Abe e la Costituzione pacifista
Il 13 Aprile scorso la Camera Bassa ha approvato una legge che stabilisce le procedure per indire il referendum per la modifica dell'attuale Costituzione. Il referendum dovrà tenersi entro tre anni a partire dalla data di approvazione della legge.
La modifica della Costituzione pacifista, nata dopo la sconfitta nel secondo conflitto mondiale ed imposta degli Americani, è uno dei cavalli di battaglia dell'attuale premier Shinzo Abe.
In particolare l'articolo su cui si stanno puntando gli occhi, è il numero nove in cui il Giappone rinuncia per sempre alla guerra e all'uso della forza per risolvere le dispute internazionali. Di conseguenza il Paese rinuncia ad avere un esercito con capacità offensive e si limita ad una Forza di Auto-Difesa, composta da 240.000 soldati con compiti esclusivamente di difesa.
Con una decisione contrastata il governo Koizumi aveva spedito 600 soldati in Iraq anche se non con compiti di combattimento, ma di partecipazione alla fase di ricostruzione. Soldati che comunque sono stati ritirati nel Settembre dello scorso anno.
In questi ultimi mesi si è acceso un dibattito nel Paese tra i fautori della modifica della Costituzione e quelli che non vorrebbero toccarla e che considerano sacro l'articolo nove.
I sostenitori della modifica, asseriscono che dopo sessant'anni lo scenario mondiale è cambiato: ora il Giappone è un grande paese con una grande economia e deve dotarsi di un esercito per difendere con più efficacia i propri interessi e per poter partecipare alle varie missioni di pace sotto l'egida dell'ONU. Esprimono inoltre il timore derivante da una Cina che continua ad aumentare la spesa destinata alla Difesa, per non parlare poi della continua minaccia costituita dalla Corea del Nord.
I pacifisti, dal canto loro, temono che con la modifica dell'articolo nove il Paese correrebbe il rischio di tornare al periodo buio del militarismo. In fondo, fanno notare, se il paese è così forte economicamente lo si deve proprio al fatto che in questi sessant'anni non è mai stato coinvolto in scenari di guerra. La spesa da destinare alla difesa, ogni anno, è molto bassa e questo ha permesso di destinare più soldi per lo sviluppo e il sostegno dell'economia.
Un recente studio del quotidiano Yomiuri Shimbun mostra però una continua discesa della percentuale di coloro che si dicono favorevoli alla modifica costituzionale.
Se vincessero i "si" alla modifica, si rischierebbe seriamente di vanificare gli sforzi che in questi ultimi mesi sono stati fatti, finora con successo, per cercare di normalizzare i rapporti con i vicini asiatici.
D'altronde Osamu Nishi, professore all'università Komazawa di Tokyo, asserisce che un cambiamento della Costituzione non significherebbe un ritorno dei militari e comunque il controllo delle Forze Armate dovrà sempre rimanere nelle mani della Dieta.
Il dibattito è aperto e ancora lungi dal concludersi e prometti molti colpi di scena nei prossimi mesi.
Cristiano Suriani
