La storia del Giappone

Secondo le leggende tradizionali, l’Impero giapponese sarebbe stato fondato nel 660 a.C. dall’imperatore Jimmu Tenno, discendente dalla dea Amaterasu. In realtà, non si trova menzione di un vero e proprio Stato nel territorio dell’arcipelago in un periodo anteriore ai primi secoli dell’era volgare. Gli archeologi non hanno finora scoperto alcuna traccia evidente dell’esistenza di una civiltà paleolitica nell’arcipelago, ma sono d’accordo nel riconoscere due culture neolitiche, la più recente delle quali si collocherebbe intorno agli inizi dell’era volgare. Il periodo compreso tra gli inizi del 2°secolo d.C. e la metà del 5°, interessa la metà meridionale dell’arcipelago: i grandi progressi compiuti in queste regioni, specialmente nell’uso dei metalli, sono la conseguenza dei contatti sempre più frequenti con la Cina. Nei testi cinesi si trova per la prima volta menzione dell’esistenza di una confederazione di "regni" abitati da un popolo intelligente, bellicoso e organizzato in clan a struttura gerarchica. Alcuni clan si erano stabiliti nella parte settentrionale di Kyushu, altri sulle coste del mare interno: uno di questi ultimi, che agli inizi del V sec. dominava la regione di Yamato, elevò il suo capo alla dignità di Supremo Augusto Imperatore (Sumera no Mikoto) e iniziò a costruire nella pianura di Nara uno stato accentrato sul modello continentale (riforma di Taikwa, 646 d.C.)

L’influenza della cultura cinese: la storia del Giappone durante l’epoca Nara (710 – 794) e Heian (794 – 1185)

Conquistato il potere, il clan ‘imperiale’ è costretto a cercare al di fuori i principi politici e morali per giustificare la sua superiorità politica e le istituzioni che gli consentano di instaurare nell’arcipelago un’ amministrazione. A tale duplice scopo attinge ai classici confuciani e ai sutra (libri canonici) buddhisti; nello stesso tempo sono prese a modello le istituzioni cinesi. Durante sei secoli, periodo durante il quale viene introdotto il buddhismo, si compie nell’arcipelago una rivoluzione culturale, politica ed economica, che lo inserisce nella sfera di influenza cinese. Il capo del clan imperiale si convertì al buddismo assumendo il titolo cinese di imperatore (tenno): l’antica aristocrazia dei clan alleati al clan imperiale non rinnega la sua origine ‘divina’, e rafforza il suo potere sacrale attraverso i concetti di lealtà e di responsabilità derivanti dal confucianesimo cinese. L’epoca di Nara, così chiamata dal nome della prima capitale, Nara (costruita nel 710), è caratterizzata dall’assimilazione della cultura cinese (introduzione della scrittura ideografica, redazione di cronache nazionali – Nihongi – e di un codice di leggi – Taiho – , riforma agraria) e dalla preminenza dell’antico clan dei Fujiwara. Nel 794 con il trasferimento della capitale a Kyoto inizia per la storia del paese l’epoca di Heian (antico nome di Kyoto) che dura fino al 1185. Questo periodo è contrassegnato dalla graduale perdita di influenza del clan Fujiwara, i cui capi avevano esercitato dall’866 all’882 funzioni di reggenti; sul piano religioso si assiste alla trasformazione del buddhismo sempre più radicato nella vita nazionale. D’altra parte una nuova aristocrazia terriera inizia a condurre sotto il suo potere le terre che le leggi del 7° e dell’8° secolo, modellate su quelle cinesi, avevano distribuito tra numerosi piccoli coltivatori. La nuova classe aristocratica beneficiava di numerose esenzioni fiscali e aveva un carattere militare ben marcato: i suoi membri guerreggiavano continuamente tra di loro e con gli Ainu, che abitavano nella parte settentrionale di Honshu. Verso il 1150 restavano solo due grandi famiglie, i Taira e i Minamoto. I Taira estromettono i Fujiwara, dopo di che si scontrano con i Minamoto, dando inizio a un periodo di aspre lotte che costituirà l’età aurea della cavalleria giapponese: la battaglia navale di Dan-noura (1185) consacra il trionfo della casata dei Minamoto.

Il periodo delle dittature militari: le epoche Kamakura, Muromachi e Momoyama (1185 – 1600)

