Casa dolce casa

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12 Giugno 2006

SHANGHAI: Quando Hu Min si è sposato lo scorso mese, non poteva permettersi di comprare una nuova casa, perciò suo padre è stato costretto a vendere la casa dove la sua famiglia aveva vissuto per 12 anni al centro di Shanghai per trasferirsi in periferia, in un’abitazione di 115 metri quadri, dove ora vivono insieme alla coppia di sposini.

"Ho pagato 500mila yuan come acconto, più 100mila per ammobiliarla e 100mila per l’organizzazione del matrimonio", ha riferito il padre di Hu, 62 anni "Erano tutti i risparmi della nostra famiglia".

Per pagare le spese mensili, la moglie ha dovuto rinunciare alla pensione e si è trasferita a Wenzhou, a un giorno di viaggio, dove lavora 7 giorni a settimana come manager in un’industria di calzature e guadagna 4mila yuan al mese, che se ne vanno tutte per l’ipoteca.

La famiglia Hu è una delle milioni di famiglie cinesi che sono "schiave dell’ipoteca", un termine usato per definire quelli che investono metà del loro salario mensile nelle spese della casa. La rabbia di questi "schiavi" è la ragione per cui il Governo è stato costretto a promulgare una serie di leggi per cercare di "raffreddare" il mercato surriscaldato immobiliare.

Negli ultimi 5 anni, il settore immobiliare è stato quello ad ottenere il maggior numero di investimenti. Il settore dell’immobiliare è diventato anche l’argomento politico ed economico più dibattuto tra la leadership di Pechino, sfruttato dalla classe conservatrice per attaccare il Governo per il divario sociale, la marginalizzazione dei poveri che vivono in città e l’assenza di sussidi economici per l’acquisto di case.

Due settimane fa tutti i giornali sono stati costretti a pubblicare un editoriale del People’s Daily che, nella lingua del partito, equivaleva ad una risposta a queste critiche "per risolvere gli attuali problemi e contraddizioni del Paese".

"La soluzione è l’avvio di riforme…dobbiamo utilizzare il mercato come la base per distribuire le risorse", riferisce l’editoriale. In altre parole, non ci sarà nessun ritorno ad un sistema immobiliare direttamente controllato dallo Stato e nessuna concessione di sussidi.

"Quando parla di settore immobiliare, tre sono le maggiori preoccupazioni per Pechino", riferisce Stephen Green, economista presso lo Standard Chartered Bank a Shanghai, "Prima di tutto, la paura che ci sia una vera ‘bolla immobiliare’, che affonderà l’economia e il settore bancario, non appena scoppierà. Se le banche fossero costrette a rientrare in possesso degli immobili di coloro che non possono più permetterseli, ci saranno anche seri problemi sociali. In secondo luogo, il timore che il popolo dei ‘colletti bianchi’ non possa permettersi delle case così costose e terzo, che lo sviluppo dei terreni cominci a causare sempre maggiori tensioni sociali, dal momento che i residenti vengono spesso trasferiti senza un’adeguata compensazione".

Questi timori sono stati concretizzati da Zhou Tao, 32 anni, padrone di una società di golf a Shenzhen, che ha lanciato una petizione sul suo sito web il 25 aprile, chiedendo alla gente della sua città di interrompere qualsiasi acquisto per tre anni. In questi giorni, ha ottenuto 30mila firme di sostegno, e alcuni lo hanno definito "un vero guerriero e un eroe".

Pechino è infatti preoccupata da un eventuale movimento di opposizione a livello nazionale, non tanto su basi religiose o politiche, bensì sull’ingiustizia immobiliare.

Un sondaggio pubblicato lo scorso mese dalla banca centrale ha rivelato che le famiglie delle 10 maggiori città cinesi pagano in media il 35% del loro salario mensile per l’ipoteca, di cui le stime più alte sono state registrate a Shanghai e Pechino, rispettivamente il 45 e il 42%. A livello globale gli economisti considerano accettabile il tasso del 28-35%. Un sondaggio condotto dall’università di Pechino ha rivelato che un cittadino cinese medio deve spendere 13 anni di salario per poter acquistare un appartamento di 70 metri quadri, contro lo standard internazionale di 6 anni.

La situazione attuale è una diretta conseguenza dei cambiamenti del mercato immobiliare negli scorsi 10 anni, durante i quali il livello della proprietà privata in Cina è cresciuto dal 10% del 1996 all’80% attuale, più alto persino degli Usa, con il 60% e della Svizzera, con il 42%. L’assenza di alternative spinge al popolazione a comprare, anche se può a malapena permetterselo, chiedendo prestiti alla famiglia e agli amici, perché convinti che se non acquistano ora, dovranno comunque farlo dopo e a prezzi ben più alti.

Questi dieci anni hanno visto un aumento dell’8-9% nel GDP, il che ha generato miliardi di yuan e poche opzioni per l’investimento, così il mercato immobiliare è diventato la forma più diffusa di investimento per i più abbienti, con un aumento dei prezzi nei maggiori centri urbani, quali Pechino, Shanghai, Hangzhou, Shenzhen, Guangzhou e altre città che hanno attratto la maggior parte degli investimenti speculativi, locali e stranieri. A Shanghai il prezzo medio è salito dagli 3.326 per metro quadro nel 2000 ai 6.698 yuan dello scorso anno. Il settore edilizio ha poco interesse a fornire case a basso costo quando il loro margine di profitto è ben più alto usando la stessa terra per costruire case di lusso per la borghesia cinese. Nel primo quadrimestre di quest’anno, solo 6.2 miliardi di yuan sono stati investiti per le abitazioni a basso costo, contro 189 miliardi per quelle residenziali.

Ylenia Rosati