Abe torna a chiedere scusa

19 Marzo 2007

TOKYO: A pochi mesi dall’inizio effettivo della sua legislatura, il primo ministro giapponese Shinzo Abe si è trovato ad affrontare spinose questioni di carattere politico e diplomatico.

L’ultima della serie, quella che lo ha visto protagonista d’un acceso vespaio nella scorsa settimana. Centro della questione fu il passo indietro del neo primo ministro sulla posizione del governo giapponese in merito all’assunzione di responsabilità nell’ingloriosa pagina storica che vide il Giappone coinvolto nella coercizione di oltre 200.000 donne alla prostituzione in bordelli gestiti dai militari dell’esercito imperialista durante la seconda guerra mondiale.

Tassello, quello del mea culpa giapponese sulla gravità di tale crimine morale e umano, che ancora oggi complica il dialogo diplomatico con importanti partners asiatici come Cina e Corea ma non solo. Ricordiamo. difatti, che fra le fila delle comfort women furono schiavizzate anche donne olandesi e australiane, probabilmente prelevate nei pressi degli approdi portuali, in territorio di commercio con gli stranieri, e avviate alla prostituzione nei bordelli militari giapponesi sparsi per le regioni della Cina.

Il clima appariva già infuocato negli ultimi mesi, dal mancato arrivo da parte di Tokyo, delle scuse ufficiali in concomitanza del risarcimento inoltrato ad un limitatissimo numero di superstiti. Secondo alcune stime, difatti, sarebbe solo lo 0,2% il numero di donne su un totale di 200.000 "donne di conforto" ad essere state risarcite dal 1995 per il danno morale e umano subito durante il periodo della schiavitù sessuale nei campi di battaglia in Cina.

Tra l’altro,l’erogazione del fondo per il risarcimento del crimine, istituito dal governo socialista Morayama nel 1995, dovrebbe venire bloccata proprio alla fine del mese, lasciando però moltissime donne senza alcun risarcimento pecuniario a minima compensazione di quanto subito. Coloro che invece il risarcimento l’hanno ottenuto hanno di fatto espresso più e più volte l’esigenza di ricevere le scuse ufficiali da parte del governo.

Parole d’ammissione che non solo, faticano sempre dall’essere apertamente pronunciate dal governo liberaldemocratico, ma che per di più hanno visto realizzarsi il loro peggiorativo nell’affermazione che è trapelata da Abe all’indomani del culminante inasprimento diplomatico con la Repubblica Popolare Democratica di Corea, a proposito del tavolo di lavoro internazionale sull’intervento al nucleare nordcoreano. Da Pyongyang difatti, secondo una notizia rilasciata dall’agenzia stampa centrale nordcoreana, il ministro degli Esteri avrebbe criticato l’immoralità giapponese con cui il governo Abe reiterava all’ammissione di colpa. Immediatamente il Congresso americano richiama all’attenzione internazionale il peso che tale ammissione di responsabilità riveste ancora oggi per il realizzarsi di un dialogo fra Giappone — Cina – Corea, ma Abe da Tokyo ha risposto in Parlamento in un’accezione che la stampa statunitense ha immediatamente targato di "revisionismo conservatore". Secondo la risposta calda del premier giapponese agli inviti americani e coreani al riconoscimento delle responsabilità politiche, le autorità militari e istituzionali di allora non sarebbero state coinvolte nell’attività di coercizzazione e amministrazione della prostituzione nelle centinaia di bordelli militari. Parole quelle di Abe, in riferimento alla libera adesione alla prostituzione da parte di giovani cinesi e coreane, nella maggior parte minorenni, che hanno scatenato il rimbalzo della fervida critica antigiapponese da un’editoriale all’altro della stampa statunitense e asiatica.

Lo scossone pare aver colpito anche la linea di coerenza politica della dirigenza LPD, che nella dichiarazione di Abe, avrebbe rinnegato quanto controfirmato nel 1993 dall’allora segretario generale di governo Kono Yohei, personalità che ha per prima ufficialmente ammesso il coinvolgimento politico e militare giapponese nello scandalo e avviava un procedimento di scuse formali e pecuniarie ai danni delle superstiti all’offesa.

Come interpretare allora la svista diplomatica di Abe? Inesperienza? Sincerità super partes su una questione che il conservatorismo politico chiaramente non reputa di responsabilità istituzionale? Orgoglio nazionalista d’accompagnamento all’intransigenza diplomatica al dialogo nordcoreano? Sta di fatto che pochi giorni dopo è di nuovo il neo premier giapponese a fare la propria apparizione sulle reti della NHK e a testa bassa fare marcia indietro su quanto dichiarato. Sia Shinzo Abe che il capo alla segreteria di governo Yasuhisa Shiozaki, chiedono scusa per aver riaperto una ferita diplomatica e morale forse mai sanata del tutto e sottolineano la continuativa posizione dell’attuale governo alla linea apologetica iniziata da Kono e proseguita in una serie ufficiale di scuse sia da parte di Junichiro Koizumi che Ryutaro Hashimoto, entrambi precedenti capi di governo.

Del resto l’ambasciatore americano a Tokyo, Thomas Schieffer aveva espressamente avvisato Abe sull’importanza della questione e si era raccomandato come "nessun amico avrebbe voluto vedere il Giappone rinnegare una serie di ammissioni già fatte in passato". Una lezione appresa troppo in ritardo.

Paolo Cacciato

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