Dopo la vittoria sui Taira, Yoritomo, capo del clan Minamoto, si proclama (1192) shogun (generalissimo) creando così una nuova istituzione, lo shogunato, destinata a durare fino al 1867 segnando fortemente la storia del Giappone. Proclama capitale la città di Kamakura, 20 km a sud di Yokohama, e dopo aver ripartito le province tra i suoi compagni d’armi instaura una vera dittatura. Il sorgere di questo nuovo regime non provoca tuttavia la fine del regime imperiale e al contrario lo shogunato si incorpora nelle strutture preesistenti. L’imperatore, la sua corte, i suoi ministri continuarono a risiedere a Kyoto, ma non contando quasi nulla. Nell’epoca Kamakura (1192- 1333) si assiste ad un nuovo frazionamento del potere, questa volta a spese dello shogunato. Dopo la morte di Yoritomo (1199) i suoi vicari (shikken), del clan Hojo, eliminarono definitivamente i Minamoto, reclamando di esercitare il potere perché derivato direttamente da Yoritomo. Gli usurpatori Hojo conservano il potere per oltre un secolo (1200- 1333), un periodo tra i più prosperi della storia giapponese: grazie a Tokimune, il Giappone riesce a conservare la sua indipendenza minacciata da due tentativi di invasione mongola nel 1274 e nel 1281. Ma l’enorme sforzo finanziario compiuto nel corso della guerra contro i Mongoli, poiché si erano dovute fortificare le coste dell’arcipelago, rovinano le finanze shogunali, mentre i grandi daimyo (signori feudali) del Sud-Est iniziano a manifestare la volontà di rendersi indipendenti. La crisi è risolta nel 1338 da un uomo nuovo, Ashikaga Takauji, che si instaura a Kyoto e si proclama shogun, dando avvio al periodo detto Muromachi (1338-1573). Come già i Minamoto, gli Ashikaga si rivelano incapaci di dare un governo forte al Giappone, preda dei dissensi provocati dalla crescente potenza dei grandi daimyo e dei monasteri buddhisti che disponevano di veri eserciti. La loro autorità viene inoltre gravemente compromessa fin dagli inizi da uno scisma dinastico: Daigo II (Go- Daigo), il legittimo imperatore che aveva privato Takauji del potere, si rifugia nella fortezza di Yoshino, a sud di Kyoto, da dove poteva mantenere la sua influenza sulle grandi famiglie guerriere, mentre un imperatore rivale, tenuto sotto la stretta sorveglianza degli Ashikaga, teneva corte a Kyoto. Due altri fatti importanti caratterizzano questo periodo di storia Muromachi: da una parte, lo sviluppo di un ceto di mercanti all’ingrosso, di cambiavalute, di usurai, di trasportatori, che costituisce il primo nucleo di una borghesia urbana; dall’altra, i rapporti commerciali con il continente, interrotti dopo i primi fruttuosi contatti del 7° secolo, riprendono con vigore nei secoli 15° e 16°, mentre i primi Occidentali, commercianti e missionari portoghesi e spagnoli, iniziano a sbarcare sull’arcipelago a partire dal 1542. I Giapponesi accolgono in principio con molto favore il cristianesimo (agli inizi del 17° secolo si calcola che i cristiani fra la popolazione ammontassero a circa 300.000), come pure le armi da fuoco e la tecnica militare europee. Verso la metà del 16° secolo l’incapacità degli Ashikaga di governare era divenuta evidente; essi riuscirono a conservare il potere fino al 1573 soltanto perché nessuna personalità di particolare spicco era riuscita ancora a imporsi sui clan; ma nella seconda metà del 16°secolo tre guerrieri di modesta origine unificano il Giappone facendolo entrare in una nuova fase storica. Oda Nobunaga, che sottomette le province del centro, depone Yoshiaki, ultimo degli shogun Ashikaga (1573), e risana le rovine accumulatesi in un secolo di guerra civile. Toyotomi Hideyoshi, figlio di contadini, raggiunto il potere completa l’opera di Nobunaga, ma trascina l’esercito nipponico nella disastrosa avventura di Corea (1598). Un piccolo aristocratico di provincia, Iyeyasu, della famiglia Tokugawa, unifica definitivamente il Giappone, schiacciando i daimyo dissidenti nella battaglia di Sekigahara (1600) e che, proclamandosi shogun, fonda una casata destinata a governare il Giappone per due secoli e mezzo.

Lo shogunato autoritario e accentrato: epoca Tokugawa (1600 – 1868)

Hideyoshi aveva realizzato sul finire del 16°secolo l’unità dell’arcipelago. Tale unità, però, riposava solo sulla forza delle armi: fu Iyeyasu a renderla definitiva dandole un solido fondamento amministrativo e giuridico. Egli si fa conferire dall’imperatore il titolo ereditario di shogun (1603) e stabilisce la sede del suo governo a Yedo (l’odierna Tokyo). Conduce tutti i daimyo sotto il suo controllo attraverso una fitta rete di spie, costringendo i parenti prossimi dei daimyo a vivere alla sua corte quali ostaggi e gli stessi daimyo a risiedervi periodicamente. La stessa corte imperiale è sottoposta alla sorveglianza costante dei funzionari shogunali delegati a Kyoto. Per quanto riguarda la politica estera, Iyeyasu e i suoi successori fecero di tutto per isolare il Giappone dal resto del mondo. Dal 1624 decreti di espulsione vengono emanati contro gli stranieri e solo a pochi mercanti cinesi e olandesi confinati nell’isola di Deshima, in prossimità di Nagasaki, viene consentito commerciare dopo il 1640, attraverso funzionari shogunali in veste di intermediari. E’ vietato ai Giapponesi di espatriare, pena la morte (1633), e il tonnellaggio delle navi mercantili viene limitato, così da rendere impossibile la navigazione oceanica (1637). Naturalmente i primi a soffrire di questa politica di isolamento sono i missionari e gli indigeni convertiti. Nel 1637 scoppia nella penisola di Shimabara una rivolta tra la popolazione giapponese convertita al cristianesimo, che termina con lo sterminio di 37.000 insorti. Da questo momento il cristianesimo cessa di esistere in Giappone come religione organizzata. La storia del Giappone durante l’epoca Tokugawa, culminata nel periodo Genroku (1687-1709), è caratterizzata dalla rapida ascesa della borghesia cittadina, mentre comincia a diminuire in proporzione l’influenza della vecchia casta dirigente dei daimyo, legata a un’economia agricola. La situazione dei contadini, che costituivano la principale classe produttiva, resta per tutto questo periodo, critica e lo stesso shogun deve ripetutamente intervenire per domare talune rivolte nelle campagne. Nel corso del 19°secolo la storia del paese si muove verso la trasformazione del Giappone in uno Stato moderno, cominciando con l’abolizione del dualismo imperatore-shogun. Dal 18°secolo si era formato intorno ai potenti capi dei clan meridionali e occidentali un movimento di opinione favorevole alla restaurazione dell’autorità imperiale, e questi capi, d’altra parte, manifestavano un costante interesse per le arti e la tecnologia occidentali. A partire dal 1825 le potenze occidentali iniziano ad esercitare sul Giappone la loro crescente pressione: chiedono in particolare un trattamento umano per i loro naufraghi, la concessione di stazioni carbonifere nei porti giapponesi e la libertà di operare sul suolo dell’arcipelago per i loro mercanti e per i loro missionari. La prima mossa in questo senso si ha nel 1853, quando il comandante americano Matthew Perry, violando i divieti, entra con le sue navi nella baia di Yedo (Tokyo) e l’anno successivo impone al governo dello shogun una convenzione relativa ai naufraghi e l’apertura di due porti per il rifornimento delle navi americane. Nel 1856 giunge a Yedo il primo ambasciatore americano, Townsend Harris, che ottiene la firma di un trattato commerciale (29 luglio 1858) sul quale vengono modellati nei mesi seguenti analoghi trattati stipulati da Olandesi, Russi, Inglesi e Francesi. Tali trattati aprono il Giappone alle relazioni politiche, culturali e commerciali con l’Occidente, e provocano un’immediata reazione da parte dei nemici del regime shogunale. Questi si abbandonano, nel nome dell’imperatore, a una serie di atti di violenza contro i residenti stranieri (dodici dei quali vengono assassinati tra il 1859 e il 1862), e nel 1863 bombardano le loro navi a Shimonoseki, il che provocherà rappresaglie immediate da parte delle potenze. Di fronte ai mezzi militari degli Occidentali, l’impotenza del governo shogunale diviene palese agli occhi dei suoi stessi seguaci: il 9 novembre 1867 Yoshinobu, ultimo degli shogun Tokugawa, si piega senza tentar di resistere rimettendo tutti i poteri all’imperatore Mutsuhito (Meiji) che ha appena quindici anni.

