Cina censura “Pirati dei Caraibi”, ma i veri “pirati” sono altri

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14 Luglio 2006

SHANGHAI: E’ curioso come la Cina abbia censurato ‘I Pirati dei Caraibi’, voltando le spalle alla vera minaccia per la sua popolazione di 1.3 miliardi di persone.

La decisione di censurare l’ultimo film della Walt Disney – soprattutto le scene di cannibalismo- nasconde una certa nota ironica. Infatti, mentre il Governo della seconda economia asiatica non ama il cannibalismo, una pirateria rampante sta ‘cannibalizzando’ il suo sviluppo.

Il 10% della crescita della Cina sta attraendo gli investimenti diretti stranieri, rendendo la nazione la base dell’industria mondiale. Il prossimo passo per il Colosso asiatico sarebbe creare idee, tecnologie e prodotti nuovi. Il suo futuro, come industria innovativa, e la sua capacità di creare decine di milioni di nuovi posti di lavoro, dipende proprio dalla sua abilità nel proteggere la proprietà dei suoi nuovi prodotti. Ma il debole controllo dei diritti di proprietà intellettuale qui rendono il tutto più difficile. I produttori cinesi non intendono passare settimane, mesi o giorni a creare nuove idee, tecnologie se non possono trarne profitto. Se attraverso imitazioni si possono duplicare prodotti a meno della metà del costo e a pochi giorni dalla loro uscita sul mercato, non c’è allora incentivo alcuno ad innovare.

Quello di cui c’è da preoccuparsi non è perciò che giganti come Microsoft Corp, Polo Ralph Lauren, Nike Inc e Sony Corp perdano denaro, quanto piuttosto che la Cina produca solo hardware e nessun software, che costruisce nuove autostrade, ponti e aeroporti e nessuna imprenditorialità. L’incapacità di Pechino di proteggere i suoi diritti di proprietà intellettuale stanno frenando l’intera economia. La censura di ‘Pirati dei Caraibi’ non è l’unico caso hollywoodiano a darci un’immagine della sfida che la Cina sta affrontando oggi, ma è solo uno dei tanti recenti, come nel caso di ‘Mission Impossibile III", "Il Codice Da Vinci" e "Crash".

Ylenia Rosati

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