Borse asiatiche in ripresa dopo la grande paura

24 Gennaio 2008

All’inferno e ritorno: questo è, in una teatrale sintesi, quello che è successo nelle Borse asiatiche nel corso delle ultime ore. L’inferno sono le prime due sedute della settimana, con perdite da capogiro che hanno sfiorato risvolti perfino drammatici a Mumbai, dove il Sensex è arrivato a cedere oltre il 10% del suo valore di apertura. Il "ritorno" sono invece le ore più vicine a noi, con le piazze finanziarie che riprendono fiato grazie al taglio di 75 punti base operato dalla Fed.

Tokyo, Hong Kong, Mumbai, Singapore, Shanghai hanno fatto registrare nella giornata di lunedì dei colossali crolli, negativamente storici. Tra queste, come detto, Mumbai è stata quella che suo malgrado si è fatta male più delle altre: il suo indice di borsa più rappresentativo, il Sensex, è arrivato a perdere oltre il 10% per poi risollevarsi parzialmente e chiudere a -7%. In tutto il continente asiatico pochi sono stati i titoli non coinvolti in un’ondata di depressione generale, in una seduta fortemente condizionata ancora una volta dalle notizie provenienti dagli Stati Uniti, sui quali incombe (incombeva?) una seria possibilità di recessione.

A farne le spese, soprattutto in Cina e in Giappone, sono stati i titoli bancari e i tecnologici, ma non solo. Le Borse di Hong Kong e Shanghai hanno perso oltre il 5%; a Tokyo l’andamento è stato leggermente migliore, ma non troppo: l’indice Nikkei ha perso quasi il 4%, il Topix il 3,6%. Il Nikkei è quindi precipitato ai minimi da oltre due anni, con le perdite maggiori tra i titoli industriali, specialmente quelli legati alle compagnie che più di altre basano i loro business sui rapporti oltreoceanici verso gli Stati Uniti. Pesantissime anche le perdite dei titoli finanziari, con molti stocks che hanno lasciato sul campo oltre il 5%. Tra questi Mitsubishi Financial oltre il -6%, Sumitomo Mitsui, o ancora Mizuho Financial.

La seduta del martedì ha seguito il trend fortemente negativo di qualche ora prima, con Tokyo che ha perso quasi il 6%; una performance talmente deludente da far riecheggiare gli infausti giorni della seconda decade del Settembre 2001, e un livello assoluto che ritorna ad essere quello del mese di novembre 2005 (l’indice si inabissò sotto la soglia dei 14.000 punti). Tra le maggiori perdite, ancora una volta, i grandi esportatori verso gli States: Toyota perde oltre il 7%, poco meglio Sony. Ennesima sessione da dimenticare anche per i bancari e gli assicurativi: Mizuho Financial e Sumitomo Mitsui crollano a — 8%; discorso ancora più grave per gli altri titoli industriali e commerciali, con Mitsubishi a — 10%.

Al di là dei confini nipponici il discorso non cambia: in Cina il titolo Bank of China è stato sospeso per eccesso di ribasso dopo le insistenti voci che danno il bilancio dell’istituto di credito in perdita. Bank of China, oltre ad essere una delle banche più importanti del continente asiatico, è infatti anche uno degli istituti di credito orientali più esposti alle cartolarizzazioni legate ai mutui subprime.

Gli analisti e i risparmiatori hanno quindi dovuto attendere la seduta di mercoledì per riprendere fiato. Una risalita, quella delle ultime ore, guidata soprattutto dalla decisione della Fed di tagliare i tassi di interesse di 75bp. Una seduta comunque molto dinamica, con le aziende maggiormente colpite negli scorsi giorni ora in rapida ascesa. Tokyo e le altre piazze hanno quindi potuto riprendere quota, anche se le ferite lasciate dal terribile inizio settimana sono ben lungi dall’essere cicatrizzate. A recuperare positivamente, con delle crescite notevoli, è stata soprattutto la Borsa di Mumbai; più contenuto l’incremento dello Shanghai Composite (+3%), di Singapore, Seul e Taipei. Bene l’Hang Seng di Hong Kong, che guadagna oltre il 10%.

È lecito tuttavia pensare che si tratta di un momento di soddisfazione momentanea, e che i problemi non si sono affatto magicamente risolti con il taglio dei tassi della Fed, che pure un po’ di ossigeno ha fornito al mondo finanziario di mezzo mondo (mezzo, perché le borse europee sembrano in questo essere leggermente più distanti dagli Stati Uniti).

Paesi emergenti come l’India non potranno che essere danneggiati da questa situazione che rischia seriamente di minare la forte crescita stimata per il prossimo triennio. Qui su Corriere Asia commentammo più volte, in tempi non sospetti e non monopolizzati dalla vicenda dei subprime, come la sola debolezza della valuta statunitense nei confronti della rupia stesse mandando fuori rotta i bilanci di molte compagnie del subcontinente che proprio con gli Stati Uniti trattano la maggior parte dei propri affari. Ed ora che la crisi è oramai conclamata, la situazione non potrà che essere rivista ancor più sfavorevolmente. Discorso similare (ma con qualche distinguo) è possibile condurlo anche per la Cina e per il resto dell’Asia: anche qui non convincono infatti le mosse del presidente Bush per riportare serenità in patria, dove le preoccupazioni per le esposizioni finanziarie della nazione, di certo non mancano.

Il serio rischio è quello di un rapido spostamento degli investimenti (finanziari, e non solo) verso i nuovi Paesi Emergenti: una "migrazione" dalle proporzioni ancora indistinte, che non sarà priva di dolori.

Roberto Rais