L’era Meiji ( 1868 – 1912 )

L’inizio dell’era Meiji è contrassegnato da due avvenimenti importanti: 1. il trasferimento dell’imperatore nell’antica capitale shogunale di Yedo ribattezzata in quell’occasione Tokyo (‘capitale dell’Est’, per distinguerla da Kyoto, l’antica capitale imperiale); 2. l’emanazione di un rescritto imperiale (6 aprile 1868) che preannuncia l’abolizione del feudalesimo, la modernizzazione economica e amministrativa del paese e la creazione di assemblee consultive destinate a rappresentare la pubblica opinione. Nella realtà, la modernizzazione economica del Giappone, incredibilmente rapida, provoca il sacrificio inevitabile delle istituzioni liberali preannunciate con questo rescritto. E’ un gruppo relativamente ristretto di uomini energici – giovani samurai, nobili della corte di Kyoto, ex funzionari shogunali – già esperti nell’esercizio del potere e penetrati del sentimento della grandezza nazionale, a prendere in mano i destini del Giappone dopo il 1868, esercitando sullo svolgersi degli eventi un’influenza certamente molto maggiore di quella dello stesso imperatore Mutsuhito (Meiji). Tra il 1869 e il 1878 i riformatori Kido, Okubo, Goto e Iwakura impongono una svolta alla storia del paese, abolendo due istituzioni caratteristiche del Giappone feudale: il governo provinciale dei daimyo e la suddivisione della società in classi rigidamente distinte. Le prime vittime di questi provvedimenti sono i samurai, che vengono così privati dei loro mezzi di sostentamento. Nel febbraio 1877 il malcontento dei samurai scoppia nella rivolta di Satsuma, guidata da Saigo Takamori, un riformatore ‘pentito’. Ci vogliono otto mesi di lotta per domare la rivolta, ma alla fine la vittoria del nuovo esercito nazionale, reclutato per mezzo della coscrizione, ha un enorme effetto in tutto il Giappone fornendo la prova della totale supremazia del governo centrale. In politica interna il Giappone segue l’esempio dell’occidente dandosi una costituzione (11 febbraio 1889), ed eleggendo l’anno seguente una dieta; ma l’adozione di un sistema parlamentare è lungi dal produrre istituzioni veramente liberali e lo Stato giapponese resta una monarchia assoluta, appoggiata ad un’alta burocrazia i cui quadri sino per lo più costituiti da ex samurai acquisiti ai programmi di riforma. La modernizzazione economica è invece straordinariamente rapida; in dieci anni (1870-1880) le associazioni di mercanti e banchieri note con il nome di zaibatsu realizzano la concentrazione del capitale, procedono all’elettrificazione dell’arcipelago e lo dotano di una rete ferroviaria, mentre vengono edificate le grandi industrie metallurgiche, tessili e minerarie. Occorre aggiungere che, scopo principale della creazione di queste industrie, è quello di fornire al più presto all’esercito e alla marina giapponesi i mezzi per resistere a qualsiasi aggressore anche occidentale. I beni di consumo correnti continuano invece a essere prodotti con i sistemi artigianali tradizionali.

