Giappone: l’importanza di sapere il mandarino

29 Giugno 2006

TOKYO: E’ venerdì notte a Ikebukuro, il noto distretto dei divertimenti di Tokyo pieno di bar economici e pachinko (slot machine). Mentre gli impiegati d’ufficio si dirigono verso i bar, alcuni si separano dal gruppo ed entrano in un vecchio palazzo tra un karaoke e un locale. Ignorando i rumori delle sirene, le voci degli ubriachi e i bicchieri rotti fuori, entrano in una stanza minuscola, grande solo per un tavolo per quattro persone, e aprono i loto testi di cinese. Per i prossimi 50 minuti, il gruppetto, proveniente dalla stessa piccola compagnia, descriverà i cibi e hobby preferiti in mandarino. Questa è per loro la prima classe di lingua dai tempi dell’infanzia, dice la loro insegnante Yano, 39 anni.

La necessità di seguire dei corsi di mandarino, che spinge questi impiegati a saltare addirittura una serata al karaoke il venerdì sera, si fa sempre più forte in Giappone. In passato, quando un giapponese decideva di voler migliorare la propria carriera imparando un’altra lingua, non aveva grandi scelte: studiare l’inglese.

Visto il boom economico della Cina, il mandarino sta diventando la nuova lingua franca, la valuta comune, soprattutto in Asia dove i rapporti commerciali con il Regno di Mezzo stanno sostituendo quelli col partner principale dell’Arcipelago, l’America. In realtà, l’inglese, in quanto parlato universalmente, non sembra offrire più lo stimolo di una volta per le società desiderose di distinguersi e di sopravvivere alla competizione.

In un certo senso, è una storia che si ripete.

Proprio come gli americani avevano iniziato a studiare il giapponese negli anni ’80, spinti dall’improvvisa ascesa dell’economia del Paese del Sol Levante, allo stesso modo oggi, con il boom cinese, l’attenzione si è spostata sul mandarino.

Nella Corea del Sud, sono 160 mila gli studenti liceali e universitari che studiano la lingua cinese, +66% rispetto a 5 anni fa. Il numero delle scuole secondarie che offrono corsi di mandarino qui è più che triplicato tra il 1993 e il 2005, e in Giappone è ora la lingua più insegnata dopo l’inglese ovviamente.

Il mandarino è promosso anche nella Cina stessa, dove centinaia di dialetti rendono spesso difficoltosa la comunicazione. Il Governo centrale ha cominciato a promuovere il mandarino standard, anche detto putonghua, negli anni ’50. Poi una crescente migrazione interna ha incentivato questa tendenza e il putonghua è ora comunemente parlato anche lungo le strade di Shanghai e Guangzhou, città che possiedono i propri dialetti.

Anche fuori dall’Asia, il numero di studenti che sta studiando il cinese sta crescendo rapidamente. Tuttavia, in America il cinese rimane ancora indietro rispetto alle lingue straniere tradizionali come il francese e lo spagnolo, ma resta la meta preferita per coloro che intendono proseguire gli studi all’estero.

Il mandarino è di moda anche nei Paesi asiatici meno sviluppati.

Nel 2004, la Cina è diventata il maggior investitore straniero della Cambogia, e molti cambogiani sono convinti che il mandarino sia utile quanto l’inglese ormai. Anche il governo cinese stesso sta promuovendo il mandarino all’estero nella speranza che un giorno arrivi ad assumere lo stesso ruolo internazionale dell’inglese.

A questo scopo, negli ultimi due anni Pechino ha aperto dei centri di lingua e cultura, i cosiddetti Istituti di Confucio, ispirati all’Istituto Cervantes spagnolo o al Goethe Institut tedesco, in oltre 30 Paesi, inclusa Australia, Giappone, Kenya, America, Svezia e Italia.

Ylenia Rosati

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