Semi di cambiamento a Varanasi

a cura di: Manuel Olivares

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Intervista a Maria Bodelon Maceiras, operatrice sociale.

Maria Bodelon Maceiras, originaria di Coruña (Galizia; Spagna), ha 38 anni e una laurea in filologia inglese. Trasferitasi, a 21 anni, in Inghilterra, ha lavorato in una multinazionale (British American Tobacco), a Southampton, per quasi 5 anni nel corso dei quali ha progressivamente realizzato non fosse la sua strada, sviluppando il bisogno di dedicarsi ad attività più gratificanti. Le esperienze di viaggio, per lavoro, in paesi in via di sviluppo (Egitto, Marocco, Laos), la mettono in contatto con la cruda realtà della povertà. Iniziato dunque a coltivare il sogno di riuscire a lavorare come social worker. Di ritorno in Inghilterra, consegue un Master Degree in poverty and development presso il celebre Institute of Development Studies di Brighton. Il passo successivo è un pregnante viaggio in India, nel 2008, in cui approfondisce, soprattutto, la conoscenza della città santa di Varanasi.
L’anno successivo è nuovamente lì, con la precisa intezione di iniziare un progetto di social work con i bambini dopo aver creato una Organizzazione Non Governativa (Semilla para el cambio – Semi di cambiamento), in Spagna.
Visita diverse ONG locali, inizia a selezionare bambini bisognosi di istruzone e una scuola con cui collaborare. Inizia dunque a seguire 18 bambini preoccupandosi della loro istruzione nella scuola “convenzionata”.
Di ritorno in Spagna, segue un progetto di fundraising – raccolta di fondi – e, alla fine del 2010, crea un ufficio nel quartiere bengalese di Varanasi (Bengali Tola), assumendo un coordinator/insegnante, un cuoco e stabilendo un contatto settimanale con un medico. Il progetto viene presentato dalla televisione spagnola creando i presupposti per un aumento tanto dei fondi quanto dei visitatori.
Nel 2010 Semilla para el cambio apre un nuovo centro in una diversa zona di Varanasi, coinvolgendo bambini rag pickers (riciclatori di plastica, metallo, carta) degli slums del quartiere (Sigra). Molti di loro provengono da aree rurali. Oltre al supporto nel processo di scolarizzazione, Semilla para el cambio garantisce loro due pasti giornalieri e assistenza medica, avvalendosi della presenza bisettimanale di un medico.
Nel 2011 prende corpo il Progetto Marina silk con finalità occupazionali per donne svantaggiate. L’anno successivo un progetto di promozione della salute, agevolando gli assistiti nella fruizione di servizi sanitari pubblici e privati, in particolare in merito a gravidanza e parto, pianificazione famigliare, monitoraggio della malnutrizione infantile e vaccinazioni. L’Organizzazione forma donne interne alle comunità di slums che monitorino costantemente la condizione sanitaria delle persone che vi abitano facendo periodici resoconti.
Ultimamente sono stati avviati progetti di alfabetizzazione per le donne, corsi di cucito e sinergie con attività di artigianato.
Se in principio Semilla para el cambio lavorava solo con l’infanzia svantaggiata, oggi si propone di non trascurare donne e comunità, seguendo 155 bambini in due scuole private, 50 donne (sul fronte dell’alfabetizzazione e del lavoro), monitorando le condizioni sanitarie delle comunità di provenienza.
Al momento, Semilla para el cambio impiega 24 impiegati indiani, 4 full time, 20 part time.
Segue l’intervista.

 

Corriere Asia: Puoi spendere qualche parola sulla tua iniziale esperienza indiana?
Maria Bodelon: Quando arrivi in India hai bisogno di tempo per capire in che posto sei. I sensi sono totalmente bombardati dagli stimoli esterni ma andando oltre lo shock iniziale (esposto a sporcizia, povertà, eccetera), realizzi gradualmente che non può tutto essere bianco o nero, che molte persone che incontri in loco, pur essendo molto penalizzate da un punto di vista materiale, sono molto più ricche a livelo relazionale (famigliare, comunitario). Senti, al contempo, che molte persone hanno un grande desiderio di migliorare, altre no. Ci sono grossi problemi di alcoolismo e all’interno delle famiglie ma, allo stesso tempo, è palpabile la presenza di una grande forza interiore. Per me è stata ed è, quotidianamente, una grande lezione di pazienza. Tutto è molto diverso dagli standards europei: il modo di vivere, di lavorare dunque, davvero, è necessaria molta pazienza e capacità di sviluppare delle doti di sopravvivenza. Vivere in India può rappresentare davvero una grande esperienza e occasione di crescita ma, al contempo, può essere, soprattutto in certi momenti, molto duro.

