La Cina in Africa, da Mao Zedong a Xi Jinping

Cina Africa

Le politiche della Cina in Africa

Spesso si tende ad associare la presenza cinese nel continente africano allo sviluppo politico ed economico degli ultimi anni, dai più fatto risalire al famoso ingresso della Repubblica Popolare Cinese nellOrganizzazione Mondiale del Commercio (WTO), l’11 dicembre 2001.

L’Africa di Mao Zedong

Un rapido esame dei quotidiani degli anni ’60 e dei primi anni ’70 darebbe un quadro molto diverso della situazione e si potrebbe notare che già oltre cinquanta anni fa, molti governi socialisti dei neo – indipendenti stati africani gravitassero pesantemente verso il maoismo. Tra questi si possono citare:

Il Burundi, indipendente dal 1962, controllato di fatto da Pechino almeno fino a tutti gli anni ’70, teatro di numerosi assassinii politici e veri e propri massacri intertribali.
Il Camerun, indipendente dal 1960, devastato per tutti i primi anni di indipendenza da violenze tribali, avvicinatosi nei primi anni ’70 al maoismo.
Il Chad, indipendente anch’esso dal 1960, prima socialista di stampo anti-coloniale poi pro Pechino.
Il Congo Brazzaville, pesantemente sussidiato da Pechino, Mosca e Cuba, storicamente ospitante una delle più grandi ambasciate cinesi in Africa, ricco di idrocarburi.
Il Benin, ex Dahomey, resosi indipendente dalla Francia nel ’60, fortemente indebitato anche a causa dei numerosi colpi di Stato: già nel 1973 riceveva un ingente prestito cinese per pagare gli stipendi dei funzionari.
La Guinea Conakry, indipendente nel ’58 e poi sotto la dittatura di Sekou Toure dal ’61, grande beneficiaria degli aiuti cinesi sin dalla fine degli anni ’60.
La Mauritania, beneficiaria di aiuti tecnici cinesi, che costruirono e ampliarono per primi il porto di Nouakchott, che da molti decenni ospita una comunità cinese di migliaia di persone.
La Tanzania, e prima la Federazione di Tanganika e Zanzibar, vera e propria “base” di infiltrazione cinese in Africa durante tutta la Guerra Fredda.
Lo Zaire, che dopo il viaggio del dittatore Mobutu in Cina e l’incontro con Mao nel ’73 adottò non solo la legislazione cinese sull’orario di lavoro, sullo sviluppo sociale etc ma perfino l’abbigliamento (reso famoso da alcune fotografie “pop” dello stesso Mobutu, ciò che apparentemente non gli impedì di sentirsi a posto con la coscienza comperando castelli e aprendo conti in Francia Svizzera e mezzo mondo. Denari rubati allo Zaire naturalmente, ancora oggi uno dei paesi più miserabili del pianeta.

Tra i paesi nati dalla decolonizzazione il più interessante è probabilmente la Tanzania.
Alla dichiarazione di indipendenza nel dicembre 1961, la Gran Bretagna concesse al paese un aiuto allo sviluppo di 21 milioni di sterline (del 1961), seguito da un altro prestito nel 1964 (7,5 milioni di sterline) e da un altro di pari importo l’anno successivo.

Ciò non impedì al paese di ritirarsi dal Commonwealth nel 1966 a seguito della dichiarazione unilaterale di indipendenza della Rhodesia, tradizionale nemico di tutti i paesi dell’Africa perché stato razzista (vero) e baluardo del Capitale in Africa meridionale (fatto altrettanto incontrovertibile e spesso dimenticato come dimenticate sono le dinamiche africane della Guerra Fredda).

Il Parlamento della Rhodesia dichiarò molto preoccupato l’8 giugno 1972 che l’aiuto finanziario cinese a Dar Es Salaam ammontava in totale ad almeno 150 milioni di sterline (dieci volte quello dell’ex madrepatria britannica, in piena austerity) e che Pechino era dominus de facto del paese, geopoliticamente fondamentale nello scacchiere africano.

