Sulle ali dell’Aghor Sampradaya; Intervista a Lorenzo Bonaventura

a cura di: Manuel Olivares

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Rientro in Italia

 

Abbiamo già parlato sulle pagine di questo magazine di Lorenzo Bonaventura, a proposito dell’ottimo lavoro che, assieme alla moglie Camilla Previato, sta compiendo da anni nel Bal Ashram di Varanasi.
Qui un’intervista in profondità sulla sua complessa esperienza materiale ed esistenziale, realizzata in vista di un prossimo progetto editoriale con Viverealtrimenti.
Buona lettura!

 

Breve panoramica storica, introduttiva

La tradizione Aghor è estremamente informale. Ancor prima che una tradizione è uno stato della coscienza. Nel momento in cui si è in uno stato dell’essere esente da discriminazioni tra bene e male, bello e brutto, buono e cattivo, tra attrazioni e repulsioni; nel momento in cui si è in uno stato dell’essere assolutamente equanime, allora si può dire che si sta vivendo lo stato Aghor. Aghor letteralmente significa “ciò che è semplice, non terribile”. Aghor è lo stato della mente in una condizione di spontanea, naturale semplicità. In questo stato non c’è spazio per paura, discriminazione, odio o disgusto. La tradizione aghor è trasversale, difficilmente circoscrivibile entro parametri storici o geografici. Chiunque riesca a stabilizzarsi nello stato di coscienza aghor può definirsi tale. Nella Rudra Samitha degli Shiva Purana, è scritto che uno dei cinque volti di Shiva (quello rivolto verso sud) si chiama Aghor. Sempre nello Shiva Purana c’è l’inno Shiva Mahimnah Stotram dedicato a Shiva da Phushpadanta, re dei Gandharva, che recita:
Aghoranna paro mantro
Nasti tatvam Guro param.
Ossia:
Il nome stesso di Aghor è un mantra al di sopra di tutti i mantra!
Non c’è conoscenza superiore a quella della natura del Guru.
Si racconta che lo stesso Buddha, prima di raggiungere l’illuminazione, abbia fatto delle pratiche aghor. In alcuni passaggi del Canone Pali, viene riportato che il Buddha consiglia di frequentare i campi di cremazione, di indossare i sudari dei morti e contemplare le pire funebri, per relizzare pienamene l’impermanenza e per recidere gli attaccamenti. Viene detto che prima di Baba Kinaram (1563~1714?), la tradizione scorresse come un fiume sotterraneo e che lui abbia avuto il merito di riportarla alla luce. Effettivamente, a partire da Baba Kinaram, Aghor diventa più facilmente delineabile come una tradizione, una catena di maestri che si dipana nel tempo.
Baba Kinaram fu uno yogi di elevata realizzazione spirituale, con una naturale inclinazione a difendere gli oppressi ed i più deboli. Nelle sue peregrinazioni, giunto presso il monte Girnar in Gujarat, rimase assorbito in uno stato elevato di coscienza (Unmuni) ed incontrò il suo Maestro, Bagwan Dattatreya . Dopo aver ricevuto gli insegnamenti e la grazia di Dattatreya, Baba Kinaram, esortato dalla Madre Divina nella forma di Hingalaj Devi, si reca a Varanasi. Qui, nel campo di cremazione Harischandra Gath, incontra Baba Kaluram che successivamente riconoscerà come un’ulteriore manifestazione del Signore Dattatreya. Questo finalmente lo conduce al Krin Kund Ashram, ancora oggi la sede principale del lignaggio in cui sono conservati i samadhi (sacre sepulture) di oltre 70 grandi esseri realizzati, compreso Baba Kinaram e le ceneri di Avadhut Bagwan Ram, l’ultimo dei grandi Aghoreshwar (Aghor+Ishwar, lett. “signore dello stato Aghor”). Da allora, presso il Krin Kund, brucia incessantemente un fuoco (akandh dhuni) che viene alimentato con la legna avanzata dalle pire funebri dell’Harischandra Gath. Le ceneri di questo fuoco sacro costituiscono il prasad (cibo/dono sacro) che viene distribuito ai devoti e si ritiene dotato di poteri miracolosi, in grado di apportare sollievo dalle afflizioni e guarigione dalle malattie. Innumerevoli devoti vengono anche a bagnarsi nelle acque della vasca sacra (kund) dell’Ashram caricate da Baba Kinaram stesso con il sacro bija mantra Krin (da cui il nome dell’Ashram: Krin Kund). Anche queste acque sono considerate capaci di purificare e guarire dalle malattie (specialmente le malattie della pelle e l’infertilità, considerate in India patologie socialmente molto discriminanti perchè associate ad un forte elemento di impurità) al pari delle sacre acque della Madre Ganga. L’associazione tra le acque del Krin Kund e la Ganga ed il fuoco perpetuo dell’Akand Dhuni con il fuoco del campo di cremazione rendono questo luogo una rappresentazione microcosmica di tutta Varanasi, la più antica città vivente del mondo ed una delle più sacre in India.

 

Intervista

Vuoi presentarti in maniera molto generale, prima di entrare in alcune specifiche del tuo percorso biografico?

