La Cina e l’India ne “l’Età del Caos”

a cura di: Manuel Olivares

Archiviato in: in ,
6453832

Il nuovo ordine cinese e India, la madre di tutti i disordini sono i titoli di due capitoli dell’ultimo testo di Federico Rampini: L’Età del Caos.

È da poco passato il 2014, anno del “sorpasso statistico” della Cina sugli Stati Uniti e l’affermazione dell’economia cinese come la prima al mondo. Tuttavia la crescita del gigante asiatico, oggi, sta rallentando e, tra le possibili ragioni, si può considerare che Xi Jinping stia tentando di dare vita a un nuovo modello di sviluppo, a iniziare dalla riduzione delle emissioni carboniche. Nello stesso tempo, scrive Rampini, si sta assistendo a un’ulteriore stretta autoritaria che si esprime in particolare attraverso “la grande muraglia di fuoco cinese”; la censura on line. Non che la stampa e tutto ciò che viaggia su carta goda di maggiore libertà. Di conseguenza, oggi in Cina, “l’informazione occidentale non fa breccia”.

«Molti sono convinti davvero che le proteste democratiche di Hong Kong nel 2014 fossero state aizzate dagli americani per destabilizzare la Cina: la versione della propaganda governativa».

(Federico Rampini, L’Età del Caos, Mondadori, Milano, 2015, p. 144)

Del resto, è un fatto che il consenso popolare, attorno a Xi Jinping, sia altissimo, al punto da essere tentati di affermare che, a fronte di una classe dirigente che governa con il pugno di ferro e un leader di indiscusso carisma, “se c’è un antidoto al caos contemporaneo, è il modello cinese”.
In un recentissimo libro, The Hundred-Years Marathon. China’s Secret Strategy to Replace America as the Global Superpower (La maratona dei 100 anni. La strategia cinese per sostituire l’America come superpotenza globale), Michael Pillsbury parte dalla critica dell’assunto americano di una naturale transizione, della Cina, alla democrazia, “senza ambizioni egemoniche”. La transizione, nell’ottimistica prospettiva americana, andrebbe di pari passo con la diffusione di internet e l’aumento di Pil procapite.
Più realistica, a parere di Rampini, la prospettiva di uno studioso cinese che risponde allo pseudonimo di Youwei. Questi enfatizza la diversità sostanziale del suo paese rispetto agli Stati Uniti e che dunque la transizione profetizzata da molti studiosi e opinionisti americani non avrà luogo.
Ricordiamo, per chi non lo sapesse, che Federico Rampini ha vissuto a Pechino dal 2004 al 2009, avendo modo di “digerire” la cultura politica locale che “in un certo senso assimila la Cina a una grande azienda: dove quel che conta non è che i dirigenti siano eletti dalla base né che godano dell’investitura dei dipendenti; bensì che diano risultati, che la rendano prospera”.
Parliamo di una visione…

«…che si sposa con la versione autoritaria del confucianesimo, una dottrina che ha avuto il suo pioniere nel padre-padrone di Singapore (Lee Kuan Yew, morto nel 2015 all’età di 91 anni) e poi è stata cooptata “a sinistra” dai comunisti cinesi. È una visione che nega l’universalità dei diritti individuali e della democrazia liberale; descrive la società asiatica come un “sistema organico”, simile a una famiglia patriarcale; dove il paterfamilias comanda e, tuttavia, è anche responsabile del benessere dei suoi; l’individuo è subordinato all’interesse collettivo».
(Ivi., pp. 156-157)

Tuttavia, la Cina starebbe anche seguendo un copione collaudato ─ quello americano ─ nel costruire “il secolo cinese” lungo i due binari paralleli della potenza militare e del “piano Marshall”.
In altre parole: “più armi per spaventare i potenziali nemici. Più soldi per farsi degli amici”. Incremento costante della spesa militare (da 27 anni) ─ con il paese oramai al terzo posto fra i fornitori di tecnologie belliche a livello internazionale ─ e riarmo nucleare di Pechino, “manovre militari congiunte con la Russia nel Mediterraneo” e “invio di sottomarini cinesi nel Golfo Persico”, oltre alla costruzione di isole artificiali, nei mari asiatici, per dotarle di piste di atterraggio di jet militari.
Sull’altro fronte (quello del “piano Marshall”) il paese sta lavorando di soft power che passa per buona parte per la banca di investimento asiatica AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank).
I progetti in cantiere non sono di poco conto, a partire da una moderna Via della seta…

