Alla ricerca di nuovi carburanti

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24 Gennaio 2007

KYOTO: Nella città giapponese di Kyoto, l’11 dicembre del 1997, al termine della conferenza sull’andamento del clima, venne firmato un trattato internazionale che obbligava i paesi industrializzati a ridurre drasticamente, entro il 2012, le emissioni di elementi inquinanti e di gas ritenuti la causa dell’effetto serra. Il trattato entrò in vigore nel 2002 a seguito dell’adesione della Russia che permise il raggiungimento del quorum minimo previsto per l’applicazione delle regole imposte dal Protocollo.

L’alta industrializzazione del Giappone ha comportato un forte tasso d’inquinamento, soprattutto nelle grandi aree urbane di Tokyo ed Osaka. Ciononostante il governo non intende rinunciare agli obbiettivi imposti dal Protocollo di Kyoto, anche se una riduzione del 6 % delle emissioni inquinanti sarà molto difficile da raggiungere. Non bisogna poi sottovalutare la forte dipendenza del paese dal petrolio importato per la maggior parte dal Medio Oriente e gli influssi, spesso deleteri, derivanti dall’andamento del mercato dell’oro nero, spesso visto come una palla al piede per lo sviluppo dell’economia nipponica.

Per cercare di alleviare questi due problemi, il Giappone ha intrapreso, seriamente, la strada della ricerca di fonti alternative di energia. Negli ultimi anni il governo, con provvedimenti legislativi, e l’industria automobilistica, mediante forti investimenti, hanno lavorato per ridurre le emissioni inquinanti causate dagli scarichi delle auto. Gli studi si sono rivolti principalmente verso il bio-carburante e l’idrogeno.

La produzione di bioetanolo è la chiave fondamentale per la realizzazione di un carburante eco-compatibile. Viene prodotto mediante fermentazione di elementi vegetali (canna da zucchero, mais) e riduce dell’80% le emissioni di quelle sostanze ritenute la causa dell’effetto serra: una volta bruciato, produce anidride carbonica non inquinante. Uno studio effettuato dal Ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria, ha consigliato alcuni provvedimenti per ridurre l’inquinamento e la dipendenza dal petrolio, fra i quali si propone di passare dal carburante E3 (percentuale del 3% di bioetanolo nel benzina) all’E10 (10% di bioetanolo) entro il 2020. Un passo in avanti, ma ben lungi dall’E100 utilizzato in Brasile ed in Argentina. Le grandi compagnie automobilistiche giapponesi stanno investendo notevoli somme di denaro nella ricerca in questo settore che, secondo gli analisti, dovrebbe portare, nel 2010, ad avere in circolazione un terzo delle auto alimentate con carburante biologico.

Un altro settore che promette bene è l’idrogeno, considerato l’energia pulita per eccellenza, oltre che economica e rinnovabile. Gli Stati Uniti e la Comunità Europea, con un consorzio guidato dalla Danimarca, stanno compiendo studi sulla possibilità di usare dei mezzi di locomozione che utilizzano l’idrogeno come carburante, ma il Giappone sembra essere un passo avanti. Nel novembre dello scorso anno le ferrovie giapponesi hanno testato con successo un treno alimentato ad idrogeno e a metà del 2007 dovrebbero cominciare a circolare i primi esemplari, nelle reti urbani. Questo dovrebbe contribuire ad abbattere l’alto tasso di inquinamento che affligge le grandi metropoli. La East Japan Railway dovrebbe presto sostituire i treni elettrici o diesel con quelli alimentati ad idrogeno, con notevole beneficio per l’ambiente.

Il Giappone è uno dei paesi più inquinati in assoluto, ma è anche quello, fra i paesi industrializzati, che con più caparbietà sta cercando di raggiungere i parametri stabiliti dal protocollo di Kyoto. Non è detto che non ci riesca.

Cristiano Suriani