Gesù in India?

a cura di: Manuel Olivares

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Gesù in India

È da poco finita una mia “piccola impresa titanica”: la realizzazione del testo Gesù in India?
L’argomento dei presunti anni indiani di Gesù mi affascinava da lungo tempo e, vivendo quasi stabilmente in India per circa dieci anni, è giunto il momento che ho deciso di dedicare, alla questione, una bella ricerca. Ho dunque compiuto diverse ricognizioni nel Subcontinente, visitato il Ladakh, il Kashmir, preso contatto con la Comunità Islamica Ahmadiyya i cui membri sono da sempre fervidi sostenitori di una lunga permanenza di Gesù in India, cercato manoscritti, letto molti libri, alcuni oggi quasi introvabili.
In una parola: ho avuto il privilegio di potermi permettere un gran bel viaggio al termine, momentaneo, del quale le conclusioni non possono che rimanere aperte.
Il libro si conclude difatti con un ce n’est qu’un début! e l’auspicio che le ricerche, possibilmente congiunte e con il coinvolgimento di istituzioni universitarie, possano continuare.
Segue l’introduzione del testo, acquistabile, a prezzo scontato, sul sito della Viverealtrimenti Editrice.
Buona lettura!

 
«Vi sono ancora molte cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere».
(Gv 21/25)

«Il cristianesimo moderno deve essere sempre pronto a confrontarsi con la possibilità che la figura storica di Gesù possa venire svelata in ogni momento».
(Albert Schweitzer)