«proprio quella che seguì Marco Polo, l’antica rotta dove i mercanti del Medioevo e del Rinascimento approvvigionavano l’Europa con le spezie orientali e i tessuti pregiati venuti dal Catai. Oggi, invece delle carovane di cammelli, Xi vuole far viaggiare treni ad alta velocità, Tir su autostrade a otto corsie, navi e chiatte su canali artificiali e nuovi porti mercantili. Gli investimenti per costruire questa fitta ragnatela di infrastrutture sono colossali, ma i mezzi a questa Cina non mancano. Ha già stanziato 100 miliardi attraverso l’Aiib per avviare i cantieri che colleghino il nuovo impero cinese all’Asia centrale, al Medio Oriente, infine all’Europa. Altrettanti ne ha ricevuti da Xi il solo Pakistan, snodo cruciale per avviare le costruzioni di porti e ferrovie lungo il nuovo asse Est-Ovest».
(Ivi, pp. 173-174)

Altri progetti di macroinfrastrutture coinvolgono il Canada (da collegare alla Cina settentrionale con una ferrovia ad alta velocità che passi per la Siberia e, attraverso un tunnel, sotto lo stretto di Bering) e gli stessi Stati Uniti, fino all’America latina (con finanziamento e realizzazione della megaferrovia Brasile-Perù e la costruzione dell’anticanale di Panama, attraverso il Nicaragua, per unire i due oceani).

“D’altrone, ormai, la Cina ha scalzato gli Stati Uniti” ─ vittime del cosiddetto declino relativo ─ “come primo partner commerciale di 140 nazioni al mondo”.
Non mancano, per usare un termine ultimamente di moda in Italia, “i soliti gufi” che enfatizzano che la Cina stia diventando vecchia prima di diventare ricca, in virtù della politica del figlio unico e la, conseguente, denatalità progressiva. Non mancano controversie in merito alla sua gestione delle “cose religiose”, quel che risulta essere la persecuzione alquanto sistematica di uiguri e tibetani (o sarebbe il caso di parlare, anche al riguardo, di “propaganda americana”?), la delicata situazione in cui versano gli stessi cattolici nel paese.
Il secolo cinese, di cui, credo, i media italiani non parlino abbastanza (forse anche per non allarmare la popolazione, a fronte, come abbiamo visto, di un espansionismo su larghissima scala) divide gli osservatori.
Federico Rampini ha non di rado stigmatizzato ─ anche nei suoi testi precedenti, penso in particolare a L’impero di Cindia e La speranza indiana ─ le peculiarità autoritarie del Dragone, avendo invece parole di elogio per il modello ─ maggiormente democratico ─ dell’Elefante; il secondo gigante demografico asiatico: l’India. Ne parla, come si accennava, in un altro capitolo de L’Età del Caos.
Partiamo dall’incipit e riportiamone alcune argomentazioni successive:

«C’è l’India dei veterostereotipi, di chi ancora oggi mi dice: “non ci voglio andare perché ho paura di essere sconvolto dallo spettacolo della miseria per le strade”. C’è l’India dei neostereotipi come quella scintillante e gioiosa che mostra tutt’altro spettacolo, i musical di Bolliwood. Dove però, guarda caso, le storie ambientate in meravigliosi paesaggi di montagna sono girate in Svizzera perché in Kashmir vige la legge marziale.
Poi c’è quella vera.
“La burocrazia indiana: l’unica potenza ad avere sconfitto James Bond”. La battuta amara circola a New Delhi da quando la produzione di un film di 007 ha dovuto rinunciare alle riprese sui treni indiani. Un burocrate locale si era incaponito a negare il permesso. Per riuscire (forse) a superare l’ostacolo ci sarebbero voluti dei mesi, troppo per i tempi del cinema. L’agente segreto di Sua Maestà è la vittima illustre di un flagello che perseguita la seconda nazione più popolosa al mondo […] un miliardo 250 milioni di cittadini indiani [sono] “ostaggi” della loro pubblica amministrazione […]. Eppure ci sono fra loro, insieme ai più poveri che subiscono i soprusi peggiori, tante vittime “eccellenti” nelle professioni del ceto medio-alto che rappresentano il volto più avanzato della nazione».
(Ivi, pp. 177)