L’espansione giapponese: la storia del Giappone tra il 1890 e il 1945 

In politica estera il primo obiettivo dei capi dell’era Meiji è quello di ottenere l’uguaglianza sul piano diplomatico con gli stranieri e l’abolizione dei trattati firmati dai Tokugawa dopo il 1853. Ottenuto il riconoscimento de facto della parità con le potenze occidentali, il Giappone intraprende la sua espansione territoriale a spese dei paesi sottosviluppati dell’Asia orientale. Gli intrighi giapponesi in Corea provocano nel 1894 una guerra con la Cina, che dimostra in modo impressionante la superiorità dell’esercito e della marina nipponica. Dopo una serie di rapide vittorie, con il trattato di Shimonoseki (1895) il Giappone ottiene dalla Cina l’isola di Formosa, le Pescadores e l’affitto della penisola del Liao-tung. L’intervento delle potenze europee (esclusa l’Inghilterra) impedisce al Giappone di assicurarsi quest’ultima concessione a beneficio della Russia. Più tardi il Giappone interviene a fianco degli Occidentali nella guerra dei Boxers (1900) e conclude nel 1902 un trattato di alleanza con l’Inghilterra che gli assicura libertà d’azione in Manciuria. Nel 1904 il governo nipponico, preoccupato dell’espansione russa in Asia (Corea e Manciuria), provoca lo scoppio della guerra russo- giapponese, nella quale, in diciotto mesi di lotta, la Russia, dopo gravi scacchi in Manciuria (Mukden), è costretta a capitolare a Port Arthur, mentre poco più tardi a Tsushima la sua flotta viene annientata dall’ammiraglio Togo. Di conseguenza il governo zarista deve firmare il trattato di Portsmouth, negli Stati Uniti (settembre 1905). Il Giappone ottiene il protettorato su Manciuria e Corea (quest’ultimo paese è posto sotto protettorato nel 1907 e annesso all’Impero giapponese nel 1910). Nel 1912, alla morte di Mutsuhito, l’era Meiji ufficialmente è chiusa, ma non certo quella dell’espansione nipponica che continua anche con il successivo imperatore Yoshihito (1912-1926), il cui regno viene detto ‘era Taisho’. Quando, nel 1914 scoppia la prima guerra mondiale, il governo di Tokyo decide di schierarsi a fianco degli Alleati con l’obiettivo immediato di impadronirsi dei possedimenti tedeschi in Cina e nel Pacifico. Il 7 novembre 1914 i fucilieri di marina giapponesi penetrano nella baia navale di Tsingtao dopo un assedio durato due mesi, mentre le forze navali nipponiche si erano impadronite già in ottobre delle isole tedesche del Pacifico a nord dell’equatore: le Caroline, le Marshall, le Marianne. Nel novembre 1914 il Giappone ha terminato le operazioni militari ma, approfittando del momento favorevole (l’attenzione degli Occidentali era concentrata sul fronte europeo), apre un’offensiva diplomatica contro la Cina: il 18 gennaio 1915 il ministro giapponese a Pechino consegna a Yüan Shih-k’ai una lunga lista di richieste, note come le ‘ventuno domande’, il cui accoglimento avrebbe posto lo Stato cinese in una posizione di vassallaggio. Alla conferenza di Versailles (1919) la politica del Giappone mira a ottenere conferma dei suoi diritti in Cina sullo Shan- tung e sugli ex possedimenti tedeschi del Pacifico. La guerra ha impresso uno sviluppo senza precedenti all’industria e al commercio giapponesi: nel 1919 il Giappone è una delle cinque grandi potenze mondiali. Sul piano della politica interna, la conseguenza immediata dello sviluppo economico e territoriale del Giappone è, con la costituzione del governo Hara (1918), una decisa sterzata in senso liberale: alla conferenza di Washington del 1922 i Giapponesi acconsentono a ritirare le loro truppe dallo Shandong e dalla Siberia (dove erano intervenuti in funzione antibolscevica nel 1918) e a ridurre i loro armamenti navali. Ma la politica conciliante dei liberali susciterà l’ostilità di alcuni membri conservatori del Consiglio imperiale che insistevano perché il Giappone continuasse la sua politica di espansione territoriale sul continente cinese. Questi elementi aggressivi ed estremisti hanno però un peso decisivo, e riescono a imporre la loro volontà all’imperatore stesso che, dal 1926, è il giovane Hirohito, succeduto sul trono a Yoshihito dopo cinque anni di reggenza (l’era di Hirohito è detta "Showa tenno"). Mentre si susseguono una serie di governi deboli e di effimera durata (Kato, 1922 e 1924; Tanaka, 1927-1929; Hamaguchi, 1929-1931), nel 1931 un raggruppamento di estrema destra, la cosiddetta ‘fazione della Manciuria’, provoca nella regione della ferrovia sudmancese (di proprietà del Giappone) una serie di incidenti atti a giustificare un intervento militare del governo di Tokyo. Nel marzo 1932 la Manciuria è proclamata Stato indipendente con il nome di Man-chu- kuo: in realtà, è diventata una colonia giapponese sottoposta all’esclusivo controllo dell’esercito, mentre i gruppi finanziari (zaibatsu) colgono l’occasione loro offerta di sfruttare le possibilità economiche di questo vasto territorio. Dal 1932 i sostenitori dell’espansione militare inaugurano, con l’assassinio del primo ministro Inukai (maggio 1932), una serie di attentati contro le personalità giudicate troppo liberali, usando tutta la loro influenza sul governo di Tokyo per costringerlo a impegnarsi di più in Cina. Un primo intervento militare si verifica a Shanghai (gennaio-febbraio 1932), con il pretesto del boicottaggio dei prodotti giapponesi adottato dopo l’occupazione della Manciuria. Nel febbraio 1936 si verificano un colpo di Stato e un nuovo putsch militare, al quale sfugge miracolosamente il primo ministro Okada (1934-1936), mentre il precedente primo ministro Saito (1932-1934) è ucciso. L’intervento massiccio in Cina, sostenuto dal nuovo primo ministro Hirota (1936-1937), si attua nel luglio 1937, allorché il Giappone decide di affrontare una guerra aperta con la vicina repubblica dopo cinque anni di ostilità di fatto. Questa nuova aggressione provoca una grave tensione tra Tokyo e Washington. A Hirota è nel frattempo (dal gennaio 1937) succeduto il principe Konoye, durante il quale si alternano periodi di distensione e di irrigidimento.