 
Gesù in India? Il punto interrogativo è, a mio parere, doveroso.
L’ipotesi che Gesù abbia vissuto buona parte della sua vita in India, negli anni di cui non parlano i Vangeli (che lo presentano, bambino, nel tempio di Gerusalemme ― dove ha modo di stupire i rabbini con la sua saggezza ― e poi, dopo circa sedici anni di vuoto, ne raccontano l’inizio della predicazione) e negli anni successivi alla crocifissione cui, secondo alcune ipotesi, sarebbe sopravvissuto, viene dibattuta da lungo tempo.
Naturalmente, considerata nella sua integrità o accettandone solo alcune versioni, ha sempre riscosso e continua a riscuotere particolare successo nella stessa India, tanto nell’ambito dei suoi diversi filoni sapienziali quanto tra le persone comuni.
In Europa la controversa questione degli anni indiani di Gesù ha iniziato a prendere corpo alla fine dell’Ottocento, a seguito del ritrovamento di alcuni antichi manoscritti in un monastero buddhista del Ladakh (territorio indiano dell’estremo nord, confinante con il Tibet, di cui rappresenta una sorta di prolungamento geografico e culturale, al punto da essere anche conosciuto come Piccolo Tibet) da parte di un viaggiatore russo: Nicholas Notovitch.
Questi ebbe modo di tradurre per intero i manoscritti (in cui si presentavano i dettagli di un lungo soggiorno indiano di Gesù) e portarne la traduzione prima a Parigi, poi a Roma.
Le autorità vaticane non videro di buon occhio la divulgazione di quanto scoperto da Notovitch ― pubblicato, inizialmente in francese, nel testo La vie inconnue de Jesus Christ ― che iniziò ad essere accusato pubblicamente di frode dal più importante orientalista del tempo: Max Müller.
Mentre in Europa si dibatteva sulla vita sconosciuta di Gesù a Qadian, una cittadina dello stato indiano del Punjab, stava prendendo forma, in lingua urdu, un altro testo cruciale: Masih Hindustan Mein.
Tradotto in inglese solo nel 1944 con il titolo Jesus in India, avrebbe offerto una prospettiva diversa dal discusso testo di Notovitch, focalizzandosi su una nascosta “seconda vita di Gesù”, in India (soprattutto in Kashmir), dopo essere sopravvissuto all’ordalia della crocifissione.
Ben minore risonanza, di nuovo in relazione al testo di Notovitch, ebbe un viaggio di verifica nello stesso monastero ladakho ― circa un quarto di secolo dopo la visita del viaggiatore russo ― di una delle menti più brillanti dell’India della prima metà del Novecento: Swami Abhedananda, curiosamente amico dello stesso Max Müller.
Abhedananda fu praticamente l’ultimo a visionare i manoscritti che ispirarono la controversa Vita sconosciuta di Gesù.
Tuttavia, molto inchiostro scorse nei decenni successivi tanto riguardo il lavoro di Notovitch quanto quello di Mirzā Ghulām Ahmad (autore di Masih Hindustan Mei/Jesus in India), diversi testi videro la luce creando una vera e propria corrente di pensiero trasversale a diverse religioni; nicchie più o meno rilevanti nell’ambito dell’Induismo, del Buddhismo e dell’Islam.
Naturalmente lo stesso movimento New Age ― avremo modo di vederlo in dettaglio ― non si è fatto sfuggire l’occasione di coinvolgersi nella questione, come fondatori di nuovi movimenti religiosi (ad esempio Osho Rajneesh, Sathya Sai Baba e Paramhansa Yogananda oltre ad altri più o meno noti) e sensitivi (Edgar Cayce e Levi H. Dowling, per fare appena due esempi).
In Occidente, oggi, predomina un certo scetticismo ma non è escluso che, con l’avanzare della globalizzazione e della “sprovincializzazione” del sacro, l’ipotesi degli anni indiani di Gesù possa essere considerata in maniera più seria.
La questione più importante è che, al momento, non ci sono sufficienti riscontri documentari; soprattutto i documenti ritrovati da Notovitch non sono oggi facilmente reperibili.
La presuta tomba di Gesù a Srinagar, in Kashmir, è oggi sotto chiave. Ho avuto modo di intervistare il custode, il signor Mohd Amin Ringshawl, il quale smentisce inoppugnabilmente che a Rozabal (nome del santuario che contiene anche la tomba di Syed Nasir-Ud-Din, come vedremo a momento debito) sia sepolto il maestro palestinese.
“Il fatto che Gesù possa essere sepolto non solo qui ma in qualunque altra parte del mondo”, mi diceva il custode di Rozabal, “va contro quanto si afferma nel Corano e dunque va condannato come espressione blasfema!”.
Non è mancato, a suo tempo, chi ha sollecitato l’esame del DNA dell’uomo seppellito a Rozabal.
Malgrado si sia giunti vicini all’apertura del sarcofago, l’operazione non è stata coronata da successo anche perché la città vecchia di Srinagar (dove si trova Rozabal) è uno dei punti più caldi del pianeta, per la storica guerriglia che contrappone irredentisti kashmiri all’esercito di Nuova Delhi.
Tuttavia, credo le ricerche debbano continuare, i manoscritti cui si faceva cenno potrebbero venire nuovamente alla luce. Se non esattamente quelli, altri manoscritti (come vedremo sembra proprio siano stati prodotti in abbondanza e almeno in due diverse lingue). Scavando nella letteratura apocrifa, persiana, kashmira e hindu, inoltre, avremo modo di vedere quanto emergano chiaramente altre piste da seguire, come del resto considerando alcuni dati archeologici.
I tasselli del puzzle sono molteplici, bisogna trovarne alcuni mancanti ed essere in grado di comporre il quadro d’insieme, fermo restando che alcuni elementi cruciali possano essere stati occultati per timore del fragore che avrebbe potuto provocare la scoperta di una versione “più complessa” della vita di Gesù.
Personalmente, ho deciso di tentare di fare ordine nella ricca varietà di materiale a disposizione e di intraprendere il mio viaggio di ricerca, leggendo libri (la letteratura al riguardo è più ricca di quanto si possa pensare), visitando luoghi fisici e virtuali, intervistando persone.
Avanzare sul sentiero di un Gesù transculturale, non più sola prerogativa dell’Occidente cristiano, credo possa essere di grande beneficio all’uomo nuovo/globalizzato.
Un Gesù transculturale può aiutare a ridurre le distanze tra mondi che si considerano, forse erroneamente, ancora molto diversi e, allo stesso tempo, infondere nuova energia a una cristianità inesorabilmente in crisi.
Vediamo dunque di fare insieme alcuni passi, con questo nuovo libro, considerando a fondo tutto quanto è, a oggi, in nostro possesso e tentando di acquisire nuovi dati, nuovi elementi che potranno facilmente rivelarsi cruciali.
Il tutto, senza perdere il gusto del “viaggio per il viaggio” perché sarà proprio quello a rappresentare il bandolo del-l’esposizione che segue, espressa in buona parte in forma di diario.

 
Proprio in conclusione, esulando un attimo dal testo in oggetto ed avendo menzionato la Comunità Islamica Ahmadiyya il cui motto è “Amore per tutti, odio per nessuno”, credo sia giusto segnalare qui un loro comunicato stampa, rilasciato a seguito dei recenti, efferati fatti di Parigi.

Manuel Olivares

Manuel Olivares

Manuel Olivares, sociologo di formazione, vive e lavora tra Londra e l’Asia. Esordisce nel mondo editoriale, nel 2002, con il saggio Vegetariani come, dove, perchè (Malatempora Ed).
Negli anni successivi, ancora con Malatempora, pubblicherà: Comuni, comunità ed ecovillaggi in Italia (2003) e Comuni, comunità, ecovillaggi in Italia, in Europa, nel mondo (2007).
Nel 2009 fonda l’editrice Viverealtrimenti, per esordire con Un giardino dell’Eden, il suo primo testo di fiction e Comuni, comunità, ecovillaggi, il suo terzo su un antico e moderno movimento di comunità sperimentali ed ecosostenibili.
Nel 2011 pubblica Yoga based on authentic Indian traditions, il suo primo libro in inglese e Barboni sì ma in casa propria, una raccolta di racconti e poesie. Nel 2012 pubblica Con Jasmuheen al Kumbha Mela, dipanando un interessante accostamento tra New Age e tradizione.