Amnesty critica la Cina per commercio “irresponsabile” di armi

12 Giugno 2006

PECHINO: La Cina sta vendendo le armi a gruppi noti per la violazione di diritti umani, in un tentavo di estendere il suo commercio e la sua influenza diplomatica, riferisce l’organizzazione internazionale per la protezione dei diritti umani, Amnesty International in un documento pubblicato oggi, a pochi giorni dalla detenzione di un tedesco per contrabbando di armi attraverso Hong Kong verso la Liberia.

Il documento descrive la Cina come "uno dei più irresponsabili Paesi esportatori di armi al mondo", e tra i suoi clienti figurano anche governi quali quello del Myanmar, che usa quotidianamente queste armi contro i propri cittadini, sostiene Amnesty sul suo sito web.

"Il documento mostra come le armi cinesi abbiano aiutato i conflitti e la violenza criminale nonché altre gravi violazioni dei diritti umani in Paesi come Sudan, Nepal, Myanmar e Sud Africa. Svela inoltre il possibile coinvolgimento di società occidentali nella produzione di alcune di queste armi."

Il ministero degli affari Esteri non ha ancora commentato il documento presentato da Amnesty, tuttavia, le autorità avevano già negato precedentemente qualsiasi vendita "irresponsabile" di armi, dichiarando di osservare le leggi internazionali al riguardo.

Il documento ha riferito che Pechino ha "un atteggiamento pericolosamente permissivo verso le esportazioni di armi" e le sue "esportazioni abituali" di armi convenzionali hanno contribuito ad accrescere le violazioni dei diritti umani, inclusi i confitti armati.

Dal 1990, la Cina ha emanato delle leggi per il controllo della vendita di armi all’estero, richiedendo esplicitamente che le armi fossero di "auto-difesa" per il Paese acquirente e che non rappresentassero una diretta minaccia per la pace e sicurezza regionale.

Ma Amnesty International sostiene che queste leggi sono "vaghe" e "spesso ignorate dai gruppi produttori di armi in Cina".

Pechino sta facendo pressione sull’Ue affinché ponga fine ad un bando sulla vendita delle armi imposto alla Cina dopo la repressione delle proteste pro-democratiche del 1989, un divieto che il Colosso asiatico considera "ormai vecchio" e soprattutto "discriminante".

Amnesty dichiara che l’embargo deve restare, mettendo in guardia che la tecnologia europea può essere "facilmente trasferita, contribuendo ad abusi sui diritti umani non solo in Cina ma anche in Paesi terzi."

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Ylenia Rosati