Mi chiamo Lorenzo Bonaventura, sono nato a Treviso il 22 maggio 1973. Sono sposato con Camilla Previato dal 2002. Da diversi anni vivo in India 10 mesi l’anno. Due mesi, di solito, durante il periodo estivo, torniamo in italia, mi dedico a tempo pieno all’Ashram ed alle sue attività ed a percorrere il sentiero che mi è stato mostrato dal monaco fondatore dell’Ashram. Questa scelta è maturata nel corso di 10 anni, quasi. Tutto è iniziato nel 2000 quando ho incontrato Baba Harihar Ramji, il fondatore dell’Ashram, in Italia e da quel giorno ogni volta che avevo tempo libero, ferie, venivo qui in India o nell’Ashram in America e dedicando un mese o periodi più lunghi, quando ancora studiavo. Sono stato la prima volta nel 2000 per 4 mesi quando ancora non c’era nulla qui ed ogni tanto sono riuscito a venire per un periodo di un mese, dedicando il mio tempo, le mie ferie, fino a quando è maturata la possibilità di fare un salto più importante, venendo a vivere qui e dedicandoci a tempo pieno all’Ashram. Abbiamo colto l’occasione al volo, abbiamo chiuso le nostre cose che avevamo in ballo in Italia ed eccoci qua!

 

Vogliamo parlare un po’ della tua formazione?

Io ho fatto le magistrali e dopo il diploma ho deciso di seguire la mia grande passione iscrivendomi alla facoltà di filosofia alla Ca’ Foscari di Venezia. Mi sono laureato con una tesi comparativa fra Oriente ed Occidente. Nel corso del mio percorso universitario è nato l’interesse per l’Oriente, per la filosofia orientale, questa grande passione che è esplosa quando ho incontrato i primi autori e i primi testi che mi hanno introdotto allo studio delle dottrine della filosofia indiana e questo anche mi ha portato a esplorare questo mondo, a vederlo con i miei occhi ed assaporarlo in prima persona. La formazione culturale è stata molto importante per me anche se ad un certo punto è diventata quasi un ostacolo. E’ stata una tappa molto importante ma, ad un certo punto, è nato in me il desiderio di non accontentarmi più della pura speculazione intellettuale, dell’acquisizione di nozioni per quanto belle, sublimi e filosoficamente vicine al vero. C’è sempre stato il desiderio per me di realizzare, di mettere in pratica, di fare carne, di fare pratica di vita quello che stavo studiando e l’ambiente universitario iniziò a starmi molto stretto rispetto a questa istanza. Notavo nei miei docenti una dicotomia profonda tra quello che dicevano, insegnavano ed il loro modo di vivere e questo mi ha sempre creato molti problemi, cosa che qui viene completamente trascesa nella figura del maestro, nella figura del saggio che in Occidente secondo me è andata piuttosto smarrita. Questa è la cosa principale che mi ha attratto in Oriente. All’inizio quando ho iniziato a studiare filosofia la mia grande passione erano i filosofi pre-socratici, Socrate, Platone ma, soprattutto, i filosofi pre-socratici. Poi mi sono avvicinato alle dottrine hindu, all’inizio tramite Mircea Eliade, sono passato attraverso la lettura di Réné Guénon, G.Feurstain, H.Zimmer, A.Coomaraswamy, D.G.White,  e poi, poco alla volta, ho preso coraggio e mi sono avvicinato ai testi originali: le Upanishad e, sempre di più, i Tantra  perchè lì la dimensione speculativa viene ridotta all’osso ed è sempre funzionale all’aspetto realizzativo, alla pratica che è quello che mi è sempre interessato di più: trovare le chiavi di accesso per una reale trasformazione della coscienza più che gratificarmi in speculazioni…ecco questa è una cosa che anche tra gli esperti, coloro che si occupano di studi di orientalistica vedevo che la maggior parte delle volte ci si fermava ad un livello speculativo, intellettuale e non vedevo un grande impegno nel trovare le chiavi per mettere in pratica quello che si stava studiando ed era quello che mi interessava principalmente.

 

Come mai questa urgenza di trasformazione interiore profonda?

