Artisti cinesi in Italia, Liu Bolin s’intravede ancora

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MILANO: Attraverso gli scatti che realizzo denuncio il dilemma dell’uomo moderno, costantemente in bilico tra affermazione di sé e inevitabile adattamento all’ambiente urbano che lo circonda. Il problema è che più cerca di diventarne parte integrante, più rischia di perdersi al suo interno fino a scomparire del tutto…fa sorridere pensare che il genere umano possa venire sopraffatto da quella che, dopotutto, è una sua creazione, o sbaglio ?

Queste le parole con cui Liu Bolin, artista decisamente “camaleontico” il cui nome è sulla bocca di tutti in patria, ha sinteticamente spiegato a chi scrive l’estetica che informa i suoi inimitabili capolavori. C’è chi ne interpreta alcuni, in particolar modo scatti come Fist (“Pugno”, 2006), in chiave politica, ossia quale forma di denuncia dell’oppressiva autorità del Partito in Cina; così replica sensatamente l’artista: il pugno simboleggia il potere oppressivo in generale; ad ogni modo, ciascuno è libero di interpretare un’opera d’arte in diversi modi, che possono coincidere o meno con le intenzioni originali di chi l’ha concepita.

Cerchiamo, ora, di conoscere meglio, sebbene in poche righe, la personalità (nonché la vena artistica) oltremodo “fluida” e “versatile” di Liu Bolin. Il percorso di “ricerca estetica” che lo ha reso famoso al di fuori del suo Paese ha avuto inizio nel novembre 2006, a seguito dello smantellamento dell’International Arts Camp (con l’accusa, da parte delle autorità della capitale, di “occupazione illegale di suolo pubblico”), vero e proprio centro di raccolta per artisti delle più svariate nazionalità situato in quello che, fino a soli cinque anni fa, non era che un anonimo villaggio di Chaoyang, uno dei tanti distretti di Pechino: Suojia. Da allora, Liu Bolin, da vero e proprio “drago cambia colore” (ovvero “camaleonte” in cinese, n.d.r.) quale è, forte della perizia acquisita nella scultura prima e, in seguito, nella pittura, ha deciso di divenire egli stesso oggetto, nonché soggetto, di una rappresentazione artistica dai contorni decisamente evanescenti.

Nel curriculum dell’artista, in poco più di cinque anni, si susseguono svariate tappe presso grandi gallerie internazionali (tra cui quelle di Parigi, Miami e New York

l primo incontro tra Liu Bolin e la città in cui Shakespeare (in cinese, Shashibiya) ambientò la vicenda di un amore osteggiato fino al suo tragico epilogo è recente: dall’8 novembre 2009 fino al 10 gennaio di quest’anno, difatti, è stato possibile ammirare, presso la Galleria d’Arte Boxart, in pieno centro a Verona, la serie di scatti intitolata Hide and Seek (“Nascondino”). Il connubio tra l’artista e i suoi moderni mecenati – a cui va il merito di aver dato modo al pubblico italiano di “scoprirne” il talento – si è rivelato più che ben riuscito, alla luce di un recente e intensissimo susseguirsi di “sopralluoghi” tra Milano e Venezia che, in capo a soli dieci giorni, precisamente dal 14 al 24 aprile scorsi, ha visto nascere una nuova raccolta di fotografie decisamente “d’autore”: Hiding in Italy (“Nascondersi in Italia”, che richiama Hiding in the City, la primissima serie di scatti, a cui Liu Bolin deve di fatto la sua fama).

Accompagnati da un’équipe di esperti addetti alle riprese e all’effettiva “preparazione” dell’artista, nonché dai patron di Boxart e da rappresentanti di Fondazione Italia – Cina ed Asian Studies Group, associazione di promozione sociale in Milano che ha supportato lo sviluppo dell’evento in sintonia e sostenuto il concept con Fondazione Italia Cina, Liu Bolin e sua moglie, Sun Cheng, hanno avuto modo di visitare diversi luoghi rappresentativi dei due capoluoghi regionali in questione, alla ricerca delle location più adatte alla realizzazione degli scatti. Alla fine, sono stati ufficialmente scelti come “sfondi”, non fosse altro che per il loro inestimabile valore simbolico, il Duomo di Milano, il Teatro alla Scala, il Nuovo Palazzo della Regione Lombardia (il cosiddetto Pirellone bis), Piazza San Marco, il Ponte di Rialto e Ponte dei Conzafelzi.

Nei giorni della sua permanenza in Italia, Liu Bolin ha sottolineato ripetutamente l’impressione estremamente positiva che il Bel Paese continua a trasmettergli; è doveroso, pertanto, concludere con queste sue parole: “ritengo che il vostro Paese, proprio come il mio, tragga la sua forza dal possesso di valori culturali che non sono venuti meno col passare dei secoli. Il problema è che in Cina, oggi, per costruire imponenti grattacieli vengono rase al suolo in un batter di ciglio preziose tracce del nostro passato, della nostra identità. Questo, perlomeno a quanto ne so io, da voi non succede”.

 

Francesco Maria Imparato

(in calce) La mostra Hiding in Italy, inaugurata lo scorso 24 aprile, è visitabile fino al 30 giugno presso la Galleria d’Arte Boxart di Verona. Ulteriori informazioni e contenuti multimediali al riguardo sono reperibili sul sito della Galleria.

 

Link correlati

Boxart Gallery – Liu Bolin Hiding in Italy 2010

Fondazione Italia Cina

Asian Studies Group 

 

Francesco Imparato

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