Bangkok, il business dei tuk-tuks, mezzi di trasporto per turisti

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2 Agosto 2006

BANGKOK: Colorati, veloci e costosi. Solo a Bangkok, i Tuk-tuks che girano in lungo e in largo per la città sono migliaia. Decorati con immagini e monili buddisti, sono finiti nelle pellicole di diversi film noti come The Beach con Leonardo di Caprio e Ong Bak con Tony Jaa, e sono stati protagonisti di molte pubblicità e videogames.

Ricordano l’italianissima Ape della Piaggio e possono trasportare fino a 3 persone. Oggi gli autisti di tuk-tuks a Bangkok sono per lo più giovani, provenienti da altre province, in cerca di fortuna. La maggior parte dei quali lavora per un periodo che può variare dai 3 ai 6 mesi. Soprattutto perché superare questa soglia significherebbe mettere in pericolo la propria salute per l’alta concentrazione di polveri sottili dovute all’inquinamento. Solitamente non sono proprietari del mezzo, ma vengono semplicemente assoldati da numerose società che affittano il mezzo mettendo a segno giri d’affari da capogiro. I guadagni dei giovani autisti invece, provengono dalle pubblicità che espongono e dalle persone che riescono a trasportare. E se il tassametro è ancora utopia, a decidere la tariffa sono la capacità di negoziazione del turista e il "buoncuore" del tassista. Insomma, si contratta per ogni corsa.

Nonostante le restrizioni del Governo tailandese — che ha limitato l’attività dei tuk-tuks nella zona di Rattanakosin, sulla riva ovest del Chao Phraya, per problemi legati all’intenso traffico e alla sicurezza — con lo sviluppo del turismo, gli autisti di tuk-tuks sono diventati dei veri e propri "cacciatori" di stranieri, sia di giorno, sia di notte: si appostano nei punti strategici, puntano gli occhi sul malcapitato di turno e lo convincono a salire a bordo, promettendogli, per una cifra irrisoria, un divertente giro per la città. Ma la musica cambia appena il turista mette piede sul mezzo. Il giro consiste infatti in una serie di visite ai negozi (soprattutto di stoffe, oro e gemme) con i quali i guidatori avevano precedentemente "stipulato" un accordo che prevede, nel caso di visita senza acquisto di merce, il semplice rimborso in buoni benzina. Al contrario, se l’affare va in porto, ovvero se il passeggero dovesse comperare qualcosa, al conducente viene destinata una percentuale sull’incasso. Il copione si ripete la sera, ma essendo gli esercizi commerciali chiusi, i tuk-tuks si "appoggiano" ai tanti locali di intrattenimento, ristoranti o disco-pub.

Ad ogni modo, semplici ma colorati, costosi ma agili in mezzo al traffico infernale della "città degli angeli", hanno anche loro una storia da raccontare. Lunga più di 60 anni. Inizialmente questi mezzi di trasporto venivano chiamati samlor (Sam = tre, lor = ruota in lingua thai) e non erano altro che una via di mezzo tra un risciò e una bicicletta, con una cabina posteriore per caricare i passeggeri. Negli anni 60 il samlor venne sostituito da una versione giapponese a motore e utilizzato per il trasporto pubblico. Questo nuovo mezzo prese il nome di tuk-tuk a causa dello scoppiettio del suo motore, rumore che ha perso nella versione moderna alimentata a gpl (gas propano liquido).

Fabio Mango

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