CA: Perché hai pensato di creare una ONG?
MB: Sono una persona molto pratica e, vedendo molti bambini fare lavori umilissimi nei ghats (camminamenti a margine del Gange, fiume sacro che costeggia la città) o nelle strade, per riuscire a racimolare pochissimi soldi, senza avere accesso all’istruzione e dunque a opportunità di vita migliore, ho sentito come un imperativo a realizzare qualcosa di utile. Ho presto capito che è molto difficile riabilitare bambini già inseriti in questi percorsi sub-lavorativi mentre si poteva fare qualcosa per i loro fratellini e le loro sorelline. L’ho capito con l’esperienza diretta, come che non si può forzare nessuno. Bisogna fare i conti con le esigenze delle famiglie e si comprende presto che si possono offrire strumenti ed opportunitò ma che non tutti possono fruirne e che, ripeto, non si possono fare forzature.
Abbiamo identificato in un’età compresa approssimativamente tra gli otto e i nove anni la soglia critica di intervento, concentrandoci soprattutto su bambini al di sotto di essa per iniziare un percorso formativo (a partire dall’istruzione di base, nel momento in cui parliamo di soggetti analfabeti). L’educazione che provvediamo è bilingue (in inglese e in hindi). La prospettiva generale è quella di dare migliori opportunità di vita ai bambini e alle famiglie con cui manterranno, per tutta la vita, un forte legame, in coerenza con il grande valore che ha l’istituzione famigliare nella cultura tradizionale indiana.

CA: Quali difficoltà organizzative hai trovato?
MB: Abbiamo trovato molte difficoltà. Una di queste sta nel riuscire a trovare personale indiano che sia di fiducia. Soprattutto i coordinatori – che entrano in contatto anche con le risorse finanziarie – debbono essere assolutamente fidati. Ci sono anche difficoltà a trovare persone motivate sul fronte del social work (in India manca quasi completamente un’attitudine al volontariato e un’attenzione alle esigenze/problematiche dell’altro, anche in ragione di condizioni di vita partiolarmente dure che costringono ciascuno a pensare principalmente per sé. Si spera che lo sviluppo economico dell’India porti anche una maggiore attenzione ai cosiddetti valori post-materialisti tra cui la solidarietà).
Un’altra difficoltà sta nel gestire il diverso modo di lavorare e, soprattutto, il fatto che il nostro staff sia composto soprattutto da donne che, in quanto tali, hanno molti limiti (ad esempio di movimento; non dimentichiamoci che siamo in India, dove lo status della donna è alquanto diverso rispetto ai paesi occidentali). Abbiamo anche difficoltà nel trasmettere ai nostri docenti che il metodo educativo, più che ripetitivo, deve essere “creativo”.
Gli aspetti burocratici, poi, rallentano moltissimo il nostro lavoro. Va anche detto che ci sono molti casi, in India, in cui le Organizzazioni Non Governative rappresentano delle realtà che speculano sulla povertà (ci sono circa una Organizzazione Non Governativa ogni 540 persone, in Uttarr Pradesh – stato indiano in cui sta Varanasi – che calamitizzano molti soldi nel paese che, tuttavia, “finiscono nelle tasche sbagliate”) e questo non contribuisce certo alla buona nomina del settore.

CA: Avete rapporti con altre ONG? Tentate di lavorare in rete?
MB: Lavoriamo in network con altre ONG. Facciamo diversi meeting e lavoriamo sulle complementarità. Ad esempio, se entriamo in contatto con bambini disabili, ci rivolgiamo a ONG specializzate. Noi, ad esempio, lavoriamo con MEETA, specializzata in malnutrizione e con KIRAN, nelle disabilità. Collaboriamo anche, fruttuosamente, con Satyagyan Foundation, legata a World Literacy of Canada. Satyagyan Foundation ci ha fornito libri, corsi per i nostri docenti, supporto per i seminari di cucito. Tuttavia, bisogna riconoscere che, in genere, le ONG tendano a lavorare in modo piuttosto atomizzato, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, anche a seguito delle generali lacune organizzative.

