Vittoria di Ange Lee al Festival di Venezia, il parere del giurato.

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VENEZIA: Corriere Asia ha voluto intervistare in esclusiva uno dei giurati al festival, il giovane produttore cinematografico Simone Morandi: dalla sua voce non solo la percezione diretta dell’atmosfera del festival, ma anche lo sguardo progettuale di chi vede nell’Asia un terreno d’incontro per il business di settore.

Simone Morandi – produttore cinematografico e avvocato specializzato nel diritto d’autore e dello spettacolo, fonda nel 2005 la Fourlab, società di produzione e distribuzione cinematografica e televisiva.

Nel solo 2007 con Fourlab acquista più di trenta film a tematica LGBT inediti e in esclusiva per l’Italia (tra cui successi internazionali come “Latter Days” e “Another Gay Movie”) che vengono trasmessi e replicati con grande successo sul canale satellitare SkyShow per il ciclo “Funny and Gay”.

L’impegno nella distribuzione prosegue con l’acquisto di nuovi titoli e la creazione dell’etichetta home-video OutLoud!, che verrà lanciata ufficialmente nei primi mesi del 2008.

Paolo Cacciato: Allora Simone, un commento a caldo da chi questa 64esima edizione del festival l’ha vissuta dall’interno, fra le fila dei giurati. Puoi spiegarci in quale delle sezioni in concorso hai assistito?

Simone Morandi: La 64esima Mostra del Cinema, già dal suo ricco ed eterogeneo programma, si annunciava come la più importante ed imponente edizione, almeno degli ultimi dieci anni, in cui spesso ha sofferto bruschi cambi di direzione. La direzione di Marco Muller ha saputo mantenere le promesse ed il festival ha rivelato la sua vera natura: una vetrina in cui il mondo possa proporre i propri linguaggi, esaltare le diversità, approfondire le sfumature, attraverso lo strumento di indagine più affascinante della nostra contemporaneità: il cinema.

In questa edizione della mostra, si è in oltre inaugurato un premio, a mio avviso, estremamente importante ed innovativo: il Queer Lion, di cui ero membro della giuria, insieme ad Andrea Occhipinti (Lucky Red), Delia Vaccarello (L’Unità), Sandro Avanzo (RadioPopolare) e Vincenzo Patanè (giornalista e critico cinematografico).

P.C.: Era una vittoria inaspettata quella di Ang Lee, ma la tradizione veneziana, come spesso è accaduto in passato, ci ha già abituati a colpi di scena simili. Cosa ne pensi del film vincitore del Leone d’Oro?

S.M.: Non credo si tratti di una sorpresa, il cinema di Ang Lee, così versatile e “contraddittorio”, è probabilmente quello che meglio riassume lo spirito della mostra, soprattutto nelle edizioni di Muller: teso ad esaltare i contrasti e le contraddizioni del cinema contemporaneo, unendo in una stessa sezione di concorso le grandi produzioni hollywodiane alle realtà indipendenti, il regista esordiente al maestro… Quest’ultimo film di Ang Lee è straordinario sia per l’assoluto rigore stilistico, per cui ha ricevuto un’osella alla miglior fotografia, che per la sua capacità di suggerire emozioni forti nello spettatore, coinvolgendolo in atmosfere davvero indimenticabili.

P.C.: Da indiscrezioni iniziali si parlava già di un festival all’insegna dell’Asia e vi erano tutti i presupposti strutturali per pensarlo: un direttore come Marco Muller, storicamente “sensibile” al dialogo con la produzione cinematografica proveniente dall’East Asia, un presidente di giuria del calibro di Zhang Yimou aggiunto ad un numero considerevole di film asiatici in concorso e la presenza di molteplici star d’oriente. Non vi è stata fin dall’inizio la sensazione che un riconoscimento di alto livello per la produzione made in Asia, in questo caso riconoscibile egregiamente nella figura di Ang Lee, fosse doverosa? Non credi che questo possa aver in qualche modo influenzato la scelta nella assegnazione del premio?

S.M.: Direi di no. Il cinema Asiatico è così presente alla mostra perché più di altri esplora le esperienze artistiche e civili dell’umanità. E’ un cinema costantemente in evoluzione, che non ha paura della censura, la combatte, affrontando le vicende interne al proprio paese in maniera universale, vicina agli spettatori del resto del mondo. E’ probabilmente il cinema più vivo ed in fermento.

P.C.: Hai qualche aneddoto da raccontarci a tal proposito emerso fra le fila degli addetti ai lavori? Hai notato qualcosa di “diverso” rispetto alle edizioni precedenti?

S.M.: La curiosità e l’attenzione era rivolta ad ogni film nella stessa misura, non ho notato nulla di particolare e questo lo conferma un palmares estremamente eterogeneo.

Anche quest’anno la presenza di star internazionali alla Mostra è stata massiccia e continua.

Inoltre, ho notato che critica e pubblico sin dalla prima proiezione sono stati concordi nel ritenere che la più bella ed interessante sorpresa fosse il film “La graine et le mulet” di Abdel Kechiche (vincitore del Premio Speciale della Giuria ex aequo insieme ad “I’m not there” di Todd Haynes). A mio avviso si tratta di un film fenomenale, assolutamente imperdibile.