Una pubblica amministrazione, dunque, che si merita epiteti come “inerte”, “scassata” e “corrotta”, definita da uno studio della Political and Economic Risk Consultancy, con sede a Hong Kong, come la “peggiore di tutta l’Asia” ma che non sta riuscendo a compromettere il boom del paese che si è, a sua volta, recentemente meritato l’epiteto di “nuova locomotiva dell’economia globale”.
Oggi la crescita indiana è superiore a quella cinese (7.5% contro 7%).

«L’Elefante più veloce del Dragone. Questo ci interpella tutti. Nell’Età del Caos, forse, è più attrezzata a navigare una nazione che è la madre di tutti i disordini? A noi l’imprevedibilità e l’ingovernabilità possono sembrare la nuova norma, un’incertezza generalizzata e destabilizzante che s’impone nelle nostre vite o nella nostra visione del mondo; per l’India, forse lo è da molto più tempo».
(Ivi, p. 179)

Il 2014 è stato un anno cruciale anche per l’Elefante, di uno storico avvicendamento nei palazzi del potere di Nuova Delhi, con la vittoria elettorale di Narendra Modi e del Bharatiya Janata Party (BJP).
Un giornalista politico indiano di calibro come Rajdeep Sardesai definisce le elezioni del 2014, nel titolo di un suo recente libro, quelle “che hanno cambiato il paese”.
Sicuramente hanno sbloccato l’inerzia che lo affossava, guidato da un partito dinastico che sprofondava negli scandali di una proverbiale corruzione, al punto da aver suscitato proteste della società civile su vasta scala, guidate dall’attivista gandhiano Anna Hazare.
Vivendo parte del mio tempo in India e seguendone con passione le vicende politiche da circa 10 anni, sono incline a pensare che il ricambio fosse necessario.
Resta il fatto che, come scrive Rampini, il BJP “ospita al suo interno correnti integraliste: al governo ci sono gli eredi politici del fanatico indù che assassinò Gandhi nel 1948”.
E tuttavia, il viaggio di Obama in India nel 2014 sancisce la “luna di miele” tra i due capi di stato, malgrado Modi sia stata “persona non gradita” negli Stati Uniti in quanto gli veniva attribuito un ruolo nelle violenze induiste contro la minoranza musulmana a partire dai drammatici eventi del 2002 in Gujarat, stato indiano di cui era allora il Primo Ministro.
Ma la Realpolitik è alla base della scelta geostrategica americana; a fronte dell’ostilità cinese e russa un avvicinamento tra Stati Uniti e India è, praticamente, indispensabile.

«Scommettere sull’India si sta rivelando una scelta vincente. E non solo per l’America: l’intera economia globale scopre nell’Elefante indiano una nuova locomotiva. The Economist, nella primavera 2015, ha dedicato una copertina al fenomeno: raffigura un elefante, al quale sono stati incollati due turboreattori da jet sui fianchi».
(Ivi, p. 181)