Ma l’inizio della seconda guerra mondiale apre ai Giapponesi prospettive più ampie. L’adesione del Giappone al patto tripartito (1940), decisa dopo molte esitazioni da Konoye, e la sua richiesta di basi militari in Indocina (1940-1941), non potevano non preludere, presto o tardi, a un’entrata nel conflitto a fianco della Germania e dell’Italia: in questa prospettiva il ministro degli esteri Matsuoka s’illude di potere assicurare la neutralità dell’URSS firmando un trattato con il ministro sovietico Molotov. Le trattative con gli Stati Uniti non approdano a nulla, e questo comporta le dimissioni del Primo Ministro Konoye e la successione del generale Tojo (ottobre 1941), il rappresentante del partito della guerra e fautore della ‘maniera forte’. Il 7 dicembre 1941, senza dichiarazione di guerra, le forze aeree della marina giapponese attaccano la base americana di Pearl Harbor, mentre la marina giapponese si assicura il possesso dell’isola di Guam, di Wake e dell’arcipelago delle Aleutine. Contemporaneamente vengono effettuati sbarchi a Hong Kong, nelle Filippine e nella penisola di Malacca. In meno di quattro mesi il Giappone si assicura un impero coloniale di 8 milioni di chilometri quadrati con 450 milioni di abitanti. La solidità delle conquiste nipponiche dipendeva, tuttavia, dal dominio dei mari, essendo le forze giapponesi disperse su teatri di operazione lontani dall’arcipelago e uniti tra loro soltanto dal mare. Così, mentre tutte le Indie Olandesi passavano sotto il controllo di Tokyo, e la stessa Australia pareva minacciata, insieme con l’India (una parte della Nuova Guinea e della Birmania erano infatti state occupate), con la battaglia navale del mar dei Coralli (4-8 maggio 1942), il Giappone subisce la prima sconfitta. Gli alleati nell’estate del 1943 iniziano un’offensiva su vasta scala, che li porta gradualmente a riconquistare gli ex possedimenti. Dopo la conquista americana di Saipan (1944), il primo ministro Tojo si dimette e gli succede il generale Koiso (luglio). All’inizio del 1945 la conquista delle isole di Iwo Jima e di Okinawa assicura all’aviazione americana basi di operazioni in prossimità dell’arcipelago giapponese, mentre un’offensiva inglese, partendo da basi indiane, liberava la Birmania. Nell’aprile 1945, allorché ogni speranza in un esito favorevole del conflitto è perduta, a capo del governo è posto l’anziano ammiraglio Suzuki, considerato più moderato nella storia giapponese rispetto ai suoi predecessori. Il bombardamento atomico di Hiroshima e di Nagasaki (agosto 1945) evita agli Alleati di dover sbarcare sul territorio metropolitano. In quegli stessi giorni l’URSS entra in guerra, costringendo le forze nipponiche della Manciuria a capitolare. Il 14 agosto 1945 a Tokyo, con una riunione del gabinetto è decisa la cessazione delle ostilità. Come condizione, accettata dagli Alleati, il mantenimento dell’istituzione imperiale e di Hirohito come imperatore. Le perdite giapponesi ammontano a questa data a circa 1.800.000 uomini e il 40% delle sue città è raso al suolo da terribili bombardamenti aerei: l’aviazione e la flotta (giunta a essere una delle più potenti del mondo) non esistono più.

Il Giappone, monarchia costituzionale

Nella prima fase dell’occupazione americana, durata fino al 1948, il Giappone, che aveva perduto tutti i territori non metropolitani e l’autonomia politica interna, deve adottare una nuova costituzione che trasforma lo Stato in una monarchia costituzionale, sotto il controllo di un parlamento di tipo britannico. L’imperatore stesso rinuncia alle proprie prerogative divine (1º gennaio 1946). Durante i primi due ministeri Yoshida (1946-1947), vengono attuate importanti riforme democratiche: una riforma agraria, una revisione del sistema giudiziario, la ricostituzione dei sindacati vietati durante la guerra e una vasta campagna di rieducazione mirante a diffondere tra le masse il concetto di democrazia. Le elezioni del 1947 portano al governo un socialista, Katayama Tetsu. Da questo momento la situazione politica diventa instabile e si susseguono molti governi. Il conflitto coreano (1950-1953) esercita una grande influenza sull’economia del Giappone, procurando commesse alle sue industrie fino ad allora relativamente inattive.

Con il trattato di San Francisco (8 settembre 1951) firmato con gli Alleati, ed entrato in vigore il 28 aprile 1952, il Giappone riacquista la sua sovranità. Le elezioni legislative dell’ottobre portano in parlamento più di 200 figure epurate dagli Americani. L’8 marzo 1954 viene firmato a Tokyo un accordo nippo- americano di assistenza e di difesa reciproche. I governi liberali e democratici che si succedono, si trovano a dover affrontare gravi problemi: economia in espansione, ma ostacolata dalla mancanza di spazio e dal rapido aumento della popolazione, ascesa del socialismo, e dell’antiamericanismo (manifestazioni del novembre 1959); democratizzazione dei costumi, di cui le manifestazioni più sintomatiche furono il matrimonio del principe ereditario Akihito con la figlia di un commerciante (aprile del 1959) e quello della figlia dell’imperatore Hirohito con un impiegato di banca (marzo 1960). Con l’avvento del governo Sato (novembre 1964), il Giappone riprende un ruolo più attivo nella politica internazionale. Nel giugno 1965 ristabilisce relazioni diplomatiche con la Corea del Sud e assume una funzione di mediazione tra Indonesia e Malaysia sulla questione del Borneo. Nelle elezioni politiche del gennaio 1967 il partito liberaldemocratico conserva la maggioranza assoluta. In queste elezioni si presenta un nuovo partito, il Komeito, emanazione della setta religiosa Soka Gakkai, di tendenze nazionalistiche. I socialisti, che rappresentano il maggior partito d’opposizione in parlamento, si assicurano il successo nelle elezioni amministrative dello stesso anno. L’opposizione di sinistra sfrutta in questo periodo l’antiamericanismo radicato nell’opinione pubblica e chiede una linea di maggior indipendenza dagli Stati Uniti. Le manifestazioni di piazza contro il viaggio di Sato negli Stati Uniti, la presenza della portaerei Enterprise nel porto di Sasebo e l’uso dell’isola di Okinawa (sfruttata come base per le operazioni aeree in Vietnam dagli americani e restituita al Giappone solo nel 1972) sono continue. In queste manifestazioni si distingue la sinistra studentesca del movimento Zengakuren. L’apertura del presidente americano Nixon alla Cina popolare (febbraio 1972)disorienterà il governo di Tokyo. Sato si dimette. Il successore, Kakuei Tanaka, attua una politica estera dinamica, che porta il paese a occupare gli spazi lasciati liberi dal disimpegno americano nel Sud- Est asiatico. Nello stesso tempo Tanaka con un viaggio a Pechino (settembre 1972) normalizza i rapporti diplomatici con la Cina popolare. In politica interna Tanaka favorisce l’espansione della spesa pubblica allo scopo di aumentare il benessere collettivo.

Nel 1974 e nel 1980 il paese attraversa due periodi di recessione e di inflazione a causa dei forti rincari del prezzo del petrolio che il Giappone è costretto a importare.

