si può incontrare nel reperire tutti gli ingredienti necessari in Italia. Vivendo a Roma, al di là del cibo portato dai viaggi in Giappone o spedito dalla famiglia, non abbiamo comunque grandi problemi nel reperire gran parte degli ingredienti necessari, o al limite i più simili, nei moltissimi negozi di alimentari asiatici. Non tutti però hanno questa possibilità in altre città italiane o nei piccoli centri. Nella speranza/presunzione che ci leggano un po’ tutti da ogni dove, a volte temiamo di pubblicare ricette che non saranno poi realizzabili dai nostri lettori per mancanza di materie prime.

Daigaku in giapponese significa Università e Imo significa patata. Che c’entrano le patate dolci giapponesi con il mondo universitario? Andiamo per gradi, cercando di schivare abilmente i facili giochi di parole che, questa volta nella nostra lingua, (vedi il precedente articolo) potrebbero portare a qualche goliardico fraintendimento (già il titolo è stato più che selezionato tra i vari “patate universitarie” “la patata all’università” e via dicendo!).
Nella cucina giapponese tradizionale si è sempre dato molto spazio ad aspetti che nelle altre cucine sono di solito secondari o totalmente assenti, come ad esempio l’estetica minimale o i sapori appena percettibili e sfumati. Anche nei colori non si tende quasi mai allo sfarzo quanto invece al rappresentare, artificialmente, la natura e le sue stagioni, per stimolare un appagamento mentale ed estetico prima ancora che fisico. Le piccole porzioni, i sapori leggeri, il vasellame e gli accessori perfettamente in armonia con il cibo che contengono o con la stagione in cui vengono utilizzati, sono ad esempio una caratteristica fondamentale della Kaiseki Ryori, un particolare modo di cucinare ma anche di servire e gustare alcune pietanze sviluppatosi lungo tutta la storia del Giappone ma con particolare canonizzazione nei periodi Kamakura e Edo dove l’estetica e la raffinatezza erano elementi imprescindibili di ogni arte. La cucina Kaiseki, sempre a base di pesce e crostacei accompagnate da verdura e frutta di stagione, viene servita in una serie di piccole porzioni con sequenze e modalità prestabilite.
Riguardo la cucina giapponese, oltre all’onnipresente Sushi, nell’immaginario e nella cultura gastronomica degli occidentali si è fatta spazio tra poche altre una ricetta: un modo di friggere verdure e crostacei che ha il nome di Tenpura. Questa ricetta ormai considerata giapponese a tutti gli effetti ha le origini molto più europee di quanto si pensi, spesso sconosciute anche ad alcuni giapponesi che la ritengono in tutto e per tutto un’invenzione nipponica!
Questa settimana la ricetta che vi proponiamo è forse meno particolare e meno “orientale” di quelle proposte fin qui. Certamente ci sono ancora molti piatti della tradizionale cucina giapponese che ci aspettano, ma ogni tanto vorremmo sfatare il mito del giapponese che mangia esclusivamente riso e pesce calandoci un po’ di più nella quotidianità e nei ritmi della gente comune che non ha certo il tempo e il modo di mangiare ogni giorno “piatti tradizionali in modo tradizionale”!