Architetti italiani? Businessmen

8 Febbraio 2007

SHANGHAI: Francesco Gatti vive a Shanghai da due anni. "Inseguo l’architettura in tutto il mondo", dice.

CA: In questo momento storico, in Cina gli architetti si possono sbizzarrire. Ma non si rischia di trasformare questo Paese in "un laboratorio sperimentale"?

FG: Lo è già, perché alcuni degli architetti più "sfigati" del mondo si trovano qui. Molti hanno scelto di trasferirsi in Cina per sfuggire all’anonimato, perché non erano apprezzati nei propri Paesi.

CA: Anche Lei?

FG: Sperimentare è la cosa più bella. Ho lasciato Roma perché, per un architetto, è una città morta, dove nessuno vuole investire nella creatività.

CA: Quanto pesa il rapido sviluppo dell’economia cinese nella libertà di espressione concessa agli architetti stranieri?

FG: Da sempre l’economia traina la cultura e ne determina lo sviluppo. Ma in Cina, oltre alla disponibilità di capitali, conta molto anche l’orgoglio nazionale: i cinesi amano "essere i primi", impressionare il mondo. Un paradiso per gli architetti.

CA: Ci dia il Suo giudizio sulle opere architettoniche italiane in Cina.

FG: Molte sono assolutamente antiestetiche. Ricordo di avere avuto la prima impressione negativa quando, prima di trasferirmi a Shanghai, ho visto il disegno della città Pujiang, lungo il fiume Huangpu (a pochi chilometri da Shanghai), opera mastodontica ma anonima e demodé dell’architetto Vittorio Gregotti – che visita raramente la Cina. Ma quando sono andato a Pujiang, purtroppo mi sono reso conto che costituisce uno dei "migliori" esempi architettonici italiani di Shanghai.

CA: Il Suo è un giudizio critico. Cosa ne pensano gli altri architetti italiani che lavorano in Cina?

FG: Per molti l’estetica è l’ultima delle preoccupazioni, perché sanno che per i cinesi, più della bellezza, conta la certezza di un investimento fruttuoso. Per questo motivo, quasi tutti gli architetti italiani che lavorano a Shanghai sono abili businessmen ma pessimi disegnatori; focalizzati esclusivamente sul ritorno economico, si adattano senza problemi ai bassi standard qualitativi locali ed eseguono tutto ciò che viene loro richiesto. Addirittura molti presunti architetti sono soltanto geometri.

CA: Almeno fanno "sistema" e comunicano fra loro?

FG: Si può dire che rispecchiano bene il sistema Italia, perché ognuno lavora per conto proprio e contro gli altri. I cinesi, che associano erroneamente i concetti di grandezza e bravura, affidano i migliori progetti alle filiali di grandi studi internazionali, qualitativamente mediocri. Così noi italiani, che avremmo tutte le qualità per primeggiare, finiamo per produrre poco e male, rischiando, anche in questo settore, di rimanere indietro rispetto agli altri Paesi.

CA: Ci fa qualche esempio di "adattamento" ai gusti locali?

FG: I cinesi hanno un errato concetto di architettura moderna. Per "stile italiano moderno" intendono colonne, tempietti e capitelli realizzati in vetro e in acciaio. Il risultato è naturalmente orribile, ma gli italiani spesso approfittano dell’incapacità — per ora — da parte cinese di distinguere il bello dal brutto.

CA: "Per ora" fino a quando?

FG: I cinesi evolvono e apprendono molto rapidamente. Fra una decina d’anni apriranno gli occhi e inizieranno a costruire le città con diversi parametri estetici, come è già accaduto a Hong Kong e Taiwan.

CA: In Cina, un architetto che mette al primo posto l’estetica trova spazio per esprimersi?

FG: Con più difficoltà e molto impegno. Trascorro spesso intere giornate nei cantieri per guidare il lavoro dei collaboratori cinesi, che sono sì preparati nella teoria, ma approssimativi e per nulla autoresponsabili.

CA: Ci parla di una Sua opera della quale va fiero?

FG: E’ difficile rispondere, perché in Cina succede spesso che le opere architettoniche non rispecchino il disegno preliminare. Gli architetti sono infatti considerati consulenti, mentre il potere di firmare i progetti appartiene al Chinese Institute, un organo governativo. Un esempio? Il centro commerciale di Shenyang, che ho disegnato ma che non sono mai andato a vedere proprio per evitare di "arrabbiarmi". Risultano più "fedeli" le opere di piccole dimensioni e le ristrutturazioni d’interni. Recentemente sto lavorando su un interessante progetto: una discoteca interattiva. All’ingresso, verrà consegnato a ogni ospite un braccialetto associato a un personaggio virtuale, che interagirà con gli altri in una serie di applicazioni digitali.

CA: In un’opera del genere, i cinesi possono percepire l’"italianità"?

FG: Non rinuncio all’etica professionale solo per rappresentare l’idea antiquata diffusa in Cina del design italiano. Prima o poi le immagini di ciò che stiamo facendo arriveranno anche in Europa, e i tempietti e gli archi di vetro diventeranno la barzelletta di tutti. Dobbiamo dimostrare di essere italiani a livello di marketing; sono soddisfatto del mio lavoro, essendo uno dei pochi architetti in Cina stimati a livello internazionale.

CA: Da cosa trae ispirazione in una città che considera ricca di orrori architettonici?

FG: Credo che, per essere esteticamente armoniosa, una città debba riuscire ad esprimere la cultura della sua gente. I cinesi desiderano fortemente comunicare il dinamismo del loro Paese che muta. Se la "pelle" di Shanghai non è bella, è bello il suo spirito: sprizzante di energia, proiettato nel futuro.

Marzia De Giuli