Le elezioni politiche del dicembre 1976 fanno registrare una grave sconfitta del partito liberal-democratico, che conserva a stento la maggioranza assoluta.

Fukuda risolleva l’economia e i risultati positivi rafforzano in breve la posizione del governo.

Il 12 agosto 1978 a Pechino è firmato il trattato di pace, amicizia e cooperazione tra la Cina e il Giappone.

Nel 1979, le elezioni politiche anticipate dell’ottobre dello stesso anno fanno registrare il minimo storico per i liberal-democratici. Ne seguono dibattiti e nuove elezioni il 22 giugno sanciscono il trionfo del partito liberal-democratico, che affida la direzione del governo a un uomo di compromesso, abile mediatore ed esperto in campo economico. Nel luglio 1980 Zenko Suzuki diviene primo ministro e contemporaneamente presidente del partito liberal democratico. Suzuki si preoccupa soprattutto di favorire l’espansione economica del paese e nel 1981 inizia i suoi viaggi all’estero visitando dapprima i paesi del Sud-Est asiatico e poi gli Stati Uniti. E’ quindi in Europa occidentale e nel luglio dello stesso anno al vertice dei sette paesi più industrializzati a economia di mercato a Ottawa. Egli opera l’avvicinamento del Giappone alla NATO e prospetta il riarmo del paese.

All’inizio del 1985, è raggiunto un accordo per l’apertura del mercato interno giapponese all’industria americana. Nakasone, il nuovo premier, conferma l’avvicinamento alla NATO e l’aumento delle spese militari (l’aumento del bilancio della difesa al di sopra della soglia prevista dalla costituzione è stato il primo provvedimento del governo di coalizione) e aderisce al programma americano di ricerche sulle ‘armi spaziali’. L’esposizione internazionale della scienza e della tecnica 1985, svoltasi a Tsukuba, sottolineerà il ruolo d’avanguardia nello sviluppo tecnologico mondiale conquistato dal Giappone.

Nel 1989 muore Hirohito e gli succede il figlio Akihito, che già svolgeva le funzioni di reggente.

Fino al 1990 il Giappone, a dispetto di un paio di battute d’arresto è diventato il primo esportatore mondiale, realizzando ingenti surplus commerciali e giungendo a dominare i campi dell’elettronica, la robotica, la tecnologia informatica, la fabbricazione delle automobili e l’attività bancaria. Tuttavia l’apparente inarrestabile potere economico aveva maturato una serie di problemi che di li a poco si sarebbero manifestati. Tra il 1980 e il 1990, l’aumento del valore immobiliare, un mercato azionario in crescita costante e il facile accesso al credito hanno favorito l’avvento della ‘bolla economica’. Gli imprenditori hanno finanziato per oltre un decennio piani grandiosi credendo che il prezzo dei terreni sarebbe continuato a salire vertiginosamente.

Nel gennaio 1990 il mercato azionario di Tokyo inizia la sua discesa. In ottobre ha già perso il 478% del suo valore. Nel 1991 le banche non possono più permettersi di concedere prestiti e aumentano i tassi di interessi, e i prezzi dei terreni precipitano. A questo punto molte iniziative legate alla speculazione lasciano le banche con crediti difficili da riscuotere. Inizia un periodo di recessione che dura per circa dieci anni.

Nel 1993, dopo 38 anni al potere i conservatori del partito liberal democratico vengono sconfitti da una coalizione di otto partiti riformisti. Nel 1995 il violento terremoto che devasterà Kobe, inficerà l’immagine del governo a causa dell’inefficienza degli aiuti. Nello stesso anno la setta religiosa Aum Shinrikyo, Setta della Verità Suprema, organizza nella metropolitana un attacco al gas nervino che causerà 12 morti.

Nel aprile 2001, Junichiro Koizumi, membro del partito liberal democratico, diventa Premier e si fa promotore di una serie di drastiche riforme per risollevare l’economia. Ma lungi da avere successi in politica finanziaria, riesce a realizzarne uno in politica estera: nel settembre 2002 è il primo capo di un governo giapponese a compiere una visita in Corea del Nord. Durante la visita ottiene l’ammissione del rapimento tra il 1970 e il 1990 della cattura di 13 cittadini giapponesi e il rilascio dei cinque sopravissuti.

Sul versante interno nell’ottobre 2001, a seguito degli attentati dell’11 settembre, la Dieta ha permesso che la Jietai (Forze Armate per l’Autodifesa), partecipasse, con un ruolo di appoggio a operazioni belliche, modificando la carta costituzionale che consentiva che le uniche azioni militari fossero a scopo puramente difensivo.

Se tra il 1999 e il 2000 il paese ha riattraversato una fase di forte instabilità economica, questa sembra essere stata superata a partire dal 2003. Nel 2003, l’economia ha registrato una crescita del 3,2%.

Nel settembre 2006 la guida del governo è passata nelle mani di Shinzo Abe.

Sempre nel 2006 la principessa Kiko, moglie del secondogenito dell’imperatore Akihito, il principe Akishino, ha dato alla luce un maschio. Questo potrebbe dare un contraccolpo alla riforma della legge di successione al trono, che era stata avviata dopo la nascita di Aiko, figlia del principe Naruhito e della principessa Masako.

Cultura Giappone

Per molti, la cultura giapponese può risultare difficile da decifrare, forse a causa della scarsa propensione all’individualismo e i modi di fare troppo manierato. Solidarietà, lealtà e rispetto sono valori fondamentali per un giapponese e per questo l’egoismo è considerato il peggior aspetto del carattere. Il gruppo ha molta importanza nella cultura giapponese, ma ciò nonostante questo non significa conformismo. Collegandolo infatti al concetto di egoismo, non ci si aspetta che le persone pensino come il gruppo, ma al gruppo. E da questo ne viene un’altra caratteristica dei legami sociali: la tendenza dei legami giapponesi, dell’amicizia in particolare, a durare una vita intera. La norma sociale probabilmente più importante, è il rispetto dei sentimenti altrui. Quindi anche le honne, le proprie opinioni personali, si tende a non esprimerle, al contrario le tatamae, le opinioni condivise, sostenute per assicurarsi la propria posizione nel gruppo, nella famiglia, nella società, sono un fattore molto importante.

