L’albero della Bodhi e le sue sacre talee

a cura di: Manuel Olivares

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Sotto il cosiddetto albero della Bodhi, il principe-asceta Gautama Siddharta conobbe la grande “comprensione”, esperienza comunemente resa con il termine “illuminazione”.
Il luogo è nell’attuale stato del Bihar, nell’India del nord, tristemente noto per livelli vertiginosamente alti di povertà, analfabetismo, alcoolismo e criminalità. Vicino alla città di Gaya, ha preso il nome di Bodhgaya e, entro ed oltre i confini di un piccolo villaggio, ha iniziato ad ospitare tanti templi e monasteri, alberghi e ristoranti. È diventato, naturalmente, un importante centro di pellegrinaggio per buddisti di tutto il mondo, accanto a Sarnath, poco distante da Varanasi — dove il Buddha, fresco di comprensione, fece il suo primo sermone — e Lumbini, oggi nel Nepal del sud.

Iniziamo con il dire che l’albero della bodhi era sacro, in ambito induista, già prima che facesse ombra alla “grande comprensione” del Buddha. Meglio: era uno di tanti alberi sacri, della famiglia dei Ficus Religiosa. Credo meriti segnalare, di passata, che la sacralizzazione di alcuni alberi, in India — carismatici in primo luogo per le dimensioni monumentali, un invito esplicito a sedere sotto in padmasana (la celebre “posizione del loto”) — è antichissima e pre-hinduista. Questi rappresentavano e rappresentano ancora oggi, per usare una categoria del grande storico delle religioni Mircea Eliade, “ierofanie vegetali”, costituendo un elemento importante dell’arcaica “religiosità cosmica” che aveva nella natura il principale elemento di sacralizzazione.
L’albero della Bodhi viene chiamato nel Tripitaka (altrimenti conosciuto come “Canone Pali”) Ashwattha ovvero, stando al significato che conferì al nome il filosofo hindu Shankaracharya, “quel che non resta uguale a domani”.
Nell’area dell’albero della Bodhi è stato costruito (e ri-costruito) il Mahabodhi Temple (“Tempio della Grande Comprensione”).
La prima volta nel sesto secolo d.C., sul sito di un precedente tempio fatto erigere dall’imperatore Ashoka (“colui che non conosce sofferenza”), figlio di Chandragupta Maurya (da cui il celebre impero; il più importante dell’India antica) e di una delle sue mogli, la meno titolata (cui tuttavia era stato predetto che avrebbe dato alla luce un grande re): Dharma.
Credo meriti citare che Ashoka (celebre per gli editti epigrafici) si convertì nel 262 a.C., dichiarando il buddismo religione di stato. Spedì molti missionari a diffondere il verbo buddista anche fuori i confini del sub-continente, in particolare in Sri Lanka (ma sembra fino in Mesopotamia), dove è ancora oggi riverito con particolare devozione.
Tornando a considerare il Mahabodhi Temple, venne raso al suolo, nel corso dell’undicesimo secolo, dagli invasori mussulmani. Venne successivamente ricostruito e più volte restaurato e rifinito. Oggi è sormontato da una piramide di circa 50 metri di altezza ed ospita una grande statua dorata di Buddha, seduto in meditazione. È “l’axis mundi” di un piccolo microcosmo di stupa, piccoli santuari e preghiere tibetane “animate” dal vento.
L’albero della Bodhi non ha avuto una vita meno movimentata del Mahabodhi Temple, al contrario!
Si racconta che Tissarakkhā, moglie di Ashoka, in un raptus di gelosia (dovuto anche al sospetto che ospitasse nel tronco una ninfa ammaliatrice) lo uccise, avvelenandolo.
Fortunatamente qualcuno (Theri Sangamitta, figlia di Ashoka) aveva già provveduto a metterne in salvo una talea nella città di Anuradhapura, in Sri Lanka — la leggendaria capitale del re Asura Ravana, uno dei protagonisti delRamayana, poema epico nazionale, in India — dove ebbe modo di crescere lo Sri Maha Bodhi. Secondo un’altra versione, la talea sarebbe stata portata in Sri Lanka dal monaco Mahinda, per ordine di Ashoka, nello stesso periodo. Piantato nel 288 a.C., lo Sri Maha Bodhi sembra sia il più antico albero (riguardo la documentata registrazione anagrafica) piantato dall’uomo.
Un discendente dell’albero della Bodhi tornò dunque, ancora in talea, a Bodhgaya. Ombreggiò la testa di molti meditatori fino al settimo secolo dopo Cristo, quando venne abbattuto dal re Gauda Śaśānka, un fanatico śivaita che odiava i buddhisti e conquistò Bodhgaya. Ripiantato ancora una volta, venne abbattuto nel 1876 da una tempesta. Dalle radici o da un seme di quest’ultimo albero o ancora da una talea del Sri Maha Bodhi è cresciuto l’ultimo discendente che è possibile oggi visitare ed onorare a Bodhgaya, di fianco al Tempio della Grande Comprensione.

Manuel Olivares (www.viverealtrimenti.com)

Manuel Olivares

Manuel Olivares

Manuel Olivares, sociologo di formazione, vive e lavora tra Londra e l’Asia. Esordisce nel mondo editoriale, nel 2002, con il saggio Vegetariani come, dove, perchè (Malatempora Ed). Negli anni successivi, ancora con Malatempora, pubblicherà: Comuni, comunità ed ecovillaggi in Italia (2003) e Comuni, comunità, ecovillaggi in Italia, in Europa, nel mondo (2007). Nel 2009 fonda l’editrice Viverealtrimenti, per esordire con Un giardino dell’Eden, il suo primo testo di fiction e Comuni, comunità, ecovillaggi, il suo terzo su un antico e moderno movimento di comunità sperimentali ed ecosostenibili. Nel 2011 pubblica Yoga based on authentic Indian traditions, il suo primo libro in inglese e Barboni sì ma in casa propria, una raccolta di racconti e poesie. Nel 2012 pubblica Con Jasmuheen al Kumbha Mela, dipanando un interessante accostamento tra New Age e tradizione.