Nel momento di massima presenza cinese, 50 mila lavoratori cinesi erano presenti a vario titolo nell’ex colonia tedesca, soprattutto impegnati nella costruzione della rete ferroviaria, importantissima in caso di scenario militare.

Attraverso le banche svizzere (fatto curioso ma non nuovo) e la speculazione sullo stesso scellino tanzano la Cina finanziò di fatto la rete ferroviaria tra il porto di Dar Es Salaam e le miniere di rame dello Zambia, e i cinesi furono presenti sin quasi dall’inizio come istruttori dell’esercito, anche grazie alle forniture di armi e carri armati addirittura operati da staff cinese.
Questo e altri capitoli della storia sino-africana sono stati dimenticati in Occidente, ma non a Pechino.

Mao intendeva preparare l’Africa per controllare il Mozambico portoghese, partendo da Maputo, e passando alla Rhodesia via Zambia e Zambesia (nord del Mozambico) fino a Città del Capo e alla rotta commerciale più importante del continente.
Chi controlla il Capo controlla il commercio del Mondo, ora come allora.

 

L’Africa di Xi Jinping

Oggi giorno l’influenza cinese si concretizza in investimenti e finanziamenti che stanno portando allo sviluppo di infrastrutture in numerosi Stati africani e che hanno come obiettivo dichiarato quello di migliorare l’economia e ridurre la povertà nel continente. I flussi finanziari nel continente africano sono incentivati nell’ottica della Belt Road Initiative, un piano di sviluppo globale promosso dal presidente Xi Jinping e che vede l’Africa come sbocco ideale delle iniziative imprenditoriali cinesi.

Molti analisti e governi occidentali sottolineano tuttavia come la Cina stia finanziando le infrastrutture africane puntando in prevalenza alle risorse naturali, di cui il continente è ricchissimo. La Cina viene definita come potenza “Neo-Colonialista” e viene accusata di sfruttare i Paesi africani per l’ottenimento di petrolio, ferro, rame e zinco, fondamentali per alimentare la crescita economica cinese, sia a livello interno che internazionale.

Dall’altro lato invece, i sostenitori vedono il coinvolgimento cinese in Africa da un punto di vista decisamente positivo: la Cina costruisce e migliora infrastrutture, strade, ferrovie, sistemi di telecomunicazione, grazie ai quali i governi africani possono innescare e alimentare lo sviluppo economico, migliorare le condizioni di vita della popolazione, l’educazione, il sistema sanitario e molto altro.

L’intervento cinese ha coinvolto non solo nazioni ricche di risorse naturali, quali la Nigeria e il Sud Africa, ma anche Paesi che da questo punto di vista hanno meno da offrire, come Etiopia, Kenya e Uganda. Inoltre, gli investimenti cinesi in Africa non riguardano solamente le grandi società e gruppi a partecipazione statale per lo sfruttamento delle risorse naturali, ma vedono coinvolte anche innumerevoli piccole e medie imprese e imprenditori, che vedono il continente africano come un mercato pieno di opportunità da sviluppare

Il maggior coinvolgimento nello sviluppo africano ha permesso alla Cina di Xi Jinping di accrescere significativamente la propria presenza a livello globale e di estendere l’influenza geo-politica. In un continente nel quale molti Paesi occidentali vedono principalmente problemi, quali instabilità politica, migrazioni e terrorismo, la Cina vede enormi opportunità per le proprie società e imprenditori.

Sempre in Africa, nella piccola Repubblica di Gibuti, vi è inoltre la prima base militare cinese all’estero, operativa dal luglio 2017, utilizzata come supporto per le missioni umanitarie e di peace – keeping.