La vita in città

La popolazione è per lo più urbana e la società giapponese registra molte differenze al suo interno. I giapponesi vivono infatti nella stragrande maggioranza nelle metropoli, con ritmi molto frenetici e stressanti. Ma soprattutto dopo la recessione degli ultimi quindici anni, i giovani giapponesi non tendono più a voler vivere esclusivamente per l’azienda che li assume. Come dicono i giapponesi non vogliono più fare karoshi, ammazzarsi per il lavoro.

In una famiglia tradizionale giapponese, il marito lavora mentre la moglie di norma fa la casalinga. Qualora ci siano dei bambini, fin dalle elementari studieranno con molta lena per assicurarsi nel corso del percorso di studi la scuola superiore migliore e poi l’università migliore. Molti bambini delle scuole medie frequentano scuole di sostegno, le juku, che servono per essere ammessi in un liceo importante. Oggi però questo modello di nucleo famigliare sta gradualmente mutando, colpa del periodo di recessione che ha reso il paese vulnerabile. I suoceri dei genitori che erano nella tradizione assistiti dai familiari oggi tendono sempre più a chiedere il supporto statale.

La disoccupazione si aggira intorno al 5%, un dato preoccupante per un paese che ha nel corso della sua storia economica sempre registrato la piena occupazione, e ciò sta causando un malessere dilagante nel paese.

Questo stile di vita, l’educazione rigida, il senso dell’onore congiunto al il dovere di non disonorare la famiglia prima, l’azienda poi, fino allo stato, hanno fatto della società giapponese un mondo molto competitivo, dove chi non riesce a seguirlo finisce per implodere. Non è un caso che il paese sia il secondo per suicidi al mondo. Solo nel 2005 ne sono stati registrati oltre 30.000 e la motivazione è quasi sempre riconducibile a stress da lavoro o scolastico.

La vita nelle campagne

Solo un giapponese su quattro vive nelle campagne, e solo il 15% delle famiglie contadine guadagna da vivere solo con l’agricoltura, infatti la maggior parte tende a fare due o tre attività contemporaneamente. Molto di quello che un tempo erano i villaggi contadini sta lentamente scomparendo a causa della propensione a spostarsi nelle città.

Per evitare questo, sin dal 1995 il governo ha iniziato una campagna di promozione del turismo rurale, che contribuisce a dare un contributo economico molto importante ad alcuni villaggi o paesi, anche se non sono mancate le obiezioni da parte di chi sostiene che stazioni termali e grandi alberghi provochino per lo più la deturpazione del paesaggio.

Popolazione

Per lo più concentrata nei grandi centri urbani, la popolazione giapponese vive per tre quarti nelle grandi megalopoli della costa orientale, soprattutto Tokyo e Kobe. La popolazione è omogenea dal punto di vista etnico, ma non mancano comunità come quella cinese e coreana, che hanno lottato per anni prima di essersi vista riconoscere la cittadinanza e diritti fondamentali, quali l’istruzione superiore o la possibilità di accesso a posti di lavoro ben remunerati. Molti una volta presa la cittadinanza prendono un nome giapponese.

La maggioranza degli immigrati proviene da paesi asiatici, come Cina, Corea e Filippine, ma anche da Perù e Brasile. Si deve sottolineare come il Giappone mantenga una politica fortemente discriminatoria nei confronti degli stranieri, e di come siano molto difficili le pratiche per i lavoratori immigrati. La politica di regolarizzazione degli immigrati continua a non essere una priorità delle agende dei governi, a dimostrazione di come il paese continui a contrastare l’idea di una cultura multietnica.

  • Ainu: è l’originaria popolazione indigena di Hokkaido, oggi sono meno di 24.000, ma è stato stimato che meno di 200 persone in tutto il Giappone abbiano entrambi i genitori di pura discendenza Ainu.
  • Burakumin: letteralmente ‘emarginati’. Rappresentano una sorta di casta di intoccabili, e discendono da antenati che esercitavano professioni come la macelleria o la concia delle pelli. Oggi sono circa tre milioni e sono tutt’ora discriminati.

Religione

La maggioranza della popolazione è o buddista o scintoista. Molti praticano tutte e due le fedi e di norma tutti i giapponesi visitano una volta l’anno un tempio o un santuario, soprattutto in occasione di festività come l’O-bon, o il capodanno (Shogatsu). Cristianesimo, islamismo, ebraismo e animismo, contano pochissimi fedeli.

Lo scintoismo, o via degli dei, viene fatto risalire al periodo Jomon (10.000-300 a.C.) e viene considerato la religione giapponese. Gli scintoisti credono in un insieme di divinità, i kami, che rappresentano gli elementi del mondo naturale e includono sia spiriti locali che universali. Sotto la rivoluzione Meiji, è stato proclamato religione di stato, e nel 1868 ne viene vietata ogni commistione con il buddismo. Usato come mezzo per unificare il paese e incrementare la devozione all’imperatore, verrà usato per enfatizzare i sentimenti nazionalisti popolari. La divinità più celebre è Amaterasu, la dea del sole da cui si dice che discenda la famiglia imperiale.

Ci sono cinque espressioni di scintoismo, che non rappresentano vere e proprie correnti ma diverse forme di interpretazioni del medesimo. È così che si ha lo: scintoismo imperiale, che indica i riti seguiti dall’imperatore; scintoismo templare – Jinja Shinto – , un termine che indica lo scintoismo istituzionalizzato; shintoismo settario – shuha shinto o kyiha – , è composto da 13 gruppi formatisi nel 19°secolo quando i templi scintoisti vennero separati dalle altre istituzioni religiose; scintoismo popolare – minzoku shinto – ,è la forma praticata dalla gente, ma senza essere formalizzata e impregnata di influenze buddiste, taoiste e confuciane; scintoismo di stato – kokka shinto – è lo shinto epurato dalle influenze buddiste e confuciane del periodo della restaurazione Meiji.