CA: Pensi che la creazione di una propria ONG in India possa essere una buona ipotesi lavorativa per giovani occidentali?
MB: Penso che creare una ONG non sia una missione semplice. E’ una grande responsabilità perché molte persone finiscono per essere dipendenti dai servizi offerti dall’Organizzazione. Ho conosciuto gente che hao creato una Organizzazione Non Governativa e, dopo qualche anno, l’ha abbandonata e questa non è una cosa buona per la probabile dipendenza indotta nei beneficiari di cui si diceva. Creare una Organizzazione Non Governativa dovrebbe essere una missione con una prospettiva di molti anni o, addirittura, la missione della propria vita. Ricevo diverse mail da persone che vorrebbero creare la propria Organizzazione. Quello che dico loro è di fare esperienza, prima, eventualmente collaborando con realtà già ben avviate, chiarendosi che tipo di lavoro avviare, facendo possibilmente uno studio di fattibilità e, soprattutto, considerando seriamente che poi si finirebbe a vivere qui, in un paese molto diverso dalla bambagia europea. Non credo tutti se la possano sentire. Bisogna evitare i facili idealismi.

CA: Puoi spendere qualche parola sui progressi dell’India a livello sociale? E’ particolarmente interessante la prospettiva di una social worker, al riguardo.
MB: L’India si sta sviluppando abbastanza velocemente. C’è una rapida crescita della Middle Class. Dalle elezioni di Maggio 2014, che hanno sancito la netta vittoria di Narendra Modi, molti sperano che le cose cambino in fretta. L’attuale premier sembra molto interessato al miglioramento delle condizioni di vita degli strati più poveri e questo può, naturalmente, far ben sperare. Allo stesso tempo, sono preoccupata per gli alti livelli di corruzione e, soprattutto, alla spinosa questione dell’India a due velocità. Gli strati sociali alti indiani stanno raggiungendo quasi i livelli europei di sviluppo, con forti cadute in comportamenti di tipo biecamente consumistico. Allo stesso tempo, gli strati poveri (circa il 30% della popolazione vive sotto la soglia critica della povertà e l’analfabetismo penalizza ancora il 25% della popolazione) vivono ancora, in buona parte, in condizioni che possono essere facilmente definite sub-umane. E’ difficile capire come i poveri possano migliorare, non avendo ancora adeguato accesso a servizi sanitari ed educativi. E’ ancora presente in maniera drammatica il problema del lavoro minorile, rispetto al quale il premio nobel Kailash Satyarthi sta sollecitando un serio intervento governativo. Io credo sia necessaria un’attenzione maggiore per quelle fasce di popolazione pesantemente svantaggiata ma mi sembra difficile conciliare una seria politica sociale con le esigenze imperiose del mercato. Non va del resto dimenticato quanto gli strati sociali alti beneficiao delle condizioni di degrado di buona parte della popolazione, in termini, innanzitutto, di disponibilità di manodopera a basso costo.
Il lavoro che va fatto è di tipo integrato, con uno sforzo focalizzato a raggiungere il maggior numero possibile di strati svantaggiati provvedendo i servizi essenziali. Cosa che, in parte, si sta già facendo ma il tutto è fortemente penalizzato dagli alti livelli di corruzione. Mi viene da pensare che se il governo valorizzasse maggiormente il lavoro delle buone Organizzazione Non Governative (quelle cioè che non speculino sui buoni sentimenti altrui per realizzare soprattutto profitti privati), potrebbe avvalersi di un buon vettore di miglioramento delle condizioni di vita delle persone più socialmente esposte, in India. Bisogna tuttavia dire, in chiusura, che molti aspetti che abbiamo discusso in questa intervista riguardano soprattutto l’Uttar Pradesh, lo stato in cui vivo. A fronte della propria organizzazione federale, infatti, in India le cose cambiano molto da stato a stato e non mancano contesti (ad esempio quello keralase) dove tutto, in confronto a quanto accade nell’Uttar Pradesh, funziona meglio.

 

Di seguito un video realizzato da Semilla para el cambio per una campagna di raccolta fondi. Il parlato è in spagnolo ma le immagini sono eloquenti.

 

Manuel Olivares

Manuel Olivares

Manuel Olivares, sociologo di formazione, vive e lavora tra Londra e l’Asia. Esordisce nel mondo editoriale, nel 2002, con il saggio Vegetariani come, dove, perchè (Malatempora Ed).
Negli anni successivi, ancora con Malatempora, pubblicherà: Comuni, comunità ed ecovillaggi in Italia (2003) e Comuni, comunità, ecovillaggi in Italia, in Europa, nel mondo (2007).
Nel 2009 fonda l’editrice Viverealtrimenti, per esordire con Un giardino dell’Eden, il suo primo testo di fiction e Comuni, comunità, ecovillaggi, il suo terzo su un antico e moderno movimento di comunità sperimentali ed ecosostenibili.
Nel 2011 pubblica Yoga based on authentic Indian traditions, il suo primo libro in inglese e Barboni sì ma in casa propria, una raccolta di racconti e poesie. Nel 2012 pubblica Con Jasmuheen al Kumbha Mela, dipanando un interessante accostamento tra New Age e tradizione.