Dunque l’India starebbe vivendo una sorta di golden age e questo francamente si sente nel paese che tuttavia ─ tanto per i parametri occidentali quanto per quelli cinesi ─ è ancora indietro sul fronte infrastrutturale, di una burocrazia vessatoria e inefficiente e di tanti altri problemi che rendono “tremende” le sfide che sta tentando di affrontare Modi.
“Anzitutto”, scrive Rampini, “ci vuole più industria, per assorbire una parte della manodopera contadina” e, di conseguenza, buone scuole, possibilmente non solo private. Oggi “la metà degli insegnanti statali va al lavoro solo nel giorno di paga, per incassare lo stipendio”.
L’intesa Washington-Delhi, “pilastro della nuova strategia di contenimento dell’espansionismo cinese in Asia”, sta naturalmente avendo ripercussioni non di poco conto sull’Elefante.
Rampini cita il caso del film The Millionaire ─ vincitore di ben otto oscar ─ che avrebbe esercitato un potere profondo sugli americani. A mio vedere può essere considerato la cartina di tornasole di una rivoluzione culturale gigantesca nel momento in cui, sui suoi set, si realizza il sogno di un bambino, “emerso da una fetida baraccopoli di Mumbai”, di diventare milionario. Si spezza finalmente quella che mi sembra appropriato definire “la tragedia dell’ineluttabilità”, peculiare di una cultura imperniata sull’immobilismo castale. La mobilità sociale ha oramai raggiunto anche l’India, sulle ali del mercato globale (con tutti gli indesiderati effetti collaterali del caso) e questo credo possa considerarsi l’inizio di un cambiamento epocale per i suoi abitanti.
Chi vive un certo periodo in India può difatti rendersi facilmente conto degli effetti capillari della cultura castale che determina a fondo la personalità del paese e non può essere relegata ai margini delle considerazioni sulla “storica culla della spiritualità”.
La presenza delle caste, in India, non è un dettaglio su cui si possa sorvolare, tanto meno lo è l’intoccabilità (che affligge ancora circa 180 milioni di persone).
La necessità insopprimibile di dinamismo e speranza di elevazione sociale che non può più essere frustrata in partenza, catapultata dal nuovo alleato americano, non può non essere l’inizio di una nuova India che non sarà necessariamente, per rispondere nuovamente ai “soliti gufi”, peggiore della precedente. Le figure tradizionali dei guru ─ che prosperano dove sono alti i tassi di analfabetismo, povertà estrema e disperazione ─ ne usciranno probabilmente demistificate e questo non fa piacere ai molti occidentali che, di fatto, spesse volte ancora cercano in India un’alternativa alla psicanalisi, gli stessi che moraleggiano sull’esplosione dei consumi nel paese.
Sono d’accordo con Rampini nel momento in cui scrive:

«Per un indiano è duro sentirsi dire che mangia troppo, quando la dieta proteica anche nel ceto medio-alto di Mumbai o Bangalore resta la metà di quella dell’americano medio. Con questi atteggiamenti giustifichiamo, nei paesi emergenti, l’idea che l’Occidente è una roccaforte di ricchi egoisti, i quali hanno razziato selvaggiamente le risorse naturali, per poi predicare l’ambientalismo, la frugalità e l’austerità ai più poveri».
(Ivi, p. 189)

A mio vedere non ci resta dunque che augurare, oggi, buona crescita e buona mobilità sociale all’India iniziando, generalmente, a pensare alla società plurale, post-consumista ed ecologica che dovremo essere tutti in grado di realizzare domani mentre, per concludere con le ultime righe del “capitolo indiano” di Rampini, “l’Età del Caos  divora i modelli. Non esistono certezze a cui aggrapparsi, l’India nella sua moltitudine di spinte centrifughe lo ha sempre saputo”.

 

Manuel Olivares

Manuel Olivares

Manuel Olivares, sociologo di formazione, vive e lavora tra Londra e l’Asia. Esordisce nel mondo editoriale, nel 2002, con il saggio Vegetariani come, dove, perchè (Malatempora Ed). Negli anni successivi, ancora con Malatempora, pubblicherà: Comuni, comunità ed ecovillaggi in Italia (2003) e Comuni, comunità, ecovillaggi in Italia, in Europa, nel mondo (2007). Nel 2009 fonda l’editrice Viverealtrimenti, per esordire con Un giardino dell’Eden, il suo primo testo di fiction e Comuni, comunità, ecovillaggi, il suo terzo su un antico e moderno movimento di comunità sperimentali ed ecosostenibili. Nel 2011 pubblica Yoga based on authentic Indian traditions, il suo primo libro in inglese e Barboni sì ma in casa propria, una raccolta di racconti e poesie. Nel 2012 pubblica Con Jasmuheen al Kumbha Mela, dipanando un interessante accostamento tra New Age e tradizione.

Siamo a lavoro sul nuovo Corriere Asia!

Ricevi una notifica quando sarà Online
Ok voglio ricevere la notifica :) 
close-link