Accedemia delle Scienze Sociali: I cinesi? sono pochi!

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17 Maggio 2007

PECHINO: L’enorme esercito industriale di riserva che sostiene la crescita cinese potrebbe ridursi sensibilmente a partire dal 2010.

E’ il risultato della trentennale politica del figlio unico e pone la Cina di fronte alla necessità di cambiare il proprio modello sviluppo: da un’economia basata quasi esclusivamente sull’immensa disponibilità di un unico fattore produttivo – forza lavoro a basso costo – a metodi di produzione più avanzati.

Già dal 2004 singole voci segnalavano la tendenza in atto ma finora, in mancanza di studi approfonditi sull’argomento, nessuna misura era stata presa dalle autorità politiche.

A colmare la lacuna è arrivata una ricerca dell’Accademia di Scienze Sociali di Pechino, pubblicata il 10 maggio, che evidenzia come il "population bonus" della Cina potrebbe cominciare a esaurirsi da qui a tre anni.

Nelle campagne, il surplus di forza lavoro sotto i quarant’anni, stimato inizialmente tra i 100 e 150 milioni di persone, è risultato in realta di "sole" 52 milioni di unità.

Si tratta proprio di quei lavoratori in sovrannumero che, offrendosi nelle città o in regioni della Cina diverse da quelle di origine, mantengono bassi i salari e permettono grandi utili e vantaggi competitivi alle imprese.

Se perdura il trend attuale, si calcola che il 2015 potrebbe essere il primo anno di "crescita zero" della forza lavoro cinese. Tra i segnali che confermano la tendenza in atto, la recente scarsità di forza lavoro disponibile nel distretto industriale localizzato nel delta del Fiume delle Perle. Ma secondo il rapporto, il fenomeno non riguarderebbe solo le regioni costiere sud-orientali, l’area più evoluta della Cina, ma anche le province dell’interno.

Le conseguenze sarebbero estremamente favorevoli per i lavoratori, che potrebbero beneficiare di un generale aumento dei salari. Ma il sistema nel suo complesso andrebbe ristrutturato: le imprese sarebbero costrette a modernizzare gli impianti, a introdurre innovazioni tecnologiche e di processo, aumentando così la produttività per singolo lavoratore. Si tratterebbe insomma di una vera e propria uscita dal modello di sviluppo fondato sull’alta densità di lavoro.

Tutta l’economia cinese dovrebbe inoltre fare i conti con la delocalizzazione degli investimenti stranieri in Paesi – come il Vietnam – dove il costo del lavoro è già inferiore a quello della Cina. Queste risorse producono attualmente circa il 60 per cento dell’export cinese. A lanciare l’allarme è Wang Yiming, direttore dell’Accademia di Ricerche Macroeconomiche, secondo cui la fuga all’estero degli investimenti stranieri si starebbe già verificando.

Gabriele Battaglia

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