Capire il Giappone attraverso le donne

Capire il Giappone attraverso le donne

25 Giugno 2007

Nel Giappone delle donne

Antonietta Pastore

2004

Einaudi tascabili

Prezzo di copertina: 9,50 euro

Il libro di Antonietta Pastore "Nel Giappone delle donne" è un tentativo apprezzabile di spiegare ad un’ audience italiana il ruolo e la posizione delle donne giapponesi nella loro società di origine. Attraverso il racconto delle vite di alcune donne conosciute dall’autrice durante gli anni trascorsi in Giappone, il libro analizza, forse in maniera un po’ semplicistica, costrutti sociali quali ad esempio matrimonio, famiglia, lavoro e industria del sesso (il famoso "mizu shobai").

Nel testo si mescolano analisi socio-antropologiche a frammenti narrativi che riguardano la vita e l’esperienza in prima persona dell’autrice (il divorzio dal marito, la decisione di ritornare definitivamente in Italia, i sentimenti contrastanti riguardo ai giapponesi), rendendolo scorrevole e di facile lettura.

Il libro si apre con la Pastore, ormai in Giappone da quattro mesi ed in piena crisi di rigetto nei confronti del paese, alle prese con il matrimonio combinato (omiai) dell’amica Atsuko. L’occasione serve all’autrice per ricordare che in Giappone sposarsi è un obbligo sociale piuttosto che non una scelta individuale, e che il matrimonio non è legato ad un ideale di vita romantica da trascorrere insieme, così come avviene in Occidente. Per questo motivo persone che si conoscono poco bene, ma provengono da ambienti simili, spesso finiscono sposate dopo un primo incontro combinato dalla famiglia (ad oggi il 50% delle unioni avviene così). Negli anni successivi, ricorda la Pastore, il loro ideale di vita coniugale sarà di separarsi al mattino per ritrovarsi a tarda sera, dedicando alla vita di coppia solo il poco tempo libero nei fine-settimana o durante le ferie. Tuttavia, nel contempo le donne dovranno anche dedicarsi a tempo pieno a soddisfare i bisogni della famiglia, abnegando il loro desiderio di avere anche una carriera lavorativa. Le altre due storie nella sezione "matrimonio", che raccontano di donne che finiscono sposate nonostante un’iniziale riluttanza, riprendono il tema dominante: la centralità e l’ineluttabilità del matrimonio nella vita di una donna giapponese. Sono storie di fallimenti- dal punto di vista di un occidentale- storie di donne che, pur partendo da premesse diverse, hanno dovuto rinunciare alle loro ambizioni professionali per giungere ad una stessa conclusione: il matrimonio che la società ha imposto loro.

Per quanto realistica, si tratta forse di una descrizione della condizione delle donne nipponiche troppo perentoria. Sono interessanti, per questo motivo,le storie che la Pastore pone come contrappeso, storie in cui le ragazze rifiutano di rinunciare alla carriera per asservirsi ai bisogni del marito o dei figli. La prima storia di questo tipo arriva qualche capitolo dopo, quando la Pastore si occupa delle giovani giapponesi, ed è la storia di Fumiko, che intraprende una brillante carriera nel settore dell’abbigliamento, per lo meno finchè la Pastore ha rapporti con lei. Dal momento che le due non sono più in contatto però è anche possibile, l’autrice sospetta, che la ragazza non sia riuscita a perseguire i suoi sogni lavorativi e sia finita anche lei a fare la casalinga. Si sospetta quindi l’ennesimo fallimento, ma il lettore deve attendere poco perché nel capitolo successivo troverà due storie finalmente "a lieto fine": quelle di Yuriko, che diventa un’importante manager aziendale, e dell’energica Furukawa sensei. Quest’ultima riesce a farsi strada nel mondo del lavoro proprio grazie al fatto che sia rimasta vedova molto presto e senza figli a carico.

Il libro ha delle pretese scientifiche, ad esempio quando sciorina verità antropologiche del tipo "il Giappone non è l’America dell’happy end, qui l’obbiettivo perseguito non è il lieto fine ma l’interesse del gruppo" oppure "in Giappone (…) non si mostrano in pubblico gli affetti privati, tanto meno negli ambienti che si frequentano per studio o per lavoro". Tuttavia, "Nel Giappone delle donne" pecca della presunzione propria di un testo senza citazioni né referenze e con una bibliografia ridotta all’osso.

Molto più interessanti sono gli spezzoni narrativi in cui l’autrice racconta della sua esperienza personale e si lascia andare a commenti molto poco "politically correct". Vediamo così la Pastore infastidita dall’atteggiamento "di irritante passività" delle donne giapponesi, la possiamo figurare mentre cerca di cambiare la sua gestualità per sembrare più femminile, e apprezziamo la sua sincerità nel mostrare rammarico per il fatto che centinaia di migliaia di donne nel paese affidino il loro futuro alle risorse economiche del loro futuro marito. Sorridiamo di fronte all’irritazione che le causa il fatto che gli uomini non le cedano il passo e ci commuoviamo quando ricorda la benevolenza che, pure nel momento del divorzio, le è stata sempre accordata dall’anziana suocera, dalla quale tutt’oggi ricerca ancora l’approvazione che non ha mai negato ai suoi cari.

Ameriga Giannone

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