Le bugie della Cina e lo sguardo del corrispondente – Intervista a Fabio Cavalera

a cura di: Paolo Cacciato

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fabio cavalera
“Non sono un sinologo, ma solo un testimone che ha sempre da imparare”. E’ con queste parole, scritte a dedica sulla prima pagina di una copia del suo libro che Fabio Cavalera, corrispondente del Corriere della Sera a Pechino da ormai tre anni, apre la nostra intervista. Un’affermazione che, oltre a rivelare molto dell’approccio con cui Cavalera affronta quotidianamente la sua vita nonché la dimensione lavorativa in Cina, dall’altra rappresenta pienamente l’anima narrativa del suo ultimo libro, “Il manager dei bagni pubblici (e altre storia di vita cinese)” edito da Bompiani e già da questo mese distribuito in tutte le librerie d’Italia.Fin dalle prime pagine, ben si avverte lo sguardo pieno di curiosità dell’autore che già nella scelta stilistica, lontana dal saggio, lascia parlare, in una sorta di confessione/intervista i suoi personaggi, i protagonisti della rivoluzione cinese del boom economico; non si tratta di “grandi personalità”, ma più che altro di “protagonisti nascosti”che rivelano in una piacevolissima atmosfera romanzata, ma mai onirica o di finzione, gli sforzi e le paure del “balzo” verso il modernismo economico.P.C. — Mi aspettavo di leggere un saggio con riflessioni, analisi soggettive, previsioni; del resto oggi capita spesso che un “corrispondente dall’estero” vesta i panni dell’esperto di Cina e si dia alla pubblicazione di saggi di una certa portata e di grande successo.F.C. — Non sono un sinologo e non sono certamente la persona più adatta per scrivere saggi in una prospettiva da “specialista” di Cina. Ma la verità è un’altra. A mio parere, scrivere saggi sulla Cina di oggi e diffonderne analisi o previsioni, sulla base anche di un’esperienza lavorativa intensa come quella del corrispondente, ha una portata limitata e una verità ancor meno fondante. Difatti ciò che posso dire oggi sulla Cina potrà realmente non avere più alcun valore domani; e mi riferisco ovviamente a previsioni socio economiche, non a riflessioni di carattere culturale su cui la società cinese appare ben sicura e radicata.

P.C. — Cosa caratterizza oggi la Cina?

F.C. – Quella che offre oggi la Cina è un’incertezza evolutiva unica nel suo genere, che mi affascina e mi stimola e mi convince a tenermi lontano dalla saggistica, non per difficoltà di redazione, ma per l’incompatibilità stilistica con la realtà di cui andrei a trattare.

P.C. — E’ per questo che hai scelto di far parlare liberamente i tredici protagonisti del tuo libro?

F.C. — Certo. E’ una scelta che meglio si avvicina all’intensa attività di raccolta d’informazioni che ho condotto. Ci tengo che la Cina parli da sé e credo si percepisca anche dalle rivelazioni dei personaggi quanto difficile sia “entrare” nella comprensione delle dinamiche di trasformazione socio-economica che hanno coinvolto la popolazione cinese dal ’78 ad oggi.

P.C. — Nel tuo libro un personaggio dichiara che “una bugia è la rivoluzione e che la rivoluzione della Cina è una bugia”, quali sono oggi le grandi bugie che la Cina ci spaccia per assolute verità.

F.C. — Sicuramente ciò su cui la Cina sta mentendo spudoratamente è quello di farci credere di essere divenuto a pieno titolo un Paese capitalista. Non è così. La Cina incarna ancora una forma ibrida d’economia che risente ancora oggi di strascichi di forte dirigismo e di realtà di necessario collettivismo. Fra queste due dimensioni cerca, e ci riesce in maniera incredibile, di portare avanti il proprio balzo economico.

P.C. — Vi è un’esagerazione, forse anche ad opera dei media, sulla portata della crescita economica?

