Negli ultimi cinque anni, il Vietnam è stato tra i primi paesi emergenti per gli investitori stranieri. Come a Pechino, Hanoi ha sostituito negli anni la stagnazione del sistema sovietico al boom economico coordinato dalle riforme del partito e dei leader di governo.

I principali gruppi multinazionali americani e giapponesi hanno spostato negli anni le proprie produzioni dal Sud della Cina al Vietnam, spinti dalla manodopera a basso costo di una nazione di quasi 90 milioni di persone. La migrazione dalla Cina meridionale, dove i salari sono tre volte superiori, ha toccato decine di aziende coreane e taiwanesi, che hanno spostato produzioni di ogni tipo, dai mobili all’abbigliamento (nel 2010, il Vietnam è stato il principale paese produttore di calzature per la Nike). Allo stesso tempo, con una delle classi medie a più rapida crescita in Asia, il Vietnam ha attirato un numero sempre maggiore di marchi internazionali che puntano a trarre profitto dalla domanda interna in aumento nel Paese. Ma le Bentley e le borse di Louis Vuitton messe in mostra nel centro di Hanoi e Ho Chi Minh City, oltre a dare evidenza del successo economico, mostrano anche i profondi squilibri che rimangono nel Paese.

L’attenzione del governo a spingere la crescita a scapito della stabilità economica ha causato una disuguaglianza crescente che ha portato l’inflazione alle stelle, una mancanza di fiducia nella valuta locale ed il timore di una crisi del sistema bancario.
Le tensioni interne, insieme alla crisi globale, hanno spinto molti investitori a rivedere le prospettive del Paese. Problemi quali la corruzione, scarso livello di istruzione e lacune infrastrutturali sono tornati ad essere valutati come elementi critici, dopo gli anni di forte crescita che hanno attirato un grande numero di investitori esteri.

E con l’inflazione che spinge stipendi e salari più in alto degli standard qualitativi e di manualita’ dei lavoratori locali sorgono nuovi interrogativi e maggior diffidenza. Per molti analisti, il Vietnam e’ la cartina di tornasole per valutare come le economie emergenti dell’Asia orientale reagiscano ai diversi temi socio-economici. La Banca Asiatica di sviluppo ha avvertito che la crescita della Regione non e’ preordinata e che le nazioni come il Vietnam, così come la Cina, dovranno intraprendere difficili scelte politiche. Il governo vietnamita sta cercando di tamponare l’emorragia interna con rimedi troppo deboli secondo alcuni e vi e’ il rischio di perder il forte appeal sugli investitori internazionali.

La domanda principale è se i regimi autoritari siano in grado di sviluppare economie ad alto reddito, sostenendo un sistema politico che riduce il dibattito pubblico e non riesce a promuovere le istituzioni indipendenti necessarie a combattere la corruzione e le spese statali inutili.
Il grande potenziale del paese come leader nel settore manufatturiero in Asia orientale può essere visto nella storia del parco industriale Thang Long, costruito su risaie fuori Hanoi dal gruppo giapponese Sumitomo e dal socio vietnamita a proprieta’ statale. Inaugurato nel 2000, ha rapidamente attirato decine di aziende giapponesi desiderose di avere lavoro a buon mercato e sviluppare una base di produzione alternativa alla Cina. Il parco industriale e’ stato interamente occupato gia’ nel 2009, con 55.000 persone impiegate per 95 aziende per lo più giapponesi: assemblaggio per stampanti Canon, Panasonic e frigoriferi per le apparecchiature alari per il Boeing 737. Ma l’inflazione crescente, oggi più del 20 per cento di anno in anno, sta incidendo significativamente nel parco industriale Thang Long e nelle altre aree industriali in tutto il Vietnam. Almeno 10 dei maggiori produttori del parco sono stati colpiti da scioperi attuati dai lavoratori migranti che lottano per sopravvivere con salari più bassi di 2m dong (96 dollari) al mese.
Le aziende che operano sui margini sottili sono riluttanti ad aumentare i salari e fanno fatica a trovare lavoratori. Canon offre incentivi come ad esempio 5 kg di riso al mese e un alloggio economico.
Questo è in aggiunta al salario mensile di 2,9 milioni di dong e due aumenti di stipendio l’anno.

Il prodotto interno lordo, e’ variato dal precedente dato di 8,1% medio degli anni dal 2003 al 2007, e si prevede possa rallentare al 6% nei cinque anni al 2012, secondo la Banca Mondiale.
Il difficile quadro economico globale non fa che aumentare i problemi di un paese fortemente dipendente dall’esportazione di capi di abbigliamento, scarpe e prodotti di base come riso e caffè.
L’alto livello di inflazione ha anche minato la fiducia nel dong, che è ancorato al dollaro ed è stato regolarmente svalutato negli ultimi anni per allentare la pressione sulle riserve limitate del governo in valuta estera.
Il punto di svolta per il Vietnam sarà legato alle capacita’ del governo di riformare in modo significativo il costoso impianto di imprese statali che dominano e frenano l’economia del Paese. Investire nella qualità dell’istruzione e delle infrastrutture e tagliare le inefficienze della spesa pubblica puo’ dare al paese l’opportunita’ di diventare una nuova tigre asiatica, come la Corea del Sud o Taiwan anziché una meteora tra i paesi minori del Sud est asiatico.

Lorenzo Riccardi – Dottore commercialista, Shanghai
lr@rsa-tax.com – RsA Asia

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