Il buddismo, giunto intorno al 6°secolo dalla Cina e dalla Corea, è praticato da circa 90 milioni di persone, e ha convissuto con lo scintoismo. I buddisti venerano un pantheon di dei dove i più importanti sono Buddha, Kannon (la dea della misericordia) e Jizo (la divinità che protegge i viaggiatori, i bambini nati e non ancora nati).

Arti

Nel campo della pittura dall’ 8°secolo al 17° si sottolinea come subisca molto l’influenza cinese. Ancora oggi sono molto note la scuola Kano nota per le sue creazioni mitiche e scene naturali, la scuola Tosa maestra nell’illustrazione di testi classici della letteratura giapponese, la scuola Rimpa che assorbì gli stili precedenti ricca di cadenze decorative.

La calligrafia, lo shodo, modo di scrivere, importato dalla Cina, è una delle arti più apprezzate in Giappone. Le scuole giapponesi che la praticano si chiamano shuji. Ci sono tre principali stili di carattere: il kaisho, stampatello; il gyosho, mano che corre, è un semicorsivo spesso usato nella corrispondenza informale; il sosho, mano d’erba, un corsivo vero e proprio dove i caratteri sono abbreviati e uniti in maniera molto elegante.

La ceramica, è stata introdotta in Giappone nel 13° secolo. Viene chiamata setomono, cose di Seto, ed è un termine che indica la ceramica e la porcellana. In Giappone ci sono oltre un centinaio di centri.

Il Teatro no, è una mescolanza di teatro e danza ispirata all’estetica dello zen. Due sono i personaggi principali, lo shite, il fantasma o il demone, e il waki, che conduce il protagonista. Il Teatro kabuki, inizia ad essere rappresentato intorno al 17°secolo da una compagnia di teatro femminile. Ma nel 1629 viene vietato alle donne di esibirsi e quindi da allora il kabuki è interpretato da attori specializzati in ruoli femminili, gli onnagata o oyama. I temi sviluppati dal kabuki, sono temi popolari come famose narrazioni storiche e vicende basate sull’amore accompagnato dal suicidio.

Cucina

Di norma ogni ristorante giapponese serve un particolare tipo di cucina, tranne, gli shokudo, locali in cui si servono tutti i tipi di cucine, dell’izakaya, simili ad un pub.

Gli alimenti principali sono riso, tofu, mame (fagioli) e shoyu (salsa di soya). Il riso viene chiamato o-kome, dove kome significa ‘riso’. Lo hakumai, è il comune riso bianco, mentre il genmai, ‘riso bruno’, di solito si trova solo nei ristoranti vegetariani. Il riso viene utilizzato nella zosui, la zuppa di riso, l’o-chazuke, riso con tè verde, nelle onigiri, polpette, e nel sushi.

Piatti tipici sono il sushi, pesce crudo con riso, sashimi pesce crudo servito senza riso, di norma salmone, tonno, gamberi e merluzzo sono i pesci più usati. Sono usati spesso come spuntini per accompagnare una birra o del sakè.

Molto noto anche il sukiyak,i sottili fette di manzo cotte in un brodo, il shoyu, fatto di zucchero e sakè, con l’aggiunta di verdure e tofu.

Il tempura, consiste invece di porzioni di pesce, gamberetti e verdure cotte in una pastella, e servito con una scodella di ten-tsuya, una salsa di color marrone.

Tra la pasta molto diffusi sono i ramen, un piatto importato dalla Cina, che consiste in spaghetti serviti in una ciotola di brodo di carne serviti con una varia tipologia di ingredienti, carne, verdura, germogli di soia. Gli udon e i soba, sono la variante giapponese dei ramen. I primi sono di grano spessi e bianchi, mentre i secondi sono molto sottili di grano saraceno. Si possono mangiare anche freddi, i più famosi sono gli zuru soba, serviti con pezzi di nori, un’alga marina.

Molto apprezzati sono l’unagi, l’anguilla, ritenuta una prelibatezza cucinata con soya o sakè, e il fugu, il pesce palla. Molti ritengono che possa essere velenoso e per questo tendono a farlo assaggiare ad altri. Di norma si accompagna all’hirezake, sakè caldo con coda di fugu tostata.

Il tonkatsu, è un altro piatto tipico di carne, ovvero una cotoletta di maiale fritta e servita di norma in un menu fisso.

Il kushiage e il kushikatsu, sono spiedini di carne, pesce e verdura, fritti nell’olio. È un piatto molto economico e molto apprezzato soprattutto dagli studenti e dagli operai.

Gli okonomiyaki, letteralmente cucinate ciò che volete, sono un mix di una pastella di cavolo, carne, pesce e verdure, cotte su di una piastra con delle spatole e le tipiche bacchette.

Ma il pasto più famoso resta il kaiseki. Nato per accompagnare la cerimonia del tè, consiste di minuscole e eleganti porzioni rigorosamente vegetariane (può comparire il pesce ma mai la carne), e si può gustare in un ryotei, un ristorante tradizionale.

Tra le bevande le più diffuse si trovano la birra e il sakè, che potrete bere ovunque. Gli izayaka, sono locali simili ai pub, molto economici dove si può bere e mangiare, con poca spesa.

Tra le birre più diffuse si segnalano la Kirin, l’Asahi, la Sapporo e la Suntory. La nama biiru, è la birra alla spina. Mentre la birra è stata introdotta in Giappone alla fine del 19°secolo, il sakè, una bevanda ottenuta dalla fermentazione del riso, è prodotto da secoli. Servito e bevuto generalmente caldo, un tempo era la bevanda imperiale. Oggi capita spesso di trovare fuori da templi e santuari grandi bottiglie di sakè lasciate come offerta.

Tra il , il tè verde ricco di caffeina è il più diffuso. Il matcha, è il tè verde in polvere usato nella cerimonia del tè, mentre l’o-cha è il comune tè verde in foglie.

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