F.C. — Questo no, i ritmi della crescita cinese sono realmente impressionanti e lo si vede anche solo dalla metamorfosi continua dei centri urbani . Ma è necessario ricordare che, una cosa è parlare di crescita, un’altra è parlare di sviluppo. La stessa riforma sulla proprietà privata è, ancora, uno specchio per le allodole, dal punto di vista della propria portata nel processo “d’evoluzione capitalista”. La terra di fatto rimane di proprietà dello stato o di proprietà collettiva. Senza alcuna possibilità per il privato di possederla e trasmetterla.

P.C. Cosa manca allora per completare la svolta? Come superare l’ossimoro del socialismo di mercato?

F.C.- Ora ai cinesi spetta il compito di far tesoro della straordinaria crescita accumulata e di trasformarla in sviluppo e benessere per l’intera società. Credo bisognerà attendere la prossima generazione di dirigenza politica, quando forse il peso dell’eredità maoista sarà alleggerito dalle dinamiche economiche e la società sarà culturalmente pronta. Ma, come ho detto prima, sulla Cina previsioni su “cosa succederà e come” lasciano davvero il tempo che trovano…

P.C. — E la tanto inflazionata “paura cinese”?Come si comporta l’imprenditoria italiana?

F.C. — E’ lenta, lo è stata fin dall’inizio e ora vive la concorrenza di tutti. Pensiamo agli spagnoli che stanno realmente dimostrando al mondo economico una grande capacità nell’ accelerare i tempi e in Cina cominciano a darci del filo da torcere. Alcune aziende italiane, quelle che hanno avuto il coraggio e l’intuizione di affrontare analisi di mercato in anticipo sono riuscite a imporsi quasi a monopolio di alcuni settori. Penso alla Merloni, che oggi è il leader cinese per la produzione e l’installazione di scaldabagni. Ha saputo prevedere l’evoluzione del settore degli immobili, il cambiamento degli stili di vita nelle città, il miglioramento di certe condizioni di vita e l’avvento dell’acqua calda in tutte le abitazioni.

P. C.- Come rimediare a questa “lentezza”?

F.C. — Il mercato cinese non è infinito e oggi la torta da spartire è sicuramente minore, ma credo che all’imprenditore italiano basti abbandonare quel criticismo e continua dubbiosità che stanno rallentando la corsa. Ultimamente i “ma”sull’approdo imprenditoriale in Cina, cominciano a essere troppi.

P.C. — Esiste un sostegno concreto sul posto che potrebbe “zittire” i continui “ma” degli imprenditori italiani?

F.C. – Ci sono ottime agenzie italiane che si occupano di consulenza finanziaria, analisi di mercato e di soluzioni per il business in Cina; credo siano una risorsa importante, se non per il fatto che operano in Cina da molti anni, e ben conoscono il mercato di riferimento.

P. C. – Progetti personali in Cina?

F.C. — Rimarrò là ancora un po’, non per sempre certo, ma tanto quanto basta per farvi da testimone curioso e rendervi partecipi della corsa di quella che, oggi più che mai, è la società al centro dei riflettori del mondo.

Paolo Cacciato

Paolo Cacciato

Paolo Cacciato

Coordinatore del Business Focus China e Far East e Docente di Marketing Strategy sui Mercati dell’Asia Orientale nei Master in Internazionalizzazione di Impresa del Nuovo Istituto di Business Internazionale di Milano, sinologo e nippologo specializzato in mediazione linguistica e interculturale applicata ai processi di business development. Presidente di Asian Studies Group ©, centro studi specialistico con sedi principali in Milano Roma Padova Torino; dirige in Italia il C.U.P.I. Centro per l’Unione delle Prospettive Internazionali, già consulente d’ impresa per diversi gruppi italiani, coordina ADM-EA Consulting, studio specializzato in internazionalizzazione su Cina Giappone e Corea con sede principale a Milano e desk operativi in Kobe, Shanghai, Seoul.