P.C.: Da molte parti si comincia a sentir dire che il Festival del Cinema di Venezia, pur mantenendo un ruolo di spicco sulla scena internazionale per quanto riguarda prestigio e riconoscimento valoriale ai registi e ai film in concorso, stia, al di là del piacevolissimo andirivieni di celebrità e star del cinema da tutto il mondo, perdendo alcuni punti nell’efficacia della propria business proficiency e nella possibilità di un approccio imprenditoriale più concreto legato al mondo del cinema.

Un giudizio da chi, come te, fa del cinema il proprio lavoro ed il proprio business oltre che una grande passione personale.

S.M.: Io credo che negli anni la tradizione culturale di Venezia resti insuperabile. E’ il festival più antico, a cui si sono ispirati e continuano ad ispirarsi gli altri festival del mondo.

P.C.: Parlando poi da imprenditore, oltre che da esperto e appassionato di cinema, hai notato negli ultimi tempi un’attenzione nuova da parte del mercato italiano nei confronti del cinema asiatico in generale?

S.M.: Assolutamente sì, il mercato italiano è sempre più attento alla cinematografia asiatica, lo confermano i recenti successi di film come Still Life di Jia Zhangke, i film di animazione di Hayao Miazaki, le pellicole di Kim Ki Duk, regista ormai noto anche al grande pubblico.

P.C.: Fino ad oggi la tua azienda si è sempre mantenuta su standard di produzioni televisive e cinematografiche “nostrane” o comunque lontane dal “Made in Asia”. La tendenza del crescente successo e la rinnovata popolarità di produzioni orientali sul panorama cinematografico italiano e mondiale hanno in qualche modo convogliato l’interesse tuo e della tua azienda verso un progetto d’investimento in questo settore? Hai qualche anticipazione da fornirci senza entrare nel dettaglio ovviamente.

S.M.: E’ molto difficile rispondere in maniera “scientifica”…. Personalmente mi sono sempre fidato molto dell’intuito. Così è nato lo scorso anno il progetto di distribuzione di film inediti a tematica omosessuale. Mi sembrava che in Italia ci fosse un forte potenziale di domanda da parte del pubblico, e che i film offerti dalla televisione fossero troppo pochi ed proposti in modo frammentato, per lo più da piccolissime realtà. L’incontro con Sky e la programmazione su Sky Show di “Funny and Gay”, un ciclo durato oltre 9 mesi con ben 29 film inediti programmati e replicati con grandissimo successo, mi ha confermato che l’intuizione era buona.

Credo che al cinema asiatico manchi ancora “l’incontro” con il grande pubblico (fatte salve le dovute eccezioni), ma credo che ci sia una forte curiosità verso questo immaginario così eterogeneo e ricco.

Mi piacerebbe molto tentare un esperimento simile a “Funny and Gay”, cercando di portare in televisione anche film asiatici con un’aspirazione “commerciale” più forte (senza alcuna connotazione negativa). Credo che questo tipo di sfida sia favorita dalla televisione satellitare, che offre una “finestra” più completa e più orientata al pluralismo.

P.C.: Quali pensi possano essere le difficoltà maggiori per chi inizia ad approcciarsi a questa realtà e di quali servizi avrebbe principalmente bisogno per prendere contatto cosciente e soprattutto proficuo con la realtà asiatica di riferimento? Non credi che per avvicinarsi a questo settore servano competenze specifiche o figure di mediazione ad hoc?

S.M.: Le difficoltà sono notevoli, sia in termini di accesso alle fonti, sia in termini di reperimento di sbocchi distributivi in Italia e di reperimento delle risorse.

Per quanto riguarda il primo aspetto, è sicuramente fondamentale un primo approccio a festival asiatici e a mercati dell’audiovisivo (primo fra tutti il mercato di Hong Kong).

Una strategia distributiva forte non può che ispirarsi alle fonti primarie, proprio perché i film che vediamo nei festival occidentali non specializzati costituiscono un campione sicuramente rappresentativo ma forse un po’ troppo ristretto. Non bisogna dimenticare inoltre che la logica che presiede la selezione dei film in un festival non sempre coincide (ed è giusto che sia così) con la logica che dovrebbe orientare la distribuzione commerciale.

In questi casi l’accesso diretto alle fonti è essenziale, così com’è essenziale costituire rapporti personali diretti con produttori e distributori.

Per orientarsi in una realtà così complessa ed eterogenea credo che sia indispensabile uno stretto rapporto di collaborazione con chi questo mondo lo “frequenta” e conosce da più tempo ed in maniera più approfondita.

Per quanto riguarda la “conquista” degli sbocchi distributivi, siano essi televisivi o home-video, credo che la selezione di più film legati da un tema comune e la proposta di una “collezione” riesca a dare un valore aggiunto al potenziale commerciale di ciascuno dei singoli film. Questa logica ha dato ottimi risultati con “Funny and Gay”. Se declinata in maniera intelligente anche su uno o più cicli di film legati da un forte tema comune, credo che questo tipo di “proposta” possa funzionare bene anche con il cinema asiatico.

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