Giappone: il post terremoto fra polemiche da contaminazione.

20 Luglio 2007

TOKYO: E’ davvero minaccia radioattiva in Giappone? La notizia ha fatto il giro del mondo e ha sollevato un vespaio all’interno dell’opinione pubblica giapponese e diversa perplessità in tutto il mondo. La questione non sembra essere ancora del tutto chiara e le immagini trasmesse dalla NHK sulla fuoriuscita di liquido "pesante", contenente materiale realmente radioattivo e la sua dispersione in mare ha messo in allerta tutta la comunità del "no nuclear" e ha riaperto la polemica sulla sicurezza o meno delle centrali giapponesi.

Ma vediamo di fare un po’ d’ordine sulla questione. Come si sa, i media in generale tendono a seguire la cresta di popolarità derivante dalla portata allarmistica di un evento. E nessuna occasione può apparire più appetibile di un terremoto quasi al settimo grado della scala Richter, arrivato a squarciare in due il terreno su cui è costruito uno dei più grandi impianti nucleari della prefettura di Niigata.

In effetti il terremoto è stato violento anche se i danni, ancora una volta sono stati fortemente contenuti, sia in termini di vite spezzate (dieci e tutti in età avanzata),sia per quanto riguarda l’assistenza umana ai feriti, al sostegno della fase di evacuazione, così come di ripristino ti servizi basilari di luce, acqua, gas e delle vie di comunicazione nell’arco di una giornata.

Ovviamente alcuni intoppi ci sono stati: Toyota e altri principali produttori d’automobili, presenti sulla regione colpita con una serie di stabilimenti, hanno sospeso la produzione, risentendo fortemente in fatto di numeri nella manodopera colpita dal disastro naturale. Inutile dire che la cosa si è riflettuta immediatamente sull’andamento dei titoli borsistici nella giornata di martedì scorso, condizionando il mercato di settore in maniera negativa.

Ma oltre all’industria produttiva è principalmente la scarsità d’energia nucleare in cui il Giappone si sta muovendo in queste ultime fasi della polemica, che sembra non arrestare le discussioni, ma, anzi, non fa che crescere e richiamare alla necessità di un intervento mirato per non rischiare un collasso energetico di portata enorme. La Tokyo Eletric Power Co, che gestisce l’impianto di Kashiwazaki, il centro cittadino colpito principalmente dal terremoto insieme a Nagano, ha fatto sapere ieri attraverso il suo portavoce Iroshi Itakagi che sarà necessaria la cooperazione delle altre sei aziende operanti nel settore energetico per ovviare alla minaccia di un Giappone immobilizzato dalla mancanza d’energia.

Secondo quanto ripetuto poi dalla direzione tecnica della Tokyo Eletric, il terremoto non ha causato nessun danno pericoloso per l’ambiente e la salute dell’uomo: E’ stato ribadito che la struttura verrà rimessa in attività il prima possibile non appena verrà valutata il corretto funzionamento anche in seguito alle scosse.

Ma anche se il presidente Tsunehisa Katsumata, al centro del mirino della polemica, non sembra per nulla scosso e continua a dire che ogni allarmismo è infondato, una certa paura continua ormai a pervadere nell’opinione pubblica. Timore dovuto in seguito al terremoto alla presunta fuoriuscita d’ acqua nociva, così come le altissime nubi scure divampate, secondo quanto diffuso già da una prima agenzia stampa nella giornata di lunedì scorso, da un corto circuito agli impianti elettrici.

In realtà già solo il giorno seguente dal terremoto, la stima dei danni "pericolosi" in termine di danni nucleari e all’ambiente è raddoppiata: circuiti elettrici in fiamme, condutture rotte, fuoriuscite di liquidi radioattivi, emissioni di gas tossici e "pesanti". Tutto ciò sicuramente non aiuta i Giapponesi a dormire sonni sereni. Quello che non piace poi, e che rende inattendibile la dichiarazione della Tokyo Eletric, è la continua rimessa in discussione della quantità di materiale radioattivo disperso nelle acque marine. Dopo un accennato riferimento ai 100 barili forati, giunge mercoledì scorso la conferma che si sono trattati almeno di 400 barili quelli danneggiati in seguito alle scosse. Di questi, poi, solo 40 avrebbero riversato il materiale a bassa radioattività, come la definiscono i portavoce dell’azienda, sul pavimentazione interna, senza alcuna fuoriuscita all’esterno. Un’affermazione, questa, che contrasta con la prima versione dei fatti che farebbe riferimento alla dispersione del liquido nelle acque marine.

Il richiamo a porre un freno al vespaio del continuo ricalcalo dei danni e della pericolosità dei medesimi, arriva direttamente dall’IAEA, l’International Atomic Energy Agency, che dalla Malesia attraverso il suo direttore, Mohamed ElBaradei, ha invitato il governo giapponese e la Tokyo Eletric a far luce sulla dinamica dell’incidente e a rendere nota quanto prima la portata dei danni.

Polemiche a parte, a favore del sistema di produzione energetica nucleare made in Japan si schierano esperti accademici come il William Miller, docente di ingegneria nucleare alla Columbia University che elogia il sistema di sicurezza degli impianti nucleari giapponesi. Essi rappresentano il 20% delle centrali sparse nel mondo, ma sono costruiti sul territorio più rischioso per pericolosità sismica. Se pensiamo infatti che in media tali centrali reggono scosse del sesto o del settimo grado della scala Richter, con valori di dispersione trascurabili, secondo quanto presentato dallo studio del professore alla stampa giapponese proprio oggi, è facile giungere alla conclusione di un sistema di sicurezza efficiente e altamente sicuro.

Ma il giro di parole, il tratta e ritratta della Tokyo Eletric non ha convinto l’opinione pubblica né, tantomeno il governo che, nella delicata fase pre elettorale, tiene ad apparire in una veste rigorosa nella conduzione dell’investigazione.

E mentre a Kashiwazaki si cerca ancora un cadavere fra le macerie e si recuperano le forze per ricostruire la città, la comunità internazionale attende il verdetto sulla "contaminazione". Ma una certezza è più che chiara: la sete d’energia giapponese ha bisogno del nucleare.

Paolo Cacciato

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