Nasceva soprattutto dalla presa di consapevolezza della situazione in cui mi trovavo. Non sopporto l’idea di vivere una vita ordinaria che non porti a pieno compimento le potenzialità dell’essere umano. Questa tendenza a farsi trascinare dagli eventi, cadere nella ripetitività, nell’automatismo. Non vedo libertà in questo, non vedo dignità in questo e credo per diventare un vero essere umano, un buon essere umano, ci sia bisogno di un grande sforzo. Penso che la maggior parte delle persone presuppone di essere equipaggiata con tante cose che si danno per scontate: libertà, un io centrato, univoco, dotato di volontà, capace di fare, di raggiungere degli obiettivi. In realtà poi analizzando per bene la mia vita io queste cose non le vedevo, non le trovavo. Mi sentivo abbastanza allo sbando, sottoposto all’influenza di mille situazioni, parametri totalmente al di fuori del mio controllo. Soprattutto poi, analizzando bene, mi sono accorto di non avere un minimo controllo delle mie funzioni del corpo. Avevo iniziato a praticare, arti marziali e yoga , mi resi conto che non avevo capacità di controllo sui movimenti basilari del corpo. Quando praticavo aikido l’insegnate diceva: quando ti applicano questa tecnica devi fare un passo a destra e già questo diventava difficile in quella situazione: destra, sinistra, avanti, dietro, mantenere una posizione per un certo periodo di tempo, mantenere uno stato di rilassamento fisico. Sono cose difficilissime senza essere passati per un’educazione del corpo. Per non parlare della mente: ho controllo delle mie funzioni mentali? Quanto, come? Sono capace di spegnere il mio dialogo interno, di dare direzione ai miei pensieri? Le emozioni, le subisco, mi spingono ad agire dissennatamente o ho un minimo controllo su di loro? Tutte queste cose mi hanno portato alla consapevolezza che alla fine questo grande decantato essere umano ha bisogno di una grande educazione per arrivare ad acquisire una dignità, una centratura, una capacità di fare, di pensare in maniera focalizzata, con una reale volontà. Queste cose io non le avvertivo in me e sentivo l’esigenza di coltivarle. All’inizio in maniera molto confusa, ho fatto yoga, arti marziali poi quando ho incontrato Babaji ho capito che la mia ricerca era finita. Ho capito immediatamente che avevo trovato la mia strada ed era il momento di percorrerla. Prima di lui è stato il periodo del fai da te, provi la meditazione che ti sembra la più giusta, parti con entusiasmo, poi…ti dà la misura di cosa sia l’essere umano prima che trovi una vera direzione. Sotto l’influsso della cosa del momento, c’è l’entusiasmo, la coltivi, sembra che sia la tua strada, vai avanti per un po’ poi ti stufi, ti accorgi che alla fine non ti dà così tanti risultati, trovi qualcosa che ti solleciti di più. Procedi a tentoni.

 

Babaji, l’hai dunque incontrato nel 2000. A che titolo era a Treviso?

Era di passaggio a Treviso, tornando dall’India ed andando verso la California, viaggiava con un suo studente italiano che aveva incontrato Babaji in California e stava facendo il suo dottorato lì. In quell’occasione si fermò una settimana in Italia, a Treviso e questo ragazzo, laureato anche lui in filosofia, organizzò un paio di incontri pubblici di conferenze attraverso l’Associazione Filosofica Trevigiana. Lo incontrai in una di queste conferenze. Fu amore a prima vista. Immediatamente capii che era il maestro che stavo aspettando, che stavo cercando. Avevo realizzato la consapevolezza che avevo bisogno di una guida e appena l’ho visto ho capito che poteva essere lui. Da quel momento sono entrato in un livello diverso, iniziando ad essere un praticante, un sadhak. Per me la ricerca è sempre stata un fattore fondamentale ed è una sete molto forte. Babaji mi ha insegnato che quando hai sete devi scavare un pozzo, non puoi scavare una piccola buca qua, una là, dieci buche. Devi scavarne una, profonda, fino a che incontri l’acqua. Prima di incontrare lui stavo scavando tante buchette e non trovavo niente se non piccole gocce d’acqua. Quando ho incontrato Babaji ho iniziato a scavare seriamente. Stavo già con Camilla che condivideva sin da subito la passione per la ricerca spirituale, per l’India. Ci siamo conosciuti in treno, di ritorno dall’università. Lei frequentava ancora Lingue Orientali, io Filosofia. Stavo parlando delle Upanishad con un mio amico sul treno. Lei, seduta di fianco a me, si è introdotta nella conversazione ed in quell’occasione ci siamo conosciuti. La cosa con Camilla è stata molto curiosa perchè prima di incontrare il Baba questa mia sete, questa mia voglia di avere un maestro, una guida era così forte che io mi lasciavo andare troppo facilmente a finti maestri e lei era molto più discriminante in questo e mi ha aiutato molto all’inizio. Probabilmente senza di lei sarei finito in mani poco sicure. Invece, quando è stato il momento di fare il passo, io sono quello che ha trascinato di più. In questo ci siamo compensati molto. Per me è stato un amore a prima vista, un riconoscimento immediato, per lei c’è voluto un po’ più di tempo, ha risvegliato in lei dei dubbi, delle paure e dunque in questo ho aiutato più io la coppia. Da quel momento, dopo la conferenza pubblica ho chiesto a Babaji di incontrarlo privatamente e nel giro di poco tempo abbiamo formalizzato il rapporto maestro-discepolo, io ho preso il diksha, l’iniziazione, Babaji è partito qualche giorno dopo ed io mi sono ritrovato questa cosa tra le mani e sbollito anche l’entusiasmo e l’innamoramento del momento mi sono anche chiesto: ora cosa faccio? Babaji in quel periodo era in California dunque con Camilla abbiamo pensato di raggiungerlo. Dopo la laurea, dopo aver lavorato un pochino e racimolato i soldi, siamo andati per 3 o 4 mesi in California. Abbiamo approfondito il rapporto, siamo tornati in Italia, abbiamo lavorato ancora qualche mese (in fase post laurea godevamo di una certa libertà) e siamo venuti in India, con lui, per 6 mesi. Era stata da poco acquistata la terra, c’erano poche capanne, in una stava Babaji, in una stavamo noi.

 

La diksha cui accennavi, in cosa consiste, in realta’?