Diverse ricerche inoltre mostrano che l’intervento economico cinese è ben accolto dai Paesi africani, che vedono nella Cina un partner commerciale e strategico con cui confrontarsi. Nel 2017 un sondaggio ha evidenziato un’elevata fiducia verso il presidente Xi da parte di molti paesi dell’Africa sub-sahariana: in Tanzania il 66% dei rispondenti ha una valutazione positiva di Xi Jinping (a fronte di un 13% che non si è espresso e un 21% che invece ha espresso poca fiducia); in altri Paesi, la percentuale media degli intervistati che hanno dato un parere positivo verso Xi è stato pari al 49%, mentre solo il 23% ha espresso poca convinzione. Questi dati mostrano decisamente una situazione diversa in Europa, nel quale in media solamente il 19% degli intervistati ha dato fiducia nel presidente Xi, mentre il 61% ha dato un parere opposto.

Il sempre più intenso rapporto tra Cina e i Paesi africani è rafforzato dalle visite del presidente Xi Jinping in Africa (come ad esempio il viaggio in Senegal, Rwanda, Mauritius e Sud Africa nel 2018) e meeting ufficiali di alto livello come il FOCAC (Forum sulla Cooperazione Sino – Africana), la cui prima edizione risale al 2000 e il cui obiettivo è intensificare la cooperazione economica e politica, gli scambi culturali, la sicurezza e la stabilità dei Paesi.

I rapporti tra Cina e stati africani sono evidenti anche dal riconoscimento della Repubblica Popolare come l’unica Cina dalla quasi totalità dei Paesi del continente: il Sud Africa ha riconosciuto la Repubblica Popolare Cinese nel 1998, seguita da Liberia (2003), Malawi (2008), Gambia (2013) e Burkina Faso (2018). Attualmente l’unico stato africano a non riconoscere la Repubblica Popolare Cinese è Eswatini (ex Swaziland), che mantiene i rapporti diplomatici con Taiwan dal 1968.

L’influenza cinese è destinata a crescere nei prossimi anni, ma già al momento, i numeri della Cina di Xi Jinping in Africa, in base ad un analisi di McKinsey al 2018, sono impressionanti e rendono chiaro il coinvolgimento di risorse e mezzi avviato:

  • Circa 3.000 progetti infrastrutturali finanziati.
  • Oltre 86 miliardi USD in prestiti commerciali ai governi africani tra il 2000 e il 2014, una media di circa 6 miliardi USD all’anno.
  • Oltre 200 miliardi USD di scambi commerciali in entrambe le direzioni.
  • Oltre 10.000 società cinesi operanti in Africa, di cui il 90% senza alcuna partecipazione statale.
  • Oltre 300,000 nuovi posti di lavoro creati per lavoratori africani.

Nonostante le migliaia di chilometri di distanza, le differenze culturali, politiche e religiose, Pechino ha mostrato negli anni il proprio interesse verso il continente africano, cogliendo gli spazi lasciati da Stati Uniti e Paesi Europei.

L’Africa avrà il più grande sviluppo demografico al mondo entro il 2050 e la Cina ha studiato in modo attento la crescita del continente coltivando negli anni relazioni diplomatiche ed economiche. Al Forum di cooperazione China-Africa del 2018 Xi Jinping ha annunciato che la Cina garantirà ulteriori 60 miliardi di dollari per finanziare progetti in Africa.

La Cina sta lanciando l’Africa come il prossimo miracolo economico. In appena un quarto di un secolo, il PIL della Cina si è triplicato e 750 milioni di persone sono uscite dalla condizione di povertà. La più grande crescita mai realizzata in cosi breve periodo nella storia. La Cina è passata dall’essere più povera di Kenya, Lesotho e Nigeria a rivaleggiare con gli Stati Uniti per il titolo di prima economia.

“Il modello cinese si propone come leader tra le economie emergenti e di frontiera, simbolo dello sviluppo del Sud alla conquista di un nuovo ruolo nel mondo”

articolo a cura di:

Luigi Wang

Luigi Wang

Finance Manager presso RSA-Tax: www.rsa-tax.com

Luca Zanni
Luca Zanni

Ricercatore, esperto di geopolitica e storia delle relazioni internazionali

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