La Suprema Corte estende la tutela per i prodotti ed i tradenames notori

30 Marzo 2007

PECHINO: La Suprema Corte ha recentemente reso un’interessante interpretazione sulla corretta applicazione della legge in materia di concorrenza sleale, indicando definitivamente la strada imboccata dalla Cina nell’adozione di strumenti sempre più efficaci per la tutela delle imprese straniere.

L’interpretazione ha fornito inoltre importanti chiavi di lettura relativamente ai termini e modalità di tutela dei segreti industriali e delle informazioni confidenziali soffermandosi altresì sulla definizione di "messaggio pubblicitario" falso o ambiguo e comunque teso a creare confusione nei consumatori.

La portata della interpretazione non è da sottovalutare. Prima di tutto chiarisce entro quali termini applicare la legge sulla concorrenza sleale, ribadendone l’importanza ai fini della tutela delle imprese straniere.

Del resto vengono toccati temi delicatissimi e di attualità come appunto le modalità di tutela delle informazioni confidenziali scambiate tra le imprese locali ed imprese straniere. Basti pensare alla corretta consuetudine, oramai assunta dalle imprese straniere, di imporre al partner cinese la stipula di NDA (Non Disclosure Agreement) prima ancora di avviare ogni tipo di negoziazione.

Questo tipo di informazioni, ricevono oggi, alla luce della recente interpretazione, una tutela più chiara nei profili applicativi ed in caso di violazione del patto di confidenzialità.

In secondo luogo introduce un tema nuovo come l’equiparazione, ai fini della tutela giudiziaria, tra tradenames di imprese locali (debitamente costituite in Cina) e tradenames di imprese straniere operanti in Cina ma senza alcuna sede locale.

In sostanza se un’azienda straniera opera in Cina senza avere sedi locali, ma solo attraverso attività di esportazione e vendita sul mercato locale, secondo questa interpretazione, sarebbe tutelata laddove una azienda cinese decidesse di adottare, in malafede, lo stesso tradename al solo fine di accaparrarsi il mercato acquisito dell’azienda straniera, attraverso indebite attività di confusione nel pubblico dei consumatori.

Questa interpretazione appare significativa anche alla luce del fatto che la legge sulla Concorrenza Sleale è stata approvata in Cina nell’ormai lontano settembre del 1993, dunque quando la situazione economica e di mercato era molto diversa dall’attuale.

Appare utile ricordare che la normativa in parola definisce atti di "concorrenza sleale" quelli compiuti da un soggetto con l’intento di recare danno o pregiudizio a terzi ledendo diritti ed interessi legalmente riconosciuti ovvero ponendo in essere atti che disturbano l’equilibrio socio-economico del marcato.

Spetta al Ministero dell’Economia e del Commercio cinese svolgere la funzione di controllo attraverso atti di vigilanza ispettiva ed informativa come la verifica di documenti contabili, la richiesta e controllo di copie di contratti ed altri documenti sensibili.

L’autorità giudiziaria può condannare al risarcimento per il danno causato o la restituzione dei profitti ricavati illegalmente in aggiunta alle spese processuali, nonché ad una ammenda pari ai profitti calcolati su tre mesi di ricavi fino alla concorrenza della somma di 200.000 RMB (circa 20.000 Euro).

Giovanni Pisacane

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