Ci sono due livelli: uno è shiksha, che vuol dire ricevere degli insegnamenti. Possono essere più o meno generici: insegnamenti di vita, alcune direzioni per approcciare la meditazione, per condurre una vita etica, è un po’ come coltivare un terreno e quando il terreno è pronto,  se e quando è pronto, è il momento della diksha: si pianta il seme. Diksha è un atto rituale, formale, attraverso cui il discepolo riconosce il maestro ed il maestro riconosce il discepolo e viene sancito un legame tra Guru e discepolo attraverso la trasmissione di un mantra. Con diksha il Guru, in concreto, ti trasmette un mantra che diventa il perno della tua pratica. Da quel giorno, dunque, tu ti impegni, con te stesso, di fronte al tuo Guru, a praticare regolarmente, ogni giorno, con il tuo mantra. E’ una pratica semplice che può prendere da 10 minuti a…quello che vuoi, sta a te. Il terreno viene coltivato con gli insegnamenti, attraverso il diksha viene piantato il seme che ha una potenza, una shakti molto forte, pur essendo molto piccolo. In questa tradizione vengono infatti trasmessi i bija-mantra, mantra-seme, semi che contengono in potenza un albero di pipal o di mango. Dunque si inizia col coltivare il terreno, prepararlo, piantare il seme, curarne la crescita ed il risultato può essere un grande albero all’ombra del quale altri possano trovare riposo, riparo. Questo riguarda la parte di sadhana, poi un’altra componente estremamente importante, non disgiunta è quella del seva. Attraverso la pratica, tu coltivi una connessione con la tua autentica natura, con il tuo sè più profondo. Questo da un senso di pienezza di gioia che ti mette nelle condizioni di dare, dare autenticamente, senza aspettative. Questo è il seva. Qualunque cosa tu faccia, per gli altri ma anche per te stesso, un gesto di generosità gratuita che proviene da un senso di abbondanza: io ho ricevuto abbastanza e dunque ho bisogno di dare, dare gratuitamente. Quello è il seva ed è l’espressione, nella vita di ogni giorno della tua sadhana. Ed è in sé stesso una forma di sadhana e la sadhana è in sé stessa una forma di seva. Questo può essere praticato da tutti. Non bisogna lasciare la propria famiglia, il proprio lavoro, trasferirsi in India o in Africa. Questo livello di crescita spirituale può essere introdotto tranquillamente nella propria routine quotidiana a patto che si sia disposti ad inserire della disciplina nella propria vita: dedicare del tempo alla propria famiglia, a guadagnarsi da vivere, a se stessi per la propria pratica quotidiana che può durare 10 minuti o ore e dedicare del tempo agli altri senza aspettarsi nulla in cambio. Questi sono gli ingredienti per una vita significativa, secondo gli insegnamenti di Babaji e della tradizione Aghor.

 

Parliamo della tradizione Aghor riformata…

Anche se questa riforma non è qualcosa di nuovo perchè se si vedono anche le storie di Baba Kinaram, il suo impegno nel sociale per i più discriminati, i più deboli, è sempre stato presente fin dall’inizio. Forse è andato un po’ perso nel tempo e Aghoreshwar Bhagwan Ram ha portato la tradizione al suo antico splendore.

 

Dunque lo stereotipo dell’aghor outsider, “tossico”, rappresenta un po’ un forma di degenerazione?

Non appartiene alla tradizione degli Agori Kinarami. La vita di reclusione, di separazione della società faceva parte, a sua volta, della tradizione degli Aghori Kinarami. In quest’epoca, in questo momento è un po’ anacronistico ed è giunto il momento per la tradizione di aprirsi al mondo, di impegnarsi, ce ne è bisogno, dunque c’è stata questa svolta. C’è anche da dire che nell’ambito degli Aghor ci sono molte scuole e persone che sono anche dei cani sciolti. Io non mi sento di dire: questo è Aghor, questo non è Aghor. Io mi limito a dire che nella tradizione degli Aghori Kinarami, una delle più importanti tradizioni (esistono poi, ad esempio, gli Aghori Himalayanai, più legati a Gorakhnath), essere un Aghori significa questo. Poi, se posso esprimere la mia opinione, una persona realmente impegnata nella sadhana, la sadhana per un praticante serio è la cosa più importante, più intima, più segreta nel senso che è incomunicabile e dunque una persona che si atteggia molto facilmente, mi suscita la reazione di mettere immediatamente le mani avanti. Non si parla dei propri momenti intimi con la propria amante con il primo che passa e la stessa cosa vale per la sadhana. Andare a parlarne con gli altri non è di nessuna utilità perchè ognuno ha il proprio rapporto ed il proprio modo di vivere la sadhana e per questo ci sono i maestri perchè ogni maestro sa di cosa ha bisogno esattamente il proprio discepolo.

 

Tornando agli aspetti biografici, in California che è successo?

Ho iniziato ad approfondire gli insegnamenti, la pratica, il senso del seva, ha cominciato a delinearsi all’orizzonte che tipo di percorso si prospetti per chi vuole impegnarsi nella pratica Aghor e ho cominciato a camminare su questo sentiero.

 

L’ashram com’è in California?

L’Ashram è diverso da questo qui in India, l’enfasi è posta più sulla meditazione, sul silenzio, sullo yoga, sul creare uno spazio che aiuti a fare l’esperienza della pace interiore. È’ soprattutto rivolto a persone che vivono una vita frenetica, intensa. Con mille impegni e responsabilità e dunque diventa un punto di riferimento dove le persone sanno che possono nutrire il proprio animo, la propria mente. Il seva si esprime in questo modo in California. Aghoreshwar disse a Babaji quando gli ha dato la sua benedizione per iniziare l’Ashram in California: la grande lebbra dell’Occidente è la restlessness, l’irrequietudine, il fatto di non riuscire a fermarsi, a trovare un centro delle proprie azioni, dei propri pensieri, del proprio sentire. La cura alla restlessness è introdurre una certa disciplina nella propria vita che sia possibilmente legata al silenzio, alla meditazione, al raccoglimento, trovare il modo per fare un passo indietro, per distaccarsi da quello che sta succedendo, dalla maya nella quale siamo immersi di solito, dalla mattina alla sera, anche quando dormiamo e questo anche per essere più efficaci quando si ritorna nell’arena, più efficaci e soprattutto per avere una direzione positiva, per non disperdersi in mille cose inutili. C’è un piccolo nucleo di residenti, 6-7 persone e poi c’è un gruppo di persone che frequentano regolarmente.  Per quel che mi riguarda ho scoperto presto che non c’erano gradi, livelli, un andamento progressivo nella crescita personale. E’ tutto più dinamico, più vivo. Questo a volte può risultare destabilizzante all’inizio perchè tendiamo ad aver bisogno di una mappa ben definita, però è anche molto più bello, nel momento in cui ti lasci andare pensando: mi affido, sia quel che sia, diventa tutto più vitale, più creativo. Se proprio devo riconoscere dei passaggi, riconosco il passaggio dell’innamoramento, in cui il rapporto maestro-discepolo si va a declinare sotto la categoria dell’amore, parlo almeno della mia esperienza: grande devozione, grande trasporto, poi, finito quello, quando hai i serbatoi pieni di amore, quando il maestro capisce che hai ricevuto abbastanza, comincia la crescita vera e propria. La crescita vera e propria, ci tengo a sottolinearlo, a volte comporta un elemento di dolore che non è da poco. Crescita prevede: crescita del Sè e diminuzione dell’ego ma siamo talmente attaccati all’idea che noi abbiamo di noi stessi, al nostro ego che nel momento in cui qualcuno ci spinge ad andare oltre, sono dolori e la procedura non è sempre tutta rosa e fiori, non è sempre amore e devozione, a volte c’è da piangere ma lì c’è la crescita vera e propria. La sadhana non è solo per stare bene, non è una terapia ma è per crescere e la crescita prevede anche momenti di dolore, di sbandamento, anche dubbi. I contenuti inconsci debbono emergere, per essere rielaborati, portati alla luce, altrimenti agiscono in maniera sotterranea. Sembra sia tutto amore; guarda che succede in molti Ashram: si parla di amore cosmico, amore universale poi si scannano per i turni in cucina. Dov’è finito, a quel punto, l’amore cosmico? Questo succede quando non c’è un vero lavoro sull’ego ed il lavoro sull’ego e, per quella che è la mia esperienza, è molto difficile farlo da soli. Ci vuole una persona che l’abbia già fatto su di sé ed allora, al momento opportuno, compie l’operazione sul discepolo e quando applica il bisturi, a volte sono dolori. A volte non c’è anestesia! Quindi nel mio rapporto con il Guru posso riconoscere queste fasi: il rapporto di innamoramento, di amore, poi quando hai ricevuto abbastanza il maestro ti fa entrare nella fase della vera crescita. Arriva il momento di camminare con le proprie gambe. In questo modo viene tagliata alle radici la possibilità che si venga a creare una dipendenza malsana tra maestro e discepolo. Il maestro stimola il discepolo a prendere le sue decisioni, ad assumersi le sue responsabilità, a diventare un buon essere umano. Il maestro non vuole creare nuovi discepoli, vuole creare nuovi maestri! Quindi inevitabilmente c’è la tendenza ad affidarsi un po’ troppo ed il maestro è lì sempre pronto a dire: prenditi le tue responsabilità, cammina con le tue gambe.  Quando sbagli è pronto a ricordartelo e lì c’è crescita. Anche nella tua sadhana. Il maestro è disponibile ad ispirarti, a pungolarti però sei tu che devi seguirla, se vuoi crescere, altrimenti puoi fare a meno di farla, il maestro non ha bisogno di te.

 

L’innamoramento di cui parli non ti ha mai, in qualche modo, spaventato, essendo anche un amore “inusuale” per i parametri occidentali?

No, è stata proprio un’espressione naturale, un aver ritrovato una mia natura che sapevo esser là ma non avevo ancora messo a fuoco in maniera chiara. Il maestro ti dà l’opportunità di tirare fuori quello che hai tu dentro,  è come un altare. Sull’altare, se ne riconosci la sacralità, metti le cose migliori che hai, poi ti accorgi che la figura del maestro non è altro che uno specchio e ad un certo punto in quello specchio vedi la tua autentica natura e lì vedi il vero Guru che sei tu, il tuo Sé. Già dalla mia esperienza in California era chiaro che la pratica era la cosa più importante nella mia vita e cercavo di renderla compatibile con i miei impegni quotidiani, con il mio lavoro, con la famiglia, pagare l’affitto eccetera ed anche in questo il maestro ci ha sempre spronato ad assumerci pienamente queste responsabilità. Io avevo un bel lavoro in Italia, avevamo una bella casa, abbiamo tuttora tanti carissimi amici, non ci mancava nulla. Quando ero in Italia pensavo sempre all’India, all’Ashram, contavo i giorni per tornare e qui mi sentivo nella mia dimensione, ogni volta che venivo, sentivo che il mio tempo era pieno di significato qui e glielo dissi al Baba. Lui mi ascoltò, mi disse: sì, va bene, torna in Italia, lavora, vediamo e poi un giorno, circa 4 anni fa (dopo 6 anni di gestazione perchè non deve essere una fuga), ci ha chiesto: perchè non pensate di venire a stare qua? Noi ci abbiamo pensato, nel corso di un anno abbiamo lasciato il lavoro, la casa, venduto la macchina, venduto/regalato le nostre cose, abbiamo concentrato i nostri averi nello spazio di uno zaino a testa, abbiamo preso un biglietto per l’India ed eccoci qua!.

 

Come vi siete gestiti emotivamente questo passaggio tu e Camilla? Quali dubbi sono sorti, quali resistenze o fughe in avanti?

E’ stato un po’ spiazzante all’inizio, per quanto si pensi di non avere attaccamenti. La cosa più dolorosa è stata dare via i libri. Quando mi sono ritrovato che non avevo più il lavoro, avevo disdetto l’affitto della casa, mi sono ritrovato lì con il mio zainetto. Abbiamo effettivamente rinunciato a tutto: non abbiamo soldi, non abbiamo cose, non recepiamo stipendio qui, l’Ashram provvede alle nostre necessità di base, al biglietto per andare e tornare dall’India, quando siamo in Italia siamo ospiti da amici. Comunque, quando mi sono ritrovato con il mio zaintetto, ti dicevo, è stato piuttosto destabilizzante perchè volendo o nolendo tutte queste cose rappresentano la geografia della tua vita quotidiana. Per quanto quando ci sei dentro ti danno fastidio e non vedi l’ora di togliertele di dosso, quando te ne liberi ti ritrovi nudo. Lì c’è un senso di vertigine che forse è la libertà, poi poco alla volta ti ci abitui, ti rendi conto che, pensandoci bene, tutte quelle sicurezze che pensavi di avere erano fittizie, non erano reali. Alla fine ti ritrovi a chiederti: che cosa è cambiato?

 

E’ stato Babaji a sollecitare questa radicalità anche nei dettagli, di liberarsi in maniera così totale dei vostri averi o è stata la vostra modalità di voltare pagina?

Io quando mi sono impegnato in questo cammino ho chiarito, fin dall’inizio, a me stesso, che non volevo farlo da dilettante e l’ho chiarito presto anche con Babaji. Volevo mettere tutto me stesso in questo perchè è la cosa più importante della mia vita. Condurre una vita senza essere maturato come essere umano, pieno, completo, per me è una vita sprecata ed io non voglio sprecare la mia vita, il mio tempo. Nella vita che facevo in Italia era vivo questo senso di “spreco”. Anche se poi non era vero perchè non dipende da quello che fai ma da come lo fai ma all’inizio aiuta. Hai voglia a dire che si può praticare ovunque ma è più facile praticare in un Ashram. Certo che quando poi la tua pratica è radicata, ha messo radici, puoi praticare in qualsiasi luogo geografico, in qualunque situazione ma all’inizio hai bisogno di un contesto adeguato. Dunque la radicalità di cui si parlava è stato l’effetto della mia determinazione su questo cammino. Dunque un po’ per fattori esterni, diventava complicato trovare un posto dove mettere la mia roba, un po’ perchè volevamo fare un passo definitivo. Difatti quando lui ci disse di venire a stare in India, io gli ho subito detto: se dobbiamo venire per stare uno o due anni, ti dico subito di no. Mollare un lavoro, bello, che mi piaceva (facevo l’educatore in comunità) ed anche Camilla aveva un bellissimo lavoro (lavorava in una clinica chirurgica privata) e dunque lasciare tutto per un’esperienza breve non ci interessava. Oltretutto l’avevamo già fatta dopo la laurea. Lui ci rispose: no, se ve la sentite non sarebbe un’esperienza a termine. A quel punto richiedeva un impegno totale. Questa radicalità è dunque partita da noi, il maestro non ti impone nulla, sa qual’è la cosa migliore per te, per la tua pratica il tutto, però, naturalmente, in un rapporto dialettico per cui sei tu che ti rendi disponibile e da qui nascono poi le sollecitazioni, eccetera.

 

La vostra famiglia come ha reagito a questa tua scelta così…inusuale?

Sicuramente non è facile per una madre, per un padre avere un figlio che dieci mesi all’anno vive in India. Probabilmente in qualche modo se l’aspettavano, prima o poi perchè comunque hanno sempre percepito la mia irrequietezza rispetto ai canoni di una vita normale, borghese, in una città come Treviso. Erano in qualche modo preparati e, al di là dello spiazzamento iniziale che comunque c’è stato, mi sembra che oggi prevalga un senso di orgoglio e di fierezza per quello che il proprio figlio sta facendo in India.

 

Mi vuoi parlare un po’ dei tuoi genitori? Chi sono, cosa fanno per poi arrivare a riprendere il discorso di come si sono vissuti questa scelta e di come l’avete negoziata, anche affettivamente.

La mia è una normalissima famiglia borghese, in una città borghese. Mio padre ha fatto l’agente di commercio nel settore della moda. Ho sempre avuto un ottimo rapporto con i miei genitori: stima reciproca, rispetto. Mio padre ora è in pensione, mia madre ha aiutato mio padre nel lavoro, facendo la casalinga quando noi eravamo piccoli (io ho un fratello più grande).

 

Non ti hanno mai fatto una sorta di “ostruzionismo affettivo” quando hai scelto di venire a vivere in questo Ashram?

Un pochino, sì, normale ma quando mi hanno visto così determinato…non andavo allo sbando in una comune di fricchettoni, sapevano di Babaji, lo avrebbero conosciuto dopo qualche tempo, quando lui venne in Italia. Diciamo che, paradossalmente, ricordavo più ostruzionismi quando scelsi di seguire la facoltà di filosofia.

 

Venendo all’esperienza di questi ultimi 4 anni, cosa mi vuoi dire in merito, ad esempio, alle difficoltà a relazionarti con gli indiani, le resistenze che di volta in volta possono aver preso corpo, i dubbi che possono essere venuti fuori o, dall’altra parte, le soddisfazioni, le realizzazioni, le constatazioni che, effettivamente, la crescita sta avendo luogo…

Non è facile relazionarsi con gli indiani, nel lungo periodo, per tanti motivi anche non per colpa loro. Noi veniamo qui, con il nostro mondo, con le nostre aspettative, per quanto aperti a crescere, cambiare, ci portiamo dietro la nostra storia e la sfida comincia lì ed è la sfida di questo posto che vuole essere un punto di incontro tra Oriente ed Occidente ed il Baba spesso incarna questo incontro e noi stessi siamo qui anche per questo motivo ma l’incontro spesso diventa scontro, se non scontro un processo dialettico. Ci si deve dunque confrontare sulle differenze che ci sono, inutile nasconderlo. Lì è estremamente importante che ci sia un rapporto basato sulla stima reciproca. Dalla stima nasce la fiducia che poi facilita la comunicazione. Senza comunicazione vera, non funziona e questa è una sadhana in sé stessa: mettere da parte le proprie aspettative, i propri punti di vista, quello che si ritiene giusto o sbagliato, per lasciare spazio all’altro ed in base a questo confrontarsi, crescere insieme, arrivare a dei compromessi, a dei punti d’incontro, ad un’intesa o, perlomeno, a capirsi vicendevolmente, non è detto che per forza qualcuno debba cambiare la propria idea ma, almeno, ci si conosce meglio, si sa meglio l’uno dell’altro. In assenza di questo, non c’è chiarezza ed allora diventa difficile anche perchè io e Camilla siamo gli unici occidentali, non indiani e non siamo qui solo per fare seva come volontari, facciamo parte del management per cui siamo qui per prendere decisioni importanti, sulla direzione dell’Ashram e ci confrontiamo sempre con persone indiane e talora emergono differenze culturali. Questo è anche il bello dell’esperienza, dà possibilità di crescita perchè comunque si lavora molto sull’ego, sulle proprie aspettative, sulla propria storia personale.

 

Non avete mai pensato di ritornare indietro?

Sì, ci sono stati dei momenti difficili, in cui si è pensato: al diavolo tutto, si ritorna in Italia ma bisogna essere ben consapevoli che fanno parte degli alti e bassi della vita ed è lì che sta la sadhana: rendersi conto che questi sono i flussi della coscienza, della nostra mente e che sono al di là del nostro controllo e a quel punto fai un passo indietro, diventi più spettatore e non ti fai trascinare completamente da queste maree. Dunque un po’ alla volta acquisisci un centro e quando questo è ben saldo è da lì che nasce il tuo agire, il tuo pensare, il tuo sentire ed ha una direzione. Se il tuo agire, il tuo pensare, il tuo essere nel mondo partono da una dimensione superficiale dei flussi continui, delle maree continue dei tuoi stati umani e dei tuoi umori, allora lì torniamo nello stato non compiutamente umano, nel senso pieno del termine.

 

A proposito di “compiutezza umana”, a me piace il termine “individuo integrale”

“Integrale” ed “integrato” perchè all’interno di noi ci sono una molteplicità di nature che molte volte sono in piena contraddizione, in piena lotta di qui le nostre nevrosi, le nostre paranoie, le nostre manie, le nostre debolezze. Mano a mano che queste tensioni vengono sciolte, allora iniziamo a fare l’esperienza della pace però per questo è necessario che non ci si faccia trascinare dagli eventi, dagli stati e dagli umori. In questo l’India è una grandissima maestra perchè ti mette costantemente alla prova. Se non riesci a fare questa pratica ti bruci anche in breve tempo e l’Ashram è un palcoscenico perfetto per mettere in atto la propria sadhana. In questo Babaji è molto deciso: «è molto semplice», ci dice, «sentirsi in pace quando si è seduti nella propria camera di meditazione, nel tempio, da soli, con l’incenso acceso di fronte all’immagine del proprio Guru o di quanto ti ispiri. Il vero test, tuttavia, della tua pratica, è nella vita di tutti i giorni, nel confrontarsi con gli altri, anche in situazioni difficili ed è questa la sadhana Aghor: stratch your limits, andare oltre i propri limiti ed i propri limiti quali sono: questo è giusto, questo è sbagliato, lui mi è amico, lui mi è antipatico. Questi sono i box nei quali ci mettiamo dentro. All’interno di questi box costruiamo la nostra storia personale. La sadhana Aghor è uscire da questa zona di comfort, cercare di fare un lavoro per estendere i nostri confini, i nostri limiti e questo ci fa liberare una grande quantità di energia che possiamo utilizzare in maniera più costruttiva.

 

Vuoi parlarmi di vostri, eventuali, voti?

Il voto principale è quello di impegnarsi per essere dei buoni esseri umani. L’impegno si prende con se stessi ed ovviamente questo prevede di condurre una vita regolata. Questa è la differenza tra il sadhak ed una persona “normale” che non è impegnata in una pratica. La pratica prevede una certa disciplina e qui dobbiamo sgombrare il campo dall’idea che il Tantra sia fare quello che si vuole, che preveda una libera espressione dei propri impulsi…no, la differenza tra una persona impegnata in una pratica ed una persona che non lo è, è proprio la disciplina e la disciplina prevede anche certe restrizioni o che comunque si eserciti una certa attenzione, una certa moderazione. Non è una via repressiva quella che stiamo seguendo, più che altro viene posta enfasi non su quello che si fa ma su come lo si fa. Per esempio: se mangi in maniera non nevrotica, è difficile che ti ingozzi e puoi anche digiunare in maniera nevrotica. Nel momento in cui non si è nevrotici si ha un rapporto naturale con il cibo, così come il sesso, con la vita, nelle relazioni, così con tutto. L’enfasi è quindi posta, ripeto, sull’essere un buon essere umano, una persona che è in pace con se stessa e quindi sa prendere quello che arriva, sa lasciare quello che deve essere lasciato, si sa regolare con sè, con il proprio corpo, con l’ambiente, vive in armonia con il mondo esterno perchè è in armonia dentro.

 

Oggi come vivete, quale è il vostro stile di vita attuale?

Io posso dire che mi sento di vivere una vita significativa perchè sono impegnato nelle cose che ritengo essere importanti per la mia vita: seva e sadhana. Per me tutto ciò che esula da questo è una mera perdita di tempo. Ho perso troppo tempo nella mia vita, potrei morire tra un minuto, non voglio perdere il mio tempo ed oggi posso dire che mi sto impegnando nel vivere una vita centrata sulle mie due priorità. Sadhana: impegnarsi per connettersi con la propria autentica natura e seva: l’espressione, nella vita di ogni giorno, della gioia che fluisce nell’entrare in contatto con il sé attraverso il dono di sé agli altri, senza aspettarsi nulla in cambio. Tutto ciò non esclude la possibilità di vivere la vita con una certa dose di leggerezza e di attenzione nei confronti delle proprie legittime esigenze personali. Il seva, ad esempio, il dono di sé agli altri, dovrebbe sgorgare da un senso di pienezza e di gioia e non va frainteso come pura e semplice mortificazione dell’io. Anche nella sadhana dovrebbe esserci sempre un giusto equilibrio tra disciplina, sforzo e rilassamento, assenza di tensioni.

 

La vita di coppia come si amalgama in questa esperienza?

Si è adattata agli impegni che ci sono qui. Ha assunto una forma diversa rispetto a quella che aveva a Treviso. Oggi sentiamo che c’è un legame che sempre di più parte da una comunione di anime e quindi posso dire che sicuramente si è rafforzato il rapporto con Camilla. Noi sembra quasi che non siamo una coppia ed invece lo siamo molto più di prima. Sento che il nostro è un legame che parte da una dimensione molto profonda perchè condividiamo un impegno, una vocazione.

 

Vi concedete dei momenti di break?

Sì, stacchiamo dagli impegni dell’Ashram che è molto impegnativo: ci sono molti progetti, ci sono 20 bambini da seguire eccetera quindi, inevitabilmente, c’è  bisogno, ogni tanto, di prendersi un break però il seva e la sadhana fanno integralmente parte della mia vita per cui se vado in Thailandia una settimana e vedo una bella spiaggia solitaria, la prima cosa che penso è: guarda che bel posto per fare meditazione! Oppure il seva: è uno stile di vita, una cosa naturale per cui non necessariamente devi prenderti cura dei bambini abbandonati ma, magari, al primo che ti capita davanti senti di fargli un sorriso o un gesto di apprezzamento. Perchè? Mi aspetto qualcosa in cambio? No; è ovvio che mi fa stare bene, è la mia natura, lo faccio, del tutto gratuitamente. Questo è seva e questo lo può fare chiunque!

 

 

Manuel Olivares

Manuel Olivares

Manuel Olivares, sociologo di formazione, vive e lavora tra Londra e l’Asia. Esordisce nel mondo editoriale, nel 2002, con il saggio Vegetariani come, dove, perchè (Malatempora Ed). Negli anni successivi, ancora con Malatempora, pubblicherà: Comuni, comunità ed ecovillaggi in Italia (2003) e Comuni, comunità, ecovillaggi in Italia, in Europa, nel mondo (2007). Nel 2009 fonda l’editrice Viverealtrimenti, per esordire con Un giardino dell’Eden, il suo primo testo di fiction e Comuni, comunità, ecovillaggi, il suo terzo su un antico e moderno movimento di comunità sperimentali ed ecosostenibili. Nel 2011 pubblica Yoga based on authentic Indian traditions, il suo primo libro in inglese e Barboni sì ma in casa propria, una raccolta di racconti e poesie. Nel 2012 pubblica Con Jasmuheen al Kumbha Mela, dipanando un interessante accostamento tra New Age e tradizione.

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