Lo speciale: la via orientale all’Horror

Lo speciale: la via orientale all’Horror

24 Luglio 2007

Schede tecniche dei film citati:

TWO SISTERS (Janghwa, Hongryeon)

Regia: Ji-woon Kim

Sceneggiatura: Ji-woon Kim

Produzione: Sud Corea, 2003

Attori: Kap-su Kim, Jung-ah Yum, Su-jeong Lim, Geun-yeong Mun

UZUMAKI (id.)

Regia: Higuchinski

Sceneggiatura: Kengo Kaji dal manga di Junji Ito

Produzione: Giappone, 2000

Attori: Eriko Hatsune, Fhi Fan, Hinako Saeki, Eun-Kyung Shin

Nel 1878 la comunità scientifica internazionale accettò, all’interno delle proprie enciclopedie, dei propri vocabolari e delle proprie antologie, il termine folklore, coniato nel 1846 dall’antropologo William J. Thoms per indicare l’intero parterre delle tradizioni popolari d’Inghilterra. Oggi, secondo l’autorevole definizione dell’Oxford Dictionary, il termine indica "the traditions and stories of a country or community" e rimanda alla folk memory (letteralmente "memoria popolare"): la definizione sottolinea quindi il valore prevalentemente orale-mnemonico di questo insieme di tradizioni, usi, costumi e superstizioni (in questo del tutto simile alla cultura popolare di area romanza).

Quando arrivò in Europa "The Ring", il remake americano di Gore Verbinski tratto da "Ringu" di Hideo Nakata, lo spettatore occidentale — affascinato dalla ventata di originalità iconografica portata dal film — ne fu anche disorientato: lo yurei giapponese non assomiglia affatto ai fantasmi della tradizione europea e americana, e si manifesta in modi radicalmente diversi da quelli visti in classici del genere (come "Gli Invasati"), per tacere dell’abissale differenza che passa fra le esangui figure femminili in cerca di vendetta e gli spettri-slimer di certa new wave horror (si pensi a "Sospesi nel tempo" di Peter Jackson).

A tal proposito, può essere interessante un confronto fra due film — simili per concezione, antitetici per realizzazione –, il primo americano, del 2001, "The Others" e il secondo coreano del 2003, "Two Sisters". Senza voler rivelare nulla della trama, basta dire che entrambe le vicende si svolgono nella location per antonomasia di molte ghost stories, la casa "infestata". In "Two sisters", il direttore della fotografia Mo-gae Lee realizza un lavoro eccezionale sulle luci sature, immergendo il film nel freddo tepore di un sole autunnale: la casa a cui Soo-mi e Soo-yeon fanno ritorno, dopo la morte della loro madre, è circondata da colline rigogliose, di un verde-ocra autunnale intenso, e si specchia in un bucolico lago dall’acqua grigio-azzurra, che rimanda i colori del cielo. L’interno della casa è spazioso, il mobilio e l’arredamento palesano il benessere della famiglia e, anche nelle scene notturne, è sempre presente una fonte di luce (il frigorifero aperto, la luce della luna, lampade accese). In "The Others" di Alejandro Amenabar, la casa della famiglia Stewart è perennemente circondata da una nebbia ostile e malefica, le stanze sono precipitate nel buio e le tende perennemente tirate lasciano fuori il sole del giorno quanto la flebile luce lunare di notte. Una delle scene più inquietanti del film avviene al buio totale, senza che lo spettatore possa vedere nulla. E i corridoi labirintici della casa, sbarrati da porte chiuse, contribuiscono alla sensazione di angoscia e claustrofobia dello spettatore.

E poi, le apparizioni: come si diceva, lo yurei giapponese si manifesta nelle sembianze di una donna dall’incarnato livido e opalescente, con lunghi capelli neri che nascondono/confondono i lineamenti del viso, si muove in modo quasi meccanico, innaturale, col capo piegato di lato come avesse l’osso del collo spezzato (in tal senso, il finale di "Two Sisters" rivela una gustosa sorpresa). Quanto di più diverso si può immaginare dal fantasma della tradizione occidentale (per certi versi, lo yurei è più simile all’iconografia tradizionale dello zombie, del "mostro"): si veda, ad esempio, "Shining" di Stanley Kubrick (1980), dove le due bambine dell’Overlook Hotel dimostrano la loro natura sovrannaturale non tanto nell’aspetto quanto nelle dinamiche mentali (allucinazioni/visioni, inquietanti flashback) che suscitano nel piccolo Danny, mentre il barista e il vecchio cameriere dell’Hotel creano tensione allo spettatore, che ne avverte — dietro i discorsi banali e i comportamenti quotidiani — l’irrealtà e il pericolo. Spulciando la narrativa di genere (soprattutto a cavallo fra ‘800 e ‘900), si ritrova come il fantasma della tradizione occidentale sia pochissime volte descritto oggettivamente, rimanendo spesso "presenza in absentia": di fronte al sovrannaturale ciò che conta è la focalizzazione interna al personaggio, la sua ricezione del fenomeno inspiegabile e il suo tentennare fra una spiegazione scientifico-razionale (il genere dello "strano") o metafisica (il genere del "meraviglioso").

Nel cinema orientale dello spavento (nonostante questi horror siano spesso descritti come "psicologici") l’attenzione è posta grandemente sulla fenomenologia delle apparizioni, che subito le colloca al di là del normale paradigma di realtà, spostando la narrazione nel campo del fantasmagorico e chiedendo allo spettatore di accettare senza dubbi la realtà effettuale del mistero.

Esempio perfetto di questa tipologia filmica è "Uzumaki", tratto da un manga di Junji Ito, adattato per lo schermo da Kengo Kaji. Per rendere giustizia al film, bisogna innanzitutto parlare della componente tecnica: il regista Higuchinski, il direttore della fotografia Gen Kobayashi e i curatori degli effetti speciali Kenichi Kobayashi e Issei Oda hanno realizzato un’opera straordinaria dal punto di vista visivo. Tutta la pellicola è stata virata al verde, sia per rispettare il cromatismo del manga sia per comunicare una ben precisa sensazione: il verde, nelle scene diurne e negli esterni, rende le immagini del film traslucide e desaturate, come quelle di un telefilm, concorrendo a suscitare una forte sensazione di realismo; nelle scene notturne e negli interni, in mancanza di una luce naturale, la paletta cromatica verde comunica invece, all’opposto, un sensazione di straniamento e di alienazione. La regia inoltre si concede numerosi virtuosismi: riprese in grandangolo dal basso verso l’alto, stacchi di montaggio geometrici, carrelli e dolly accellerati e inquadrature in soggettiva insistita. E gli effetti speciali — anche se a volte un po’ posticci — si segnalano per l’originalità delle suggestioni visive (un esempio su tutti, la scena in cui Kirie guarda le fotografie della sua infanzia).

Certo, il film non è esente da difetti: la sceneggiatura a volte scade nel ridicolo; la recitazione è approssimativa e il doppiaggio non contribuisce alla sospensione dell’incredulità per la povertà con cui è realizzato. Ma quello che "Uzumaki" offre è un viaggio allucinato all’interno di un folklore che, per tornare all’inizio del nostro discorso, è lontanissimo dal nostro: certo, l’idea di una "maledizione" che grava su un villaggio isolato è topos abusato e usurato, ma lo spettatore occidentale tirerà un sospiro di sollievo nel non sentire parlare di cimiteri indiani, chiese sconsacrate, tombe violate. Al di là della superficialità, questa notazione ha un valore strutturale ancor prima che tematico: i fatti strani ed inspiegabili, appunto nuovi al palato "occidentale" non diversamente dagli incubi tecnologici di Tetsuo, che occorrono nella vita di Kirie — nuvole spiraliformi che dal cielo scendono verso l’acqua, ragazzi trasformati in spirali umane, capelli che crescono vorticosamente — sono presentati diegeticamente senza che lo spettatore possa mai dubitare della loro sostanzialità.

Anche qui, un paragone si presta bene a palesare le diversità concettuali: nel "Villaggio dei Dannati" di Wolf Rilla (Germania, 1960) lo spettatore non riesce mai a comprendere appieno che cosa stia accadendo, e gli inquietanti bambini che terrorizzano gli adulti potrebbero essere maledetti, potrebbero essere alieni e mai è concesso il sicuro rifugio di una spiegazione raziocinante, neppure in extremis. E si potrebbe proseguire, citando ad esempio il capolavoro di David Lynch, "Twin Peaks", dove una cittadina della provincia americana è teatro di fenomeni perturbanti ed incomprensibili che lo spettatore non riesce mai a collocare con certezza nell’ambito dello strano, piuttosto che in quello del meraviglioso o — semplicemente — del fantastico, poiché lo sconvolgimento del "senso di realtà" è sottile: le regole del quotidiano non vengono mai spezzate, ma sovvertite dall’interno per suscitare un senso di isterica sur-realtà.

È forse retaggio della tradizione illuminista, positivista e neo-positivista se il cinema occidentale dell’orrore (così come la narrativa di riferimento) gioca sul dubbio, sull’incertezza, sulla confusione gnoseologica. Ed è forse questo il motivo che rende il cinema horror orientale, coreano ma soprattutto giapponese, così diverso e, pertanto, affascinante: in queste pellicole che, ironicamente, tendono sempre a chiudersi con una ferrea spiegazione razionale (a volte, come in "Two Sisters", posticcia e poco convincente), l’insorgenza del terrore deriva non dal dubbio e dall’ignoto, bensì dall’accettazione, rassegnata a volte, disperata altre, dell’essenzialità del male.

